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La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Dalla relazione del capitano di vascello Aldo Rossi, Capo Ufficio Piani di Supermarina, inviata nel dopoguerra all’ammiraglio de Courten, a sua richiesta, stralcio quanto segue: (Rif. Archivio Ufficio Storico della Marina Militare, “La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre”, fondo « De Courten, Memoriale, b. 1. »)

“Alle ore 17 circa Radio Londra ripete la notizia, già trasmessa da Radio Algeri, della conclusione di un armistizio tre le Nazioni Unite e l’Italia:
L’Ammiraglio de Courten prende subito contatto con il Comando Supremo per avere conferma della notizia e, successivamente si reca a Palazzo Vidoni [sede del Comando Supremo] dove impartisce all’Ammiraglio Sansonetti le direttive per i primi provvedimenti. Si reca poi al Consiglio dei Ministri [Convegno della Corona al Quirinale], che era stato convocato d’urgenza.
L’ammiraglio Sansonetti telefona intanto all’ammiraglio Bergamini, che aveva richiesto conferma della notizia della conclusione di un armistizio, che essa è sostanzialmente esatta e che, quale misura precauzionale, la flotta deve essere pronta a partire per Maddalena in applicazione del promemoria n. 1 [del Comando Supremo] (caso d’attacco germanico). (1)
Al Comando Supremo viene consegnato all’ammiraglio de Courten il foglio 16725 in data 8 settembre, argomento “condizioni d’armistizio” che contiene il riassunto, in data 3 settembre, delle condizioni d’armistizio, nelle quali per quanto riguarda la Marina, è detto:
“… 4. – Trasferimento immediato in quelle località che saranno designate dal Comandante in Capo alleato, della flotta e della aviazione italiana, con i dettagli di disarmo che saranno fissati da lui”.
Durante il Consiglio dei Ministri, il Ministro della Marina viene messo a conoscenza delle “clausole esatte riguardanti la R. Marina” e ne rimane profondamente colpito.
Gli viene anche comunicato che le clausole dell’armistizio, come pure il contegno delle Nazioni Unite, potranno essere modificate a favore dell’Italia in relazione all’atteggiamento dell’Italia durante il resto della guerra.
Tale promessa risulta anche dal foglio n. 16728 del Comando Supremo in data 9 Settembre (ma che certamente l’Ammiraglio de Courten vide l’8) nel quale è detto:
“La misura in cui le condizioni saranno modificate a favore dell’Italia dipenderà da quanto verrà effettivamente fatto dal Governo e dal popolo italiano per aiutare le Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra”.
Alle ore 19,30 il Maresciallo Badoglio legge alla radio il seguente proclama [omesso]:..........
Alle 20.30 l’Ammiraglio de Courten telefona all’Ammiraglio Bergamini le condizioni dell’armistizio e l’ordine di eseguirle: l’Ammiraglio Bergamini protesta per essere stato tenuto all’oscuro degli avvenimenti fino ad allora, malgrado la telefonata delle 18.05, e l’ammiraglio de Courten gli assicura che le condizioni dell’armistizio gli erano state comunicate solo poco prima.
L’Ammiraglio Bergamini domanda venga mantenuto l’ordine di recarsi a La Maddalena dove avrebbe intenzione di comunicare alle unità dipendenti le condizioni di armistizio e le modalità di esecuzione. L’Ammiraglio de Courten approva anche perché recandosi direttamente nei porti distantissimi le unità non avrebbero potuto giungervi in ore diurne (come richiesto dagli anglo-americani)[sic].
D’altra parte non conveniva ritardare la partenza da La Spezia dove i pericoli di attacchi tedeschi e di imbottigliamento con mine sono gravissimi.
Viene inoltre telefonato a tutti gli Alti Comandi periferici il messaggio convenzionale previsto per l’applicazione del promemoria n. 1 (misure per il caso di attacco germanico). Viene ordinato di cessare le ostilità contro gli anglo-americani.”

Alle 20.30, come ha specificato il comandante Rossi, Supermarina inviò a Bergamini “le condizioni dell’armistizio e l’ordine di eseguirle”.

Per le vivaci discussioni tra de Courten e Bergamini, rimando alle testimonianze degli ammiraglio Oliva e Accorretti. ( http://pub10.bravenet.com/forum/795583276/show/975969 )

Spero, dallo stralcio della relazione del comandante Rossi, che tutti possano comprendere, senza ombra di dubbio o di sterili polemiche (ci tengo a precisarlo), come in realtà si svolsero gli avvenimenti nel pomeriggio e la sera dell’8 settembre, e alla diramazione degli ordini che poi portarono alla partenza dalla Spezia della Forza Navale da Battaglia, per consegnarsi agli Alleati, e alla tragica fine della corazzata ROMA.

Francesco Mattesini

______________________
(1) Dopo aver saputo dalla radio, alle ore 17.00 dell’8 settembre dell’armistizio confermatogli da Supermarina, e aver vivacemente discusso con de Courten, l’ammiraglio Bergamini convocò per le ore 18.00 gli ammiragli e i comandanti delle navi alle sue dipendenze sulla sua nuova nave ammiraglia, la corazzata Roma. La stessa cosa fece, sempre alle 18.00, il Comandante dell’Arsenale di La Spezia che, convocato d’urgenza i direttori dei lavori, comunicò loro, da parte del Comandante dell’Alto Tirreno, ammiraglio Giotto Maraghini, con il vincolo del segreto, “che in epoca indeterminata potesse intervenire un armistizio”. Che qualcosa sull’armistizio fosse stato detto agli ammiragli convocati a Roma il 7 settembre, sotto il vincolo del segreto, può essere convalidato dal fatto che l’ammiraglio Bruno Brivonesi, testimoniando alla Commissione Speciale d’Inchiesta (C.I.S.), affermò: Durante il ritorno alla Maddalena “un ufficiale che aveva fatto il viaggio di ritorno con me nello stesso apparecchio [idrovolante Cant Z. 506], era a conoscenza dell’armistizio”. E’ da presumere che l’ufficiale fosse lo stesso Brivonesi che, vincolato come tutte le Alte personalità dal “vincolo del segreto”, non volle, e non poteva, dire alla C.I.S. come realmente stavano le cose. Egli fu inoltre informato al Ministero Marina, al momento di ricevere le istruzioni per il trasferimento della flotta alla Maddalena (3 corazzate, 5 incrociatori e 12 cacciatorpediniere), che l’arrivo delle navi sarebbe avvenuto l’indomani alle ore 09.00. Quando gli alleati, nelle prime ore dell’8 settembre, ferero conoscere che rifiutavano di permettere alle navi di Bergamini di raggiungere la Maddalena, la Forza Navale da Battaglia avrebbe dovuto saltare l’entrata in quel porto sdella Sardegna, come si aspettava l’ammiraglio Cunningham, che aveva inviato le corazzate WARSPITE e VALIANT, scortate da 7 cacciatorpediniere, ad attendere le navi italiane nelle acque di Bona. Ma, in seguito alle discussioni tra de Courten e Bergamini, che rifiutava di partire minacciando di affondare le navi, il Ministro della Marina fu costretto ad accettare di mandare la flotta alla Maddalena, con la motivazione che là vi sarebbe stata la presenza del Re. Per causa di quelle discussioni tra i due alti ufficiali, si verificò che la Forza Navale da Battaglia, invece di partire al tramonto dell’8 (come era fissato nel promemoria Dick) per poi trovarsi l’indomani all’alba sotto la protezione dei caccia degli Alleati di base in Tunisia e Algeria, nel pomeriggio del 9 venne a trovarsi sotto il raggio d’azione degli aerei tedeschi della Francia meridionale, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Ogni vlta che ripenso all'8 settembre 1943 oenso anche che se avessimo oggi un problema simile, faremmo uguale e peggio.
-
Manca la mentalità pratica, ci perdiamo appresso alle virgole, le forme, chi si prende la responsabilità, ed il tempo passa !!

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

nell'intervento che apre questo thread mi sembra che dal testo si evinca un comportamento tutto sommato inecceppibile dei vertici della RM mentre nella nota si allude nientemeno che un ritardo da parte di Bergamini nell'obbedire ad un ordine abbia causato la fine della Roma.
???
Sarebbe cosa da fucilazione, altro che M.O.V.M.!
Per fortuna, del Paese, della sua Marina e della memoria di Bergamini, la vulgata ufficiale non concorda con questa ultima tesi.

Comunque leggendo l'intervento e i fatti narrati mi viene da notare una volta di più la differenza di comportamento tra R.M. e R.E., che datava a ben prima dell'insediamento di Badoglio come capo del governo. Nonostante il re e Badoglio anche il Regio Esercito avrebbe potuto e dovuto sopravvivere all'armistizio e non sfasciarsi miseramente. Se la RM fu capace di inviare ai suoi alti comandi periferici il famoso promemoria, e a metterlo in atto, perchè non fu lo stesso per i comandi di armata e di divisione nel norditalia? Se ovunque ci fosse stato almeno il livello di resistenza che ci fu a Roma, per esempio, avremmo sempre dovuto soccombere ai tedeschi in pochi giorni ma almeno non avremmo avuto l'infamia del "tutti a casa" (anche se poi mezzo milione di soldati finì nei lager) senza combattere. L'inevitabile resa, inevitabile perchè nel settembre 43 i tedeschi erano ancora irresistibili (se non di fronte alle moltitudini americane o sovietiche), avrebbe a posteriori giustificato la fuga a Brindisi del governo, che sarebbe stata considerata probabilmente non dissimile da quella della regina d'Olanda nel 1940.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Rispondo a “pilotadelladomenica”, esattamente come ho già risposto a Rudy_c nel sito “Re:un tani ermetico”

Non è mai stata mia intenzione offendere la memoria dell’Ammiraglio Bergamini, o mettere in discussione la motivazione della Medaglia d’Oro concessagli. Ma la verità va scritta, in fase di revisione storica. Cosa che avviene già dall’inizio degli anni ’90. Ci sono i documenti nelle carte dell’ammiraglio de Courten, che parlano da soli. Ignorarli non mi sembra sia saggio. Capirli non è per nulla difficile.

Quanto alla Storia fatta “con idee strampalate”, invito Rudy – c a leggere, nella Storia Ufficiale della Marina, il mio libro “La Marina e l’8 Settembre”. Forse potrà ricredersi consultando il testo e confrontandolo con la serie di documenti originali (tomo 2°).

Invece di dare un giudizio negativo sulle mie conclusioni, lo invito a leggere, in questo stesso sito la relazione del capitano di vascello Rossi, all’epoca degli avvenimenti Capo Ufficio Piani di Supermarina: “La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre 1943”.

Per il ritardo sulla partenza della flotta, e sul giudizio dato sul comportamento di Bergamini, è invece inappellabile il giudizio dell’ammiraglio Accorretti, espresso con lettera autografa privata inviata nel dopoguerra all’ammiraglio de Courten. Parlando all’ex Ministro della Marina dell’ultima telefonata tra lo stesso de3 Courten e Bergamini sulla corazzata VITTORIO VENETO (dove Accorretti aveva il suo Comando), il Comandante della 9^ Divisione Navale ha riferito testualmente:

“Bergamini buon anima ti fece molto disperare, io mi misi a chiudere le porte perché ti parlava dal “Vittorio Veneto”…. Io assolutamente senza volerlo sentii tutto il vostro colloquio. Per calmarlo tu affermasti che andassimo a Maddalena dove si troverebbe il Re etc. Se come tu avevi ordinato facevamo con tutte le possibili regole di guerra il viaggio da te ordinato per Malta, accostando la sera come se andassimo altrove e procedessimo a Malta, forse si sarebbe evitata la fine della Roma".
Come si vede, non è Mattesini che esprime giudizi campati in aria, mettendoci del suo. Se poi non si vuol capire, questa è un’altra questione, che mi sembra poco saggia.

Tengo a precisare che in tutti questi anni questi retroscena non si conoscevano. Sono venuti alla luce una decina di anni fa, quando la famiglia di de Courten ha ceduto le sue carte all’Ufficio Storico della Marina Militare.

Francesco Mattesini

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

"Se ovunque ci fosse stato almeno il livello di resistenza che ci fu a Roma, per esempio, avremmo sempre dovuto soccombere ai tedeschi in pochi giorni"

Beh, visto il rapporto di forze esistente, non è nemmeno tanto detto che si finisse per soccombere... A patto che i nostri alpini riuscissero a tener chiuso per un pò il Brennero, ovviamente.

Cordiali saluti.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

scivoliamo da Marina a Esercito però temo che per noi non ci fosse speranza. Lo dimostra l'esito degli scontri, dove ci furono, contro i tedeschi nel dopo 8 settembre, per esempio a Roma e a Cefalonia.

Il grosso delle nostre truppe in Italia centro settentrionale erano di seconda o terza linea, praticamente senza più forze corazzate e aviazione.

E cercare di chiudere il Brennero il 9 settembre non avrebbe risolto molto, ormai i tedeschi erano ovunque in Italia.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Bah, non è che fossero poi così tanti... Roma non si tenne perchè ad offire davvero resistenza furono solo un paio di divisioni sulle 7/8 presenti in zona... E considerazioni simili valgono per tutta l'Italia. Che non avevamo più aviazione è vero, ma non credo che avremmo avuto difficoltà a "farci dare una mano"...

all'8 settembre i tedeschi avevano in condizioni di prontezza operativa, in Italia, solo 8 divisioni, e le nostre forze controllavano il Brennero; anche volendoci limitare a Roma, uan divisione aviotrasportata USA era pronta a venire in nostro aiuto (furono i nostri pavidi comandi a comunicare agli Alleati che "non erano in condizione di garantire la sicurezza degli aeroporti"...), e sarebbe bastato.

L'Ariete, da sola, riuscì a trattenere per un bel pezzo la 3^ motocorazzata, pur a costo di gravi perdite, e lo stesso fece la Granatieri con la 2^; ma troppe unità, in assenza di ordini precisi, letteralmente "scomparvero", troppi comandanti abbandonarono i loro uomini o corsero a patteggiare la resa coi tedeschi; Forse la guerra, per buona parte dell'Italia, sarebbe potuta finire il 10 settembre, se qualcuno avesse fatto il proprio dovere.

Cordiali saluti.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Per dimostrare, se ancora ve ne fosse bisogno, che l’intenzione di non combattere esisteva soltanto negli organi centrali italiani, occorre dire che alle ore 01.10 del 9 settembre 1943 il Comando del Corpo d’Armata Motocorazzato del generale Carboni aveva chiesto al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito l’autorizzazione a rispondere al fuoco contro i nuclei di soldati tedeschi che, dopo aver circondato le batterie di Ostia, si stavano avvicinando ai caposaldi tenuti dalla Divisione di fanteria “Piacenza”.
Il generale Roatta aveva inizialmente risposto affermativamente; ma poi, nelle ore successive, mentre continuavano a giungere sempre più allarmanti notizie sull’attività offensiva tedesca in ogni parte d’Italia, nei Balcani e nell’Egeo, essendo arrivato a sconsigliare al generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, di non emanare l’applicazione del Promemoria n. 1, nulla fece per impartire ordini operativi più energici.
Ma accadde ancora di peggio, perché in quelle prime ore del giorno 9 i tre ministri militari, generali Sorice [Esercito] e Sandalli [Aeronautica] e ammiraglio de Courten [Marina], furono contattati dal generale Ambrosio. Questi comunicò loro, a nome del Re, di partire immediatamente per Pescara, assieme al Sovrano e allo stesso Capo di Stato Maggiore Generale, a membri del Governo e ad alcuni alti ufficiali, tra i quali il principe Umberto e il generale Roatta.
Sebbene fin dal giorno 6 settembre i tre ministri militari – ricevendo quelle che Sandalli definì strane “modalità” per andare al Sud o restare a Roma, che dovettero controfirmare – avessero deciso di non muoversi dalla Capitale, essi affermarono, non sappiamo con quanta sincerità, di non essersi potuti opporre all’ordine di seguire il Re, che era stato inviato anche al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Pertanto, forse in buona fede, quelle Alte personalità, dai quali dipendeva la sorte della Nazione e la difesa di Roma, si prestarono a quella fuga inopportuna, attuata in macchina per la consolare Tiburtina, superando agevolmente i blocchi stradali tedeschi, che nulla fecero per fermare quegli importanti e riconoscibilissimi personaggi, in un momento in cui le Forze Armate italiane erano impegnate ovunque, e con estrema determinazione, dalla truppe germaniche.

L’ordine impartito telefonicamente ai Capi militari di lasciare Roma, fu trasmesso da ufficiali del Comando Supremo alle ore 06.30 del 9 settembre, nella seguente forma: “16733 – Informo che Governo e Comando Supremo lasciano Roma ore sei dirigendo su Pescara. Eccellenze Capi di S.M. delle tre Forze Armate devono seguire al più presto, lasciando loro rappresentanti in sito. Quale rappresentante del Comando Supremo resta in sito il generale Palma. Generale Ambrosio”.

Sulla “fuga” del Re e del suo seguito lo storico Jens Petersen ha ritenuto inattendibile l’ipotesi, avanzata da molti, che “ci sia stata qualche intesa tacita o esplicita tra Kesselring e gli italiani”. Su questa eventuale e meschina macchinazione esista soltanto il legittimo sospetto, anche se “Sorprende di fatto la facilità con la quale il Governo, il Re e il Comando Supremo riuscirono ad attraversare gli Abruzzi e a raggiungere la sera del 9 settembre la costa Adriatica”.
Ruggero Zangrandi, e recentemente anche Elena Aga Rossi in Una nazione allo sbando, parlano di un ipotetico “accordo segreto tra Kesselring e il governo Badoglio”; ma Petersen, e noi siamo tendenzialmente della sua stessa opinione, tende ad escluderlo per il seguente motivo: “L’esistenza di un tale accordo è molto inverosimile e praticamente da escludere. Un ordine di lasciare passare il Re e il governo Badoglio avrebbe richiesto la complicità di centinaia di persone, e avrebbe certamente rovinato la carriera di Kesselring, colpevole di aver fatto fuggire Badoglio, l’uomo più odiato da Hitler in quel momento”.
Per lo stesso motivo escluderemmo anche la macchinosa tesi sostenuta da Renzo De Felice, secondo il quale “Kesselring, contravvenendo agli ordini di Hitler, ma giudicando in base agli svantaggi che avrebbe potuto per lui avere la cattura di Vittorio Emanuele, abbia volutamente ignorato l’autocolonna reale in marcia verso la costa adriatica, così da scongiurare il pericolo di provocare tra gli italiani e soprattutto nell’esercito un sollevamento degli animi e una resistenza che gli avrebbe procurato ulteriori difficoltà in un momento in cui già ne aveva tante”.
Su questi avvenimenti, e sulle disposizioni impartite ai propri collaboratori che restarono nella Capitale per la diramazione degli ordini, l’ammiraglio de Courten ha scritto nella sua relazione:

Alle 04.30 del 9 settembre il Capo di Stato Maggiore Generale mi comunicò telefonicamente che, in considerazione della situazione militare creatasi intorno a Roma, dove grossi reparti tedeschi stavano dirigendo verso la Capitale, Sua Maestà il Re aveva stabilito di partire immediatamente per Pescara, dando l’ordine che i Capi di Stato Maggiore lo raggiungessero al più presto colà. In conseguenza dovevo partire entro il più breve termine di tempo per Pescara. Feci presente che ritenevo la mia presenza necessaria a Roma per perfezionare l’emanazione degli ordini relativi all’applicazione dell’armistizio. Il Capo di Stato Maggiore Generale mi confermò l’ordine esplicito di Sua Maestà, dicendomi di lasciare agli Organi di comando centrali il compito di emanare ordini ancora necessari…
Alle 06.30 partii da Roma per raggiungere Sua Maestà il Re.

Francesco Mattesini

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Esiste il rapporto di missione di un ricognitore della Luftwaffe che ombreggiò insieme ad altro velivolo il corteo reale sino a Pescara senza minimamente ostacolarne i movimenti (a mo' di angelo custode) come esisitono almeno un paio di corrette e complete segnalazioni da parte di due posti di blocco posti lungo la Via Tiburtina della Polizia Militare Germanica, i quali anch'essi si astennero dall'interferire minimamente al passaggio del Re e del personale che lo seguiva.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Mi ricordo che le fregate della classe Scipione L'Africano il fatidico -8- settembre ,attarversarono lo stretto di Messina a 100 Km orari per consegnarsi nel porto di Malta,(lo stretto era già presidiato dagli alleati si fa per dire) ,ma meglio dimenticare tutto ,perché comunque la si metta il risultato fu di finire in fondo alla classifica generale .Saluti

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

LE MEMORIE DELL’AMMIRAGLIO DE COURTEN (affinché tutti possano comprendere)

Uno degli argomenti che sulle vicende navali dell’8 settemmbre 1943 mi disturba particolarmente, è l’dea che quel giorno la Forza Navale da Battaglia dell’ammiraglio Carlo Bergamini, si apprestasse ad affrontare gli Alleati che stavano per sbarcare a Salerno. Questo strano modo di fare la Storia è riportata nelle Memorie dell’Ammiraglio de Courten (stampate dall’Ufficio Storico della Marina Militare), secondo il quale fin dal giorno 7 egli aveva dato istruzioni verbali in tal senso al Comandante della Forza Navale da Battaglia.
Se l’allora Ministro e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, il 7 settembre 1943, avesse effettivamente detto all’ammiraglio Bergamini di prepararsi a combattere contro le navi Alleate dirette a Salerno, impartendo anche ordini in tal senso (da me non rintracciati) il mattino dell’indomani, avrebbe indubbiamente ingannato il Comandante della Flotta, probabilmente per tenerlo calmo, conoscendone il carattere piuttosto vivace, e la sua preoccupazione nei confronti dei suoi ufficiali e dei suoi equipaggi delle Forze Navali da Battaglia.
Ma è mai possibile che si continui a credere su questa favola dell’intervento delle Forze Navali da Battaglia a Salerno, raccontato da de Courten, quando si erano verificati i seguenti avvenimenti.

Alle ore 15.00 del 3 Settembre, Badoglio informa i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate che era stato autorizzato il generale Castellano ad accettare l’armistizio (firmato due ore più tardi), e che sarebbe entrato in vigore al momento dello sbarco anglo-americane a Salerno. De Courten commento, scrivendo di suo pugno, nei suoi appunti tracciati a Brindisi il 10 settembre 1943:

“”…il Re ha deciso di chiedere l’armistizio: pourpallers in corso a Palermo: gli a.a. [anglo-americani] effettueranno piccoli sbarchi in Calabria, poi grosso sbarco vicino a Napoli (6 divisioni) poi div. Paracadutisti vicino a Roma, dove nel frattempo saranno concentrate pronte, oltre 6 divisioni di Carboni anche divisioni della IV Armata [provenienti dalla Francia].

Il 6 settembre (forse già nella tarda serata del 5) de Courten riceve dal generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, il Promemoria Dick, che fissava le rotte e la destinazione delle navi per raggiungere i porti degli Alleati; l’appuntamento delle navi britanniche con le Forze Navali da Battaglia, era al largo di Bona.
Il mattino dello stesso giorno 6, per ordine del generale Ambrosio, il Ministro della Marina dispone affinché il mattino del 9 settembre i cacciatorpediniere VIVALDI e DA NOLI si trovino a Civitavecchia, per imbarcare il Re e il suo seguito, diretti alla Maddalena.
Sempre il mattino dello stesso giorno, su richiesta degli Alleati, una delegazione di tredici ufficiali italiani e due interpreti, ricevette dal Comando Supremo l’ordine di recarsi a Gaeta, per imbarcarsi nel pomeriggio sulla corvetta IBIS diretta ad un appuntamento con una nave britannica, che avrebbe portato quella delegazione a Palermo, per poi in volo trasferirla a Biserta, mettendosi a disposizione del generale Castellano, che aveva firmato l’armistizio a nome di Badoglio.
Con la stessa nave britannica furono prelevati al largo di Ustica due ufficiali statunitensi (il generale Taylor e il colonnello Gardiner), da portare a Roma, per preparare lo sbarco dei paracadutisti della 82^ Divisione Aviotrasportata, che in base agli accordi stabiliti dagli italiani con gli Alleati, dovevano partecipare alla difesa della capitale italiana.
Particolare importante, salendo a bordo della IBIS, per andare a prelevare i due ufficiali statunitensi, il Capo del Servizio Informazioni della Marina, ammiraglio Maugeri, che aveva ricevuto quell’incarico dallo stesso de Courten, riferì al capitano di vascello Giuriati, il rappresentante della Regia Marina da inviare a Biserta, che “l’armistizio era stato firmato”. Questa testimonianza si trova nel rapporto del comandante Giuriati, poi nel dopo guerra Capo di Stato Maggiore della Marina.
Nel frattempo, avendo attentamente esaminato il Promemoria Dick, nel quale erano tassativamente fissate le rotte e le destinazioni delle navi italiane che dovevano andare a consegnarsi agli Alleati, de Courten preparò un documento di protesta per il generale Ambrosio, per non essere stato informato delle trattative di armistizio riguardanti la Marina, e l’indomani mattina, giorno 7, volle essere accompagnato, per testimonianza, dal Sottocapo di Stato Maggiorer, ammiraglio Sansonetti, informato dal suo superiore che l’armistizio era stato firmato.
Pomeriggio del 7. Agli ammiragli di Squadra e di Dipartimento Navale, urgentemente convocati a Roma, de Courten confida che si sta preparando un cambio di rotta, contro i tedeschi. E aggiunge che tutti devono essere pronti a contrastare gli attacchi del nuovo nemico all’arrivo del Promemoria n. 1 del Comando Supremo, e di prepararsi, in caso di necessità, ad autoaffondare le navi, che non dovevano essere consegnate né ai tedeschi né agli Alleati..
Sempre il giorno 7, in due colloqui privati, de Courten, sempre secondo quanto ha scritto nel suo annacquato rapporto e nelle sue artefatte memorie, avrebbe detto a Bergamini di preparare le Forze Navali da Battaglia ad uscire dalle basi per andare a combattere a Salerno, per contrastare lo sbarco nemico, quando invece le istruzioni per andare a raggiungere i porti degli Alleati sarebbero state consegnati all’ammiraglio Bruno Brivonesi, chiamato a Roma per il mattino dell’8, allo scopo di farle pervenire all’ammiraglio Bergamini all’arrivo delle sue navi alla Maddalena, dove si sarebbe trovato il Re, previsto per il mattino del 9. De Courten è stato più sincero negli “Appunti da me tracciati a Brindisi il 10-IX-43 sugli avvenimenti dal 3 all’8 IX”, scrivendo che con Bergamini si parlò soltanto, in un momento particolarmente difficile, “dello spirito della flotta”.
In quel momento a Roma, illudendosi, si riteneva che gli Alleati avrebbero accettato la proposta italiana di lasciare le navi dell’Alto Tirreno in quell’ancoraggio della Sardegna, ragione per cui la partenza della Forza Navale da Battaglia, il cui l’ordine di approntamento in due ore era stato diramato alle ore 10.00 dell’8, fu ritardato nella mattinata in attesa dell’arrivo a Roma del generale Ambriosio, che in quel momento difficile si era recato a Torino, presso la famiglia, per poi tornare in treno, per la difficoltà di trovare un aereo (sic). (1)
Intorno alle 17.00 dell’8 settembre, in seguito alla diramazione dell’armistizio da parte delle stazioni anglo-americane (avvenimento ripreso dalle radio di tutto il mondo), e prima di andare al Quirinale per il Convegno della Corona presso il Re, de Courten informò l’allibito Bergamini (che aveva chiesto per telefono a Supermarina se la notizia dell’armistizio era vera), di prepararsi subito a salpare per raggiungere Bona.
Bergamini ebbe allora la sua comprensibile e giustificata reazione, proseguita fino alla tarda serata dell’8 settembre, nei confronti di de Courten, che era rientrato dal Quirinale per cominciare a dare gli ordini a tutti i Comandi e alle navi in mare della Marina.
Ricordo che, al Quirinale, de Courten era stato tra coloro favorevoli a respingere l’armistizio, imposto dagli Alleati, perchè ancora non erano state preparate le misure italiane per respingere la prevedibile reazione tedesca.
In effetti, con questo suo comportamento irresponsabile, de Courten da anche l’impressione di non avere avuto quella razionalità in quel momento necessaria per guidare bene le sorti della Marina, e nello stesso tempo di avere avuto scarsa fiducia nel Comandante della Flotta (del quale forse temeva una sua reazione contraria agli interessi dell’armistizio), come lo stesso Bergamini, nelle telefonate serali, ebbe a rinfacciare al Ministro della Marina.
De Courten, in effetti, lo aveva ingannato, arrivando perfino a non consegnarli personalmente le direttive per raggiungere gli Alleati (poi consegnate a Brivonesi), a cui il Comandante della Flotta avrebbe dovuto attenersi, se non altro per studiarle attentamente e rendersi conto di quello che doveva fare al momento di portare le sue navi agli Alleati.
Da tutto ciò, e dalla testimonianza dell’ammiraglio Accorretti che assistette all’ultimo vivace colloquio di Bergamini con de Courten, si può comprendere quale era lo stato d’animo dello stesso Bergamini, al momento in cui, dando assicurazione al Ministro che sarebbe andato alla Maddalena, obbedendo agli ordini (non dimentichiamolo), la Forza Navale da Battaglia si apprestava a lasciare il porto della Spezia.
A questo punto, appaiono veramente penosi i molti alibi difensivi espressi nelle sue memorie dall’ammiraglio de Courten, tra cui quello di aver detto al Re, nel Convegno della Corona, di non conoscere l’avvenuta firma dell’armistizio. Quello che invece de Courten non conosceva erano le norme armistiziali, che ancora non gli erano state consegnate dal Comando Supremo, perché contenevano durissime condizioni di pace; in particolare nei confronti della Marina che doveva consegnare le navi al nemiche, con l’obbligo di disarmarle in base agli ordini impartiti dal Comandante in Capo delle Forze Navali Alleate, ammiraglio Cunningham.
Fu evidentemente la conoscenza di queste norme, non contemplate nel Promemoria Dick, a rendere furioso de Courten nei confronti del generale Ambrosio, e di riflesso, comprensibilmente e con ragione, lo stesso Bergamini, una volta conosciute queste imposizioni degli Alleati.

Francesco Mattesini (8 Settembre 2007)


Per saperne di più consiglio il mio recente articolo “7 – 11 Settembre 1943. Ordini diramati da Supermarinas ai comandi militari marittimi delle Forze da Battaglia ed altre unità navali in conseguenza dell’armistizio”, Parte 1^ Storia Militare, Settembre 2007, pag. 47-59. La 2^ Parte uscirà nel numero di ottobre.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Nota al mio precedente intervento:

(1) E’ stata avanzata la tesi, piuttosto difficile a credere, che Ambrosio avesse ritardato il suo arrivo nella Capitale per non incontrare il generale statunitense Taylor, che veniva a concordare per l’indomani, giorno dell’armistizio, l’arrivo in volo della 82^ Divisione Aviotrasportata statunitense, destinata a sostenere le forze italiane nella difesa di Roma. Come è noto, il maresciallo Badoglio, si oppose all’arrivo dei soldati statunitensi in quel momento, con la scusa che, dovendo difendere gli aeroporti su cui sarebbero atterrati, aveva perciò bisogno di alcuni giorni di tempo per preparare la difesa prima dell’entrata in vigore dell’armistizio, non rendendosi conto che questo non era rimandabile con i convogli Alleati già al centro del Tirreno diretti alle spiagge di Salerno. E’ da questo punto che ebbe inizio il disastro delle Forze Armate italiane, e dell’Italia tutta (artefice anche la fuga del Re e dei principali Capi Militari), in quanto dimostrarono ad un ex nemico, già diffidente, di essere alleati inaffidabili. Di qui, la delusione degli Alleati, che furono costretti ad impegnarsi in Italia in una durissima campagna, senza poter contare sull’aiuto italiano che era stato loro promesso durante le discussioni dell’armistizio, a cui fece seguito (e non poteva essere diversamente) la dura punizione del trattato di Pace del 1947, anche perché l’attività dei partigiani e delle forze armate cobelligeranti, prima del 25 aprile (quando il popolo scese in piazza applaudendo i partigiani e i liberatori) fu considerata del tutto ininfluente. Questo, quando si parla della liberazione dell’Italia, che nelle cerimonie commemorative impegna tante energie, non dovrebbe mai essere dimenticato. Eravamo nemici degli Alleati, e dopo l’armistizio, alla resa dei conti, da nemici fummo trattati.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Molto interessanti questi ultimi due interventi che chiariscono anche, a mio parere, quelli che hanno aperto il thread nei quali avevo effettivamente captato uno spirito assai critico verso Bergamini.

Ora il peso del disastro si sposta su De Courten e Badoglio.

Aggiungo che se fosse vero che il governo e la marina volevano ottenere dagli Angloamericani il concentramento della flotta in Sardegna anzichè nei porti in mano alleata sarebbe anche chiaro che la minaccia aerea tedesca era assolutamente ignota o sottovalutata.

D'altro canto era forse noto che i tedeschi non avevano aerosiluranti, gli unici killer di corazzate fino ad allora noti, mentre era sicuramente ignoto che avevano invece uno stormo equipaggiato con bombe performanti guidate. In tali condizioni ignorare, come fece evidentemente Bergamini il 9, la minaccia di qualche bombardiere a medio raggio non sarebbe stato irresponsabile.

Ma nel penultimo intervento si sostiene anche che il mito dell'"ultima carica suicida" programmata dalla flotta è solo un mito.

Se fosse vero, ed ammetto che le argomentazioni sopra presentate suonano assai ragionevoli e verosimili, sfuma un forte argomento a favore del comportamento della RM nella seconda guerra mondiale, anche in confronto con il comportamento della marina imperiale germanica nell'autunno 1918, pronta ad ammutinarsi pur di non salpare contro forze preponderanti.
La forza da battaglia era stata conservata quasi intatta per 3 anni, anche grazie ad un uso molto prudente. Non era stata impiegata per arginare lo sbarco in Sicilia. Con il risultato finale, oltre alla inevitabile perdita della Sicilia, di trovarsi irreparabilmente divisa in due tronconi, basati nel Tirreno e nello Ionio.
Se la Marina non fosse stata pronta e intenzionata a scendere in campo per impedire il previsto sbarco in Italia Centrale, laddove si era senza dubbio in una fase nella quale le risorse aeronavali dell'asse stavano declinando mentre quelle nemiche crescevano ogni giorno, sarebbe stato chiaro che i suoi vertici erano già orientati ad una più o meno lunga ignavia nei porti fino all'inevitabile autoaffondamento o consegna ai vincitori delle navi sopravvissute ai bombardamenti.

Mi mette tristezza scrivere queste note, proprio in un Otto Settembre, dato che sono da anni uno strenuo difensore dell'onore della nostra RM nel 1940-43...

Nel mio cuore spero che qualcuno più documentato di me possa controargomentare il precedente intervento.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Per saperne di più sulle discussioni armistiziali, sui preparativi della Marina per andare a consegnare le navi agli Alleati e sulla navigazione verso Malta delle Forze Navali da battaglia, consiglio:
http://www.scmncamogli.org/bomb_ge/n8sett_nar.htm

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Lo stretto di Messina l'8 settembre era già presidiato da navi da guerra alleate (da poco)ma ,alcune navi italiane come la classe Scipione l'Africano,sblalordirono gli alleati attrversandolo a 45 nodi,per consegnarsi a Malta, ormai é andata cosi meglio dimenticarsi quella data.Saluti.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

mi accordo ora che nel mio precedente intervento ho trasformato delle bombe "perforanti" in bombe "performanti"...

chiedo venia dieci volte prima di finire nella blck list ortografica dell'Editore...

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

mi accordo ora che nel mio precedente intervento ho trasformato delle bombe "perforanti" in bombe "performanti"...

chiedo venia dieci volte prima di finire nella black list ortografica dell'Editore...

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

CONTRIBUTO PER LA STORIA NELL’ANNIVERSARIO DELL’8 SETTEMBRE: “LA MEMORIA DEL GENERALE ALEXANDER E IL PROMEMORIA DEL GENERALE AMBROSIO”

Nel pomeriggio del 3 settembre, subito dopo che erano stati siglati dai generali Castellano e Bedell–Smith gli accordi di Cassibile, il generale Alexander, Comandante delle forze terrestri Alleate, aveva presieduto una riunione di carattere tecnico-operativo, esponendo i vari argomenti in modo approfondito ed esauriente. Egli riferì a Castellano che erano richiesti agli italiani i seguenti compiti specifici:

“1°) L’occupazione di Roma con l’oggetto di salvaguardare la capitale del Paese, la vita di Sua Maestà, il Governo del Maresciallo Badoglio e l’arresto del movimento tedesco in Italia.
2°) Impadronirsi dei porti chiave: Taranto, Brindisi, Bari, Napoli.
3°) Tagliare la ritirata dei tedeschi bloccando le strade.
4°) Stendere un cordone attraverso l’Italia in qualche parte a nord di Roma per impedire ai tedeschi di mandare rinforzi al Sud.
5°) La cattura di un aeroporto importante come Foggia.”

Il fatto che gli anglo–americani richiedessero agli italiani il possesso “dei porti chiave” dell’Italia meridionale, ed in particolare quelli di Taranto e Napoli, e di bloccare a nord di Roma i rinforzi tedeschi diretti “nel Sud”, erano indizi che mostravano chiaramente che le operazioni di sbarco si sarebbero svolte nelle regioni della Puglia e della Campania; e quindi a sud della Capitale italiana, perché altrimenti gli Alleati non avrebbero mancato di indicare anche porti più settentrionali, come ad esempio quelli di Civitavecchia, di Livorno e della Spezia che erano gli obiettivi indicati dal generale Castellano, su esplicita richiesta del Comando Supremo.
Fra i documenti armistiziali, in parte conosciuti, in parte ancora da rintracciare fra quelli che non furono distrutti al momento dell’8 settembre per non farli cadere nelle mani dei tedeschi, ma anche forse per non lasciare tracce compromettenti, vi è una memoria del generale Alexandrer, che io ho rintracciato, scritta in inglese, nelle carte di Castellano, depositate nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito, e da me pubblicata per la prima volta, tradotta integralmente, nel giugno 1943 nel Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare. La memoria di Alexander e di enorme importanza, perché le richieste di sostegno avanzate dagli Alleati, al momento del loro sbarco a Salerno, erano sempre state, “furbescamente”, presentate dai responsabili italiani semplicemente come richiesta di “azioni di sabotaggio” contro i tedeschi. In realtà la memoria conteneva le istruzioni e i dettagli ai quali gli italiani dovevano attenersi, compresi quelli riguardanti le modalità e gli orari che dovevano essere rispettati nel pomeriggio di un non specificato giorno X, per la proclamazione dell’armistizio da parte del maresciallo Badoglio e del generale Eisenhower.
Dal momento che il documento, pur essendo stato stampato da me anche nel libro “La Marina e l’8 settembre” non è particolarmente conosciuto, lo riporto di seguito integralmente, e tradotto, affinché tutti, in questo sito, possano rendersi conto delle richieste che gli Alleati volevano da parte del Governo italiano nel combattere i tedeschi. La memoria fu fatta pervenire al Comando Supremo, portata in volo da Cassibile dal maggiore Marchesi, la sera del 5 settembre, assieme a tutti gli altri documenti dell’armistizio.

QUARTIER GENERALE DELLE FORZE ARMATE
PROMEMORIA SEGRETISSIMO - 3^ Copia - Settembre 1943

1) Questa memoria preliminare elenca i punti per i quali è stato concordato che il Governo italiano farà tutto il possibile affinché vengano eseguiti prima della proclamazione dell’Armistizio tra le Forze Italiane e quelle Alleate, ed altri punti per i quali le azioni dovranno essere intraprese a seguito della proclamazione.

2) Dall’ora in cui l’accordo armistiziale viene concluso e fino alla sua proclamazione:
a) Prendere tutte le possibili misure per salvaguardare i prigionieri di guerra alleati. Se le pressioni tedesche per prenderli in custodia dovessero diventare eccessive, dovrebbero se possibile essere rilasciati e soccorsi dalla popolazione.
b) Non deve essere permesso ad alcuna nave da guerra italiana di cadere in mano tedesca. Debbono essere prese precauzioni per assicurare che tutte queste navi possano salpare per i porti designati dal Comandante in Capo del Mediterraneo, immediatamente alla dichiarazione dell’Armistizio. I sommergibili italiani non devono essere richiamati dal pattugliamento, in quanto ciò sarebbe una azione rivelatrice.
c) Nessuna nave mercantile deve cadere in mano tedesca. Le navi dei porti del Nord, se possibile, dovrebbero dirigere a sud della linea Venezia–Livorno. Come ultima risorsa dovrebbero autoaffondarsi. Tutte le navi devono essere pronte a salpare per porti designati dal Comandante in Capo del Mediterraneo.
d) Non deve essere permesso alle Forze tedesche di impossessarsi delle difese costiere italiane.
e) Devono essere predisposte idonee misure da attuare al momento opportuno perché le Forze italiane nei Balcani dirigano verso la costa in previsione di un loro rientro in Italia a cura delle Nazioni Unite.

3) Per la difesa di Roma, alla quale dovrà partecipare una Divisione Aviotrasportata Alleata (probabilmente rinforzata) saranno completati i piani dettagliati e completata la preparazione preliminare, che comprenderà quanto segue:
a) Dovrà essere garantita la disponibilità di tre aeroporti chiave vicino a Roma.
b) Verranno prese misure preparatorie per assicurare che tutte le principali strade verso Roma possano essere catturate e bloccate nel minor tempo possibile.
c) Verranno attuati gli ausili alla navigazione degli aerei trasporto truppe alleate concordati in precedenza.
d) Dovranno essere prese tutte le misure necessarie ad assicurare che non verrà aperto il fuoco contraerei sui velivoli da trasporto truppe. Nei limiti del possibile neutralizzare le stazioni tedesche di radiolocalizzazione.
e) Saranno prese disposizioni per i contatti tra il Comandante e lo Stato Maggiore, non appena la Divisione sarà a terra.
f) Saranno prese disposizioni per l’approvvigionamento di tutti i rifornimenti necessari alla Divisione aerotrasportata, ad eccezione delle munizioni (cibo, trasporti e possibilmente assistenza medica).
g) Saranno selezionati Gruppi da caccia delle Forze aeree italiane, per fornire assistenza nella difesa di Roma.

4. Tenuto conto della necessità di telecomunicazioni a lungo raggio che non possono essere effettuate con i mezzi attualmente a disposizione, dovranno essere predisposti “appuntamenti”, in luoghi e tempi stabiliti dal Comandante in Capo del Mediterraneo a mezzo di segnali di riconoscimento. Messaggi scritti cifrati saranno scambiati a mano per l’impiego di corriere ufficiale.

5. PROCLAMAZIONE:
Alle18,30 ora di Roma (18,30 ora B) del giorno X (il giorno X sarà comunicato successivamente ma solo poche ore prima), subito dopo l’annuncio del Comandante in Capo delle Forze Alleate della conclusione di un armistizio, annuncio che comincerà alle 18,15 ora di Roma, il maresciallo Badoglio proclamerà l’armistizio con ogni possibile mezzo di pubblica informazione, via trasmissione radio, con comunicati alla stampa ed al corpo diplomatico e via telefono e telegrafo a tutti gli Enti governativi italiani e alle Forze Armate italiane. Nel proclama saranno inclusi gli ordini alle Forze Armate italiane e al popolo affinché cessino tutte le forme di resistenza alle Forze Armate delle Nazioni Unite. Nello stesso tempo saranno date istruzioni di resistere e di ostacolare in ogni modo le operazioni delle Forze tedesche finché queste rimarranno sul suolo italiano.

6) MISURE POST-PROCLAMAZIONE:
A partire dalle 18,30 Roma (18,30 ora B) del giorno X devono essere prese, nel più breve tempo possibile, le seguenti misure:
a) Cessazione del lavoro di tutto il personale impegnato in operazioni che facilitino la manutenzione, il movimento e/o le operazioni delle Forze Armate tedesche.
b) Per quanto più possibile, paralisi di tutti i movimenti in Italia delle Forze tedesche, specialmente nelle aree specificate al sottoparagrafo d), con i seguenti mezzi:
1) Attacchi diretti al Quartier Generale e ai Posti di Comando delle organizzazioni militari tedesche.
2) Interruzione delle Comunicazioni tedesche (telefono e telegrafo, strade e ferrovie).
3) Distruzione mediante sabotaggio o altri mezzi dei veicoli da trasporto motorizzati nemici.
4) Imboscati ad auto dei Comandi, portaordini e trasporti in generale.
c) Distruzione di aerei tedeschi, depositi di carburanti, lubrificanti, munizioni, ecc. specialmente nelle aree al sottoparagrafo d) ed attorno a Foggia.
d) 1) Area di Roma
a) Cattura di tutte le vie di comunicazione che passano per la periferia della città per prevenire che i tedeschi le occupino o muovano attraverso esse.
b) Attacco diretto al Quartier Generale tedesco a Frascati.
c) Difesa aerea della Città.
2) Area di Spezia
Massima copertura per la partenza della flotta.
3) Tra Roma e Napoli [Napoli = lala comprensibile zona di sbarco]
Interferire quanto più possibile con i movimenti delle Divisioni tedesche dislocate tra Roma e Napoli.
4) Napoli [come al 3) – N.d.A.]
Prevenire la distruzione del porto e del naviglio e tenere l’area portuale se possibile.
5) Taranto
Impadronirsi del porto e tenerlo per l’ingresso delle Forze delle Nazioni Unite.
6) Bari e Brindisi
Come per Taranto, ma con priorità a Taranto.
7) Calabria
Isolare le forze tedesche che si trovano nella punta dell’Italia, bloccando le comunicazioni stradali e ferroviarie (3).

Oltre a queste richieste di carattere militare,, era richiesto al Governo italiano di provvedere, al momento dell’entrata in vigore dell’armistizio, per la lettura di un radiomessaggio trasmesso da un membro del Governo da una stazione italiana. Era inoltre specificato che “Almeno un membro del governo” avrebbe dovuto “parlare alla radio”, e si sollecitava per la “trasmissione di informazioni dal Vaticano”.
Quella stessa sera del 5 settembre il generale Sandalli e l’ammiraglio de Courten, rispettivamente ministri e Capi di Stato Maggiore dell’Aeronautica e della Marina, ricevettero dal Comando Supremo copia dei documenti ricevuti dagli Alleati ed inviati a Roma dal generale Castellano. Di essi, particolarmente significativi per l’Aeronautica e per la Marina, erano quelli che contemplavano le disposizioni relative agli sbarchi aerei e navali anglo-americani nella zona della Capitale, nel giorno in cui doveva entrare in vigore l’armistizio, e le norme relative al trasferimento delle navi (promemoria “Dick”) e degli aerei (promemoria “Cannon”) nelle basi alleate dell’Africa Settentrionale.
E’ quasi unitile dire, visto poi come andarono le cose, con lo squagliamento generale dei capi e il successivo sbandamento delle truppe (episodi veramente squallidi), che la memoria di Alexander, non appena pervenuta al Comando Supremo, fece venire le convulsioni nell’ambito dei membri del Governo e delle Forze Armate italiane, che cominciarono ad avanzare timori problemi di ogni genere.
Come si vede dalla lettura della memoria di Alexander, oltre a ribadire la grande importanza che avevano, per i piani degli Alleati, i porti dell’Italia meridionale, in particolare quello di Napoli, e l’aeroporto di Foggia, ed il sostegno che sarebbe stato dato alla difesa di Roma con la divisione aviotrasportata statunitense rinforzata, si trattava di ottemperare a direttive essenziali assegnate alle Regie Forze Armate. Direttive che, vista la complessità delle richieste che si chiedevano agli italiani e sottovalutando, evidentemente, la reazione tedesca, c’è da chiedersi se gli anglo–americani, e lo stesso Castellano che partecipò ai dettagli finali – e che con iniziativa personale aveva richiesto e ottenuto dagli Alleati l’impiego di una divisione per partecipare alla difesa di Roma – si fossero resi conto che il nuovo alleato difficilmente sarebbe stato in grado di aderirvi.
Per riuscire nell’impresa, che avrebbe potuto cambiare il tragico corso degli eventi dell’8 settembre, occorreva che le Regie Forze Armate assumessero un deciso atteggiamento offensivo contro i tedeschi, da attuare immediatamente dopo l’annuncio dell’armistizio.
Ma per portare a compimento una simile impresa, di difficilissima attuazione stanti le condizioni morali e materiali delle Forze Armate italiane, sarebbe occorso che gli ordini, specialmente quelli del Comando Supremo, oltre ad essere diramati tempestivamente, non vi fosse stata l’eccessiva ossessione di mantenere il segreto con i comandi in sottordine. Occorre però dire che anche gli Alleati contribuirono a questa situazione, perché si raccomandarono presso Castellano che il segreto dell’armistizio fosse ristretto il più possibile. Loro però, nel frattempo, mandavano avanti i loro piani, mettendo in moto tutti i comandi che avrebbero dovuto portare a Roma, oltre agli uomini e alle armi della 82^ Divisione Aviotrasportata statunitense, 16 carri armati e 100 cannoni anticarro, anch’essi statunitensi, da sbarcare alla foce del tevere, con un piccolo convoglio di navi da sbarco partito la sera del 3 settembre da Diserta. Era anche in preparazione il trasferimento nell’aeroporto di Ciampino di 100 velivoli da caccia, del tipo Spitfire (britannici) e P. 40 (statunitensi), accompagnati da velivoli da trasporto con il personale destinato ad assicurare i collegamenti, incluse due stazioni mobili radar.
Da parte italiana la compilazione e la diramazione degli ordini per fronteggiare la minaccia tedesca, a differenza di quanto è stato sempre sostenuto (più avanti lo spiegheremo) fu alquanto celere. Dopo la traduzione dei documenti dell’armistizio, che si protrasse nel corso della notte, già verso mezzogiorno del 6 settembre, il Comando Supremo fu in grado di far pervenire ai tre Capi di Stato Maggiore il lunghissimo “Promemoria n. 1”, che poi fu seguito sempre nel corso della giornata dal “Promemoria n. 2”.
Nella premessa, il “Promemoria n. 1”, che contemplava le disposizioni da attuare nei territori metropolitani, iniziava affermando:

“La presente memoria, riguarda il caso che forze germaniche intraprendano in iniziativa atti di ostilità contro gli organi di governo e le forze armate italiane, in misura e con modalità tali da rendere manifesto che non si tratti di episodi locali, dovuti all’azione di qualche irresponsabile, bensì di azione collettiva ordinata.
Tali atti possono consistere in occupazione di comandi, centrali di collegamento, stazioni ferroviarie, porti aeroporti, ecc. interruzione delle trasmissioni - disarmo di guardie - accerchiamento di reparti ed intimazione di resa - azione bellica vere e proprie – ecc.”

In base a questa prevedibile aggressione tedesca, per le tre Forze Armate si indicavano le misure per farvi fonte reagendo energicamente. Le omettiamo, per non allungare questo articolo, in quanto le misure difensive, sono abbastanza conosciute
Infine, il Promemoria n. 1 si concludeva con questa raccomandazioni:

“Le direttive di cui al presente promemoria verranno attuate in seguito a dira-mazioni del seguente dispaccio in chiaro diretto ai tre Capi di Stato Maggiore, oppure di iniziativa, qualora i collegamenti siano interrotti e si verifichino le circostanze di cui al numero uno.

“Attuate misure di ordine di pubblico promemoria n. 1 - Comando Supremo”

Della presente memoria che deve essere restituita al latore, ogni Capo di Stato Maggiore delle FF.AA. può prendere gli appunti ritenuti indispensabili, che terrà gelosamente custoditi sulla propria persona o in cassaforte.
Gli ordini relativi alla presente memoria debbono essere impartiti solo verbalmente, norma che vale per tutti i Comandi in sottordine. Le predisposizioni che, per necessità di cose, dovranno prendere gli enti esecutivi devono essere motivate come preparativi per il caso di attacco anglo-americano.Le predisposizioni da prendere sono di assoluta urgenza.
Si tenga ben presente che azioni slegate e sporadiche sono di nessun rendimento, ma che occorre invece coordinamento e preparazione minuta.”

A differenza del Promemoria n. 1, che era alquanto chiaro per quanto riguardava l’atteggiamento da tenere contro i tedeschi nella penisola italiana, e che specificava le misure da prendere erano “di assoluta urgenza”, il Promemoria n. 2, destinato ai Comandi nei Balcani e in Egeo, era indubbiamente un documento dal contenuto alquanto controverso. Infatti, mentre nei territori dei Balcani e di Creta, in cui si tendeva a ridurre l’occupazione militare italiana, erano escluse azioni offensive contro i tedeschi, a meno che questi ultimi non avessero assunto un atteggiamento aggressivo, per i possedimenti dell’Egeo le direttive erano alquanto ambigue. Vi era prescritto di assumere un contegno sostanzialmente offensivo, ordinando il disarmo delle truppe tedesche, qualora però fosse stato previsto che queste ultime avrebbero avuto intenzione di commettere atti di forza contro i presidi italiani.
Per le scarse forze navali presenti in quelle zone, era prescritto il rientro in Patria, o di rifugiarsi nei porti dell’Egeo, che era previsto dovesse rimanere in mani italiana o auto-distruggersi.
Nel frattempo, lo Stato Maggiore dell’Esercito integrava con norme complementari e chiarificatrici, in particolare quelle riguardanti le disposizioni per l’azione di concorso con la Marina e con l’Aeronautica, le direttive, antitedesche, già impartite con la Memoria 44 Op.. Lo stesso 6 settembre fu infatti diramata la Memoria 45 Op., che raggiunse i più lontani Comandi entro la sera del 7 settembre.
la Commissione d’Inchiesta per la difesa di Roma, nella sua relazione, trascritta nel dopoguerra dopo processi alquanto annacquati (allora conveniva a tutti), ha sostenuto che i Promemoria n. 1 e n. 2 “giunsero solo all’ultimo momento, perché il Comando Supremo aveva prestato eccessiva fede alla notizia che l’armistizio non sarebbe stato dichiarato prima del 12 settembre ed anche perché il Generale Rossi, anch’egli ossessionato dalla preoccupazione di conservare il segreto, aveva ritardato la loro diramazione”.
Ora, sapendo che soltanto la sera del 5 settembre il generale Castellano aveva potuto far pervenire al Comando Supremo i dettagli di indole militare e le richieste alleate, che in parte venivano conosciute per la prima volta, è da supporre che la compilazione e la diramazione degli ordini operativi, risultato di un’attività frenetica prolungatasi tutta la notte del 5 e per gran parte del mattino successivo, fosse stata, in realtà, alquanto celere; anche perché si trattò di consultare attentamente ogni foglio ed ogni dettaglio dei documenti anglo-americani (in particolare i promemoria Alexander, Cannon e Dick, rispettivamente riguardanti le richieste che si chiedevano all’Esercito, all’Aeronautica e alla Marina italiana), dopo che erano stati portati alla visione del maresciallo Badoglio: Vi fu poi la necessità di elaborare nelle restanti poche ore le bozze del Promemoria n. 1, prima di arrivare al testo definitivo, approvato da Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, e forse dello stesso Capo del Governo, maresciallo Badoglio.
Altrettanto laboriosa e tempestiva fu certamente anche la compilazione del Promemoria n. 2, che però ebbe un percorso più travagliato, essendo stata trasmesso per corriere, e arrivò a destinazione nella giornata del 7, quando gli avvenimenti stavano già assumendo una situazione allarmante, con i convogli degli Alleati avvistati dalla ricognizione aerea tedesca fin dal mattino nella zona di Ustica, diretti verso le spiagge della Campania. Indice che l’Armistizio era imminente, e da tutti a Roma compreso.
Nello stesso tempo, il generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale (Comando Supremo), preparò un documento da far pervenire con urgenza al generale Castellano, che si trovava ad Algeri, presso il Comando del generale Eisenhower. Documento, da me scoperto nell’Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito, nelle carte di Castellano, ed anch’esso scarsamente conosciuto, sebbene lo abbia inserito, in forma originale, nel mio citato articolo del Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare di giugno 1993.
Il fatto che un importante Promemoria del Comando Supremo, contenente controproposte da avanzare agli anglo-americani, fosse stato consegnato al generale Castellano il 7 settembre, fu uno degli elementi accertati dalla Commissione d’Inchiesta per la mancata difesa di Roma; essa, tuttavia, non fu in grado di conoscere il contenuto di quel documento, perché il generale Castellano, interrogato al riguardo, si mostrò molto vago, trincerandosi con il non ricordo.
Nondimeno, la Commissione d’Inchiesta ricavò il sospetto “che fin dal mattino del 6 il Comando Suprema sapeva che lo sbarco sarebbe avvenuto nella zona Salerno-Napoli”.
Ne è prova inconfutabile quanto riportato dall’allora Ministro della Marina, ammiraglio de Courten, nel suo inedito “Appunto tracciato a Brindisi il 10-IX-43”, in cui egli sostiene che fin dal pomeriggio del 3 settembre era stato informato, dal Capo del Governo, assieme agli altri Capi di Stato Maggiore delle tre Forze Armate, dell’intendimento degli alleati di iniziare l’invasione dell’Italia meridionale con un piccolo sbarco in Calabria, seguito da quello di “6 divisioni... vicino a Napoli” e dall’aviosbarco di una divisione paracadutisti nei pressi di Roma .
Dobbiamo pertanto supporre che l’importante notizia sia stata trasmessa a Roma dal generale Castellano, il quale doveva essere stato informato degli intendimenti anglo-americani per informazione confidenziale, se non addirittura ufficiale, riferitagli da qualche personalità alleata, forse dallo stesso generale Bedell-Smith, che aveva firmato l’armistizio a nome del generale Eisenhower. Smith ha giurato in più occasioni di non aver riferito nulla sugli obiettivi dell’operazione “Avalanche” (lo sbarco a Salerno); ma questo, evidentemente, faceva parte del gioco, ossia di quell’accordo segreto, concordato con Castellano a Cassibile il 31 agosto, e che era stato portato alla conoscenza del Comando Supremo e all’approvazione del Capo del Governo italiano, prima di autorizzare la firma dell’armistizio, che si verificò, come è noto, nel pomeriggio del 3 settembre, dopo che il maresciallo Badoglio, lo ripeto, aveva informato i Capi militari.
Al riguardo, è importante la testimonianza del generale Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che nel suo libro “L’Italia tradita. Dall’armistizio alla pece”, sostenne presso la Commissione d’Inchiesta:
“La notizia dello sbarco nella zona Napoli-Salerno era stata portata a Roma il giorno 5 settembre precisamente dal maggiore Marchesi, che la aveva avuta da Castellano, il quale, ovviamente, non poteva averla avuta che da Smith o dal suo entourage”.
Naturalmente, essendo vincolato dal segreto, il maggiore Marchesi ha sempre smentito questa tesi, considerandola falsa.
Dell’accordo segreto, ancora oggi non ne conosciamo i contenuti.
Ma andiamo per ordine e vediamo come si avviò alla stesura del promemoria di Ambrosio, che poi fu inviato a Castellano tramite il colonnello di Stato Maggiore De Carli. Questi, nel pomeriggio del 6 settembre, assieme ad altri 12 ufficiali delle tre armi destinati a costituire, sotto gli ordini di Castellano, la Missione Militare italiana presso il Comando Alleato di Algeri, si imbarcò a Gaeta sulla corvetta IBIS, per poi essere prelevato, prima di raggiungere Biserta, da una piccola nave britannica, che aveva a bordo due ufficiali statunitensi. Si trattava del generale Taylor e del colonnello Gardiner, della 82^ Divisione Aviotrasportata, che invece si recavano a Roma per coordinare l’arrivo dei paracadutisti statunitensi, giungendovi la sera del 7 settembre, portando la notizia che l’indomani 8 era il giorno dell’armistizio.
E’ penoso, a questo punto, ricordare quan

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

(Segue)

E’ penoso, a questo punto, ricordare quanti squallidi personaggi legati a quegli avvenimenti, più o meno gallonati, si siano dedicati, legati l’uno all’altro, a negare nel corso degli anni (nessuno sapeva nulla), traendo in inganno l’opinione pubblica italiana, per fare il loro gioco, che consisteva nel giustificare o nascondere il loro discutibile comportamento. Chi allora si azzardava ad avere dei dubbi, affermando che la data dell’armistizio era conosciuta, che la zona di sbarco del Golfo di Salerno lo era altrettanto, rischiava il processo per diffamazione, e forse la galera.
Tra i documenti del Comando Supremo fatti pervenire il 7 settembre 1943 al generale Castellano tramite il colonnello Paolo De Carli, che guidò la Missione Militare Italiana da costituire presso il Comando degli Alleati ad Algeri, vi era un promemoria che conteneva le contromisure italiane da avanzare agli anglo-americani Queste richieste, sono state presentate come segue in un’opera ufficiale dell’Esercito statunitense:

Vi erano tre proposte relativamente di minore importanza – una modificazione del testo del contemporaneo annuncio dell’armistizio da parte di Badoglio; una richiesta perché venisse permesso alla flotta italiana di portarsi in Sardegna piuttosto che a Malta; e una richiesta che il massimo supporto aereo venisse inviato negli aeroporti di Roma immediatamente dopo l’annuncio dell’armistizio. Ma un quarto punto era più importante: gli italiani desideravano che l’operazione di aviosbarco venisse eseguita due giorni dopo lo sbarco principale piuttosto che nello stesso tempo.

Il “Promemoria per il Generale Castellano” – protocollato in arrivo con il numero 16 Segr: Op. – era in realtà di natura ben più complessa di qualla accennata dagli storici statunitensi. Secondo il colonnello Adelmo Pedersani, nominato da Castellano Capo di Stato Maggiore della Missione Militare Italiana, esso era stato preparato dal Comando Supremo nel timore che la flotta italiana non avrebbe ottemperato “all’ordine di trasferirsi nei porti alleati e che preferisca autoaffondarsi”).
L’originale del “Promemoria per il Generale Castellano”, riporta quanto segue :


1°) – Nei riguardi della flotta, nelle conversazioni preliminari, era stato considerato il trasferimento delle nostre navi da guerra nei porti di Cagliari e La Maddalena.

Questo argomento è molto importante perché, in vista di un possibile futuro impiego delle nostre unità da guerra è comune interesse evitare in modo assoluto il pericolo di sbandamenti.
E’ necessario insistere per questa soluzione, considerando che, data la situazione morale dei nostri equipaggi, vi è la possibilità che la flotta si rifiuti all’ordine di dirigersi ai porti avversari.

2°) – I lineamenti generali dell’operazione prevedono che l’aviosbarco avvenga contemporaneamente allo sbarco principale da mare nella zona Salerno – Napoli [il sottolineato è nostro per far riflettere il lettore].
Sarebbe preferibile che lo sbarco principale precedesse di almeno due giorni l’aviosbarco della divisione paracadutisti allo scopo di attirare nella zona Salerno-Napoli le forze tedesche che attualmente sono tra Roma e Napoli e quindi a portata della Capitale.
Infatti, dato l’interesse tedesco a non impegnarsi a fondo nell’Italia meridionale è evidente che non appena avuto sentore dell’aviosbarco nella zona di Roma il comando tedesco richiamerebbe le sue truppe per opporsi all’aviosbarco stesso, di cui non conosce la portata. Conseguentemenete tutta l’azione intorno a Roma sarebbe fortemente ostacolata dai tedeschi.
Il giorno X starebbe sempre ad indicare il giorno dell’aviiosbarco e dell’armistizio che, ove fosse accolta la proposta di cui sopra, dovrebbe essere posticipato di almeno due giorni rispetto al previsto.
In quei due giorni si farebbe in modo di non far intervenire la nostra flotta purchè fosse in mare un gruppo anglo-americano di forza maggiore; e questo per giustificare il non intervento di fronte ai tedeschi.

[Collegando l’ultima frase con quanto scritto dall’ammiraglio de Courten nella sua Relazione e nelle sue Memorie, circa l’ordine impartito all’ammiraglio Bergamini di prepararsi a salpare il mattino dell’8 settembre per affrontare con le Forze Navali da Battaglia la flotta nemica a Salerno, vi renderete conto della insopportabile bugia espressa dell’ex Ministro della Marina]

3°) – Tener presente che, qualora cattive condizioni del mare imponessero di ritardare lo sbarco è indispensabile che ce ne sia dato tempestivo avviso.

4°) – Per abbreviare il periodo iniziale di crisi è necessario cercare di ottenere che l’eventuale sbarco della divisione corazzata previsto ad Ostia per il settimo giorno, venga anticipato.
5°) – Cercare, se possibile, di sapere dove sarà effettuato il grosso sbarco successivo (di nove divisioni) e consigliare di farlo quanto più possibile a nord di Roma.

6°) – Lo scarso naviglio mercantile rimastoci è indispensabile per le nostre necessità di trasporto; è quindi necessario ottenere che le navi siano avviate solo nei porti del continente a sud Ancona-Livorno.

7°) – E’ necessario insistere perché subito dopo la proclamazione dell’Armistizio l’aviazione anglo-americana trasferisca nella penisola la maggior quantità possibile di forze per proteggerci dall’offesa aerea tedesca.

8°) – Allegate due copie del proclama Badoglio, una delle quali firmate. Quest’ultima viene inviata per il caso ne fosse fatta esplicità richiesta ed è opportuno che, in tal caso, sia consegnata il più tardi possibile: il giorno X-1.

9°) – Qualora vi siano dei reparti italiani catturati nelle attuali operazioni in Calabria, è opportuno che essi non vengano smembrati perché conservando la loro fisionomia organica potranno più facilmente essere reimpiegabili.

10°) – Per quanto riguarda la propaganda, non è possibile inviare una personalità adatta per fare il commento al proclama del Maresciallo Badoglio.
La personalità richiesta potrebbe essere scelta in Sicilia e si indicano come addetti allo scopo i seguenti, residenti a Palermo: avv. Sangiorgi, avv. Orlando (fratello di V.E. Orlando) e avv. La Loggia. Quest’ultimo si segnala come particolarmente indicato.
Al pari non è possibile l’invio di una personalità idonea per la propaganda alle masse operaie.
Su questo punto è più opportuno che provveda direttamente il Comando Alleato.

11°) – Per semplificazione della successiva organizzazione di Comando è stato disposto lo scioglimento del Comando Gruppo Armate Sud.

12°) – La divisione “PICENO” è comandata dal Generale CORONATI.

li, 6 Settembre 1943

NOTA: Si richiama l’attenzione sulla particolare importanza dell’argomento trattato nel n. 1.”

Questo Promemoria del generale Ambrosio, prova sostanzialmente quanto il generale Carboni aveva rivelato pubblicando la Nota attribuita al Comando Supremo. Nota che il Comandante del Corpo Motocorazzato, adibito alla difesa di Roma, ricevette la sera del 6 settembre, e in cui, come abbiamo visto, si parlava di uno “sbarco principale” degli Alleati che si sarebbe verificato all’atto dell’armistizio, con l’impiego di sei divisioni, nella “zona Salerno-Napoli”. Questa rivelazione, considerata apocrifa da taluni personaggi dell’8 settembre, come Ambrosio, Rossi, Roatta e Castellano, e rinnegata anche dal maggiore degli alpini Briatore che, secondo Carboni era stato inviato da Castellano, con la corvetta Ibis, per presentargli quel documento, appare oggi sotto una nuova luce. Essa dimostra, ormai senza ombra di dubbio, che Carboni aveva ragione sull’obiettivo di Salerno e che pertanto gli Alti Comandi italiani, piaccia o no, ne erano stati informati.
Ma, tornando al Promemoria inviato da Ambrosio a Castellano, in cui al primo paragrafo troviamo la rinnovata richiesta di permettere alle navi italiane di restare in Patria, nei porti della Sardegna, occorre dire che vi sono in esso tutt’ora argomenti che andrebbero approfonditi, sulla scorta di nuovi e forse introvabili documenti.
Vi si accenna infatti che il giorno X, che Castellano prevedeva si sarebbe verificato intorno al giorno 12 settembre, avrebbe dovuto essere postecipato di un paio di giorni, in modo da arrivare al giorno 15, che era la data in cui, secondo quanto prevedevano i Comandi italiani, ultimati i preparativi militari per la difesa della Capitale, avrebbe dovuto iniziare l’attacco contro i tedeschi.
Vi era richiesto di anticipare l’eventuale sbarco di una divisione corazzata Alleata previsto nella zona di Ostia per il settimo giorno e, quindi, evidentemente, si trattava del giorno X+7. Questo riferimento è molto strano perché Castellano ha affermato che la richiesta di poter ottenere una divisione corazzata da sbarcare ad Ostia era stata respinta dal Comando degli anglo-americani, e nelle successive discussioni di Cassibile del 3-5 settembre, era stato concesso soltanto l’avviò alla foce del Tevere di cento cannoni anticarro e di tre plotoni di carri armati.
Inoltre nel Promemoria si chiedeva di poter conoscere dove sarebbe avvenuto un grosso sbarco successivo a quello di Salerno, con l’impiego di ben nove divisioni alleate. Sommandole alle sei che si riteneva sarebbero sbarcate a Salerno, si raggiungeva il totale di quindici divisioni segnalato a Roma da Castellano, mentre in realtà sappiamo che si era trattato di un autentico “bluff” di Bedell-Smith, per costringere gli italiani a firmare l’armistizio prima dello sbarco a Salerno; un “bluff” in cui Castellano era cascato in pieno, riportando a Roma informazioni fasulle che, facendo ritenere al Comando Supremo esservi tutto il tempo necessario per far arrivare dal nord i rinforzi già in marcia, avevano fatto ben sperare per la difesa della Capitale e dell’intera Italia centrale, con l’appoggio di forze che gli Alleati assolutamente non disponevano.
Si tratto pertanto di un’illusione, che poi condusse a gravi preoccupazioni quando, la sera del 5 settembre, il maggiore Marchesi portò a Roma, da Cassibile, i documenti armistiziali e di carattere operativo, in cui, praticamente, si chiedevano ai Comandi italiani di resistere alla pressione delle temute forze tedesche, soltanto con l’appoggio terrestre della 82^ Divisione Aviotrasportata statunitense. Di qui l’incertezza e lo stato di panico che si sarebbe insinuato nell’ambito della Corte, del Governo e, in modo ancora più deleterio, tra i principali Capi militari, che avrebbero dovuto disporre di maggiore fiducia e di maggiore energia per tenere in pugno la situazione.
Infine, tra le tante lagnanze, deleterio era dal punto di vista politico il rifiuto fatto alla richiesta degli Alleati di far commentare, da Palermo, il proclama di armistizio del maresciallo Badoglio, ad un alta personalità, che gli alleati avrebbero voluto fosse il generale Ambrosio. Venivano invece indicati, in alternativa, personaggi di ripiego che, per la loro scarsa importanza politica e per scarso carisma, avrebbero avuto ben poco da dire per essere ascoltati con la dovuta attenzione dal Popolo italiano.
Ma vediamo ora cosa accadde ad Algeri la sera del 7 settembre, quando il generale Castellano. avendo ricevuto il promemoria del Comando Supremo dal colonnello De Carli, si recò subito a conferire con Eisenhower.
Riferiscono gli storici del Pentagono, che “il Comandante alleato apportò una modifica alla dicitura dell’ultimo paragrafo del proclama di Badoglio per incoraggiare l’opposizione militare italiana ai tedeschi “ (proclama che, come sappiamo, era stato allegato al promemoria del Comando Supremo), ed assicurò che, dopo lo sbarco a Salerno, sarebbe stato fornito il massimo dell’appoggio nella zona di Roma. E questo era indubbiamente un elemento molto importante per la difesa della Capitale italiana, e per tagliare i rifornimenti alle divisioni tedesche dislocate in Campania.
Tuttavia Eisenhower si rifiutò di prendere in considerazione le altre richieste italiane; in particolare quelle sulla questione della flotta e sulla data dell’annuncio dell’armistizio, perché “Esse”, come ha scritto Castellano, “erano state oggetto di discussioni ed erano state definite a Cassibile prima della firma dell’armistizio”.
I risultati del colloquio tra il Comandante in Capo delle Forze Alleate e il Capo della Missione Militare Italiana, che taluni storici - evidentemente scettici o male informati - hanno ipotizzato non ci fosse mai stato (tra essi Vanna Vailati), furono poi trasmessi a Roma con i seguenti due successivi messaggi, aventi n. di protocollo, della Missione Militare italiana, 7/1 Op. e 24 Op.:

Riferimento promemoria est impossibile da parte comando alleato aderire desiderato circa flotta perché opinione pubblica anglo-americana non accetterebbe alcun compromesso che possa anche opportunamente diminuire la totalità della accettazione delle condizioni stop Parte flotta andrà però porti Sicilia stop Occorre assicurare partenza intera flotta guerra et mercantile onde evitare cattura stop Argomento est ritenuto di capitale importanza stop.
Circa numero due promemoria non est possibile mutare piani operativi per assoluta imminenza operazioni et date già stabilite stop Generale Eisenhower non condivide preoccupazioni espresse nel capoverso in questione.

Prima ancora di questa doccia fredda – che a Roma avrebbe fatto crollare ogni residua speranza di ottenere il consenso di concentrare la flotta alla Maddalena, sottraendola agli obblighi armistiziali che le imponevano di raggiungere i porti anglo-americani, oltre a deludere le aspettative per guadagnare il tempo necessario per completare le misure militari, perché gli Alleati non avevano alcuna intenzione di cambiare i loro piani già in attuazione – Castellano aveva affrontato con Eisenhower la questione del trasferimento del Re in Sardegna.
Al riguardo, come abbiamo già riferito nel nostro saggio del giugno 1993, il generale Ambrosio, sempre tramite il colonnello de Carli, aveva spedito al Capo della Missione Militare Italiana nuove istruzioni, sottoforma del seguente promemoria:


“Sua Maestà il Re, con il Governo, vuole trasferirsi tempestivamente in Sardegna ed evitare il bombardamento di Roma.
Sarebbe desiderabile, solo per detto motivo, conoscere con 24 ore di anticipo il giorno X onde effettuare con più sicurezza il viaggio di notte.
La Squadra di Spezia proteggerà cola Sua Maestà il Re ed il Governo responsabile.”

Come si vede, la partenza di Vittorio Emanuele III e del suo seguito era stata già decisa, e gli italiani tentavano in tutti i modi di poter conoscere la data esatta in cui sarebbe stato preannunciato l’armistizio, non solo per la sicurezza del Sovrano, che continuavano ad insistere sarebbe stato protetto dalla Forza Navale da Battaglia di La Spezia, ma anche per averne un’idea certa in vista dei loro preparativi militari.
Testimoniando alla Commissione d’Inchiesta, il generale Castellano raccontò. Non appena ricevuto quel promemoria “Mi recai subito dal generale Eisenhower il quale alla mia richiesta scoppiò a ridere”. E l’interprete Montanari, che accompagnava Castellano, quando vide ridere il Comandante in Capo Alleato, aggiunse:

"Intuendo qualcosa, domandai molto commosso se era per il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio. Eisenhower non rispose ma dal suo atteggiamento comprendemmo che era così. Telegrafammo subito a Roma segnalando che era urgente preparare la partenza del Sovrano. Ciò avveniva verso le 19 del 7/IX. “

Il testo del messaggio, con numero di protocollo della Missione Militare Italiana n. 25/1 Op., che era stato compilato personalmente dal generale Castellano, era il seguente:

“Comandante in Capo condivide intenzioni espresse alta personalità circa trasferimento in Sardegna alt Concede uso nostro incrociatore con scorta quattro cacciatorpediniere stop Prega tenermi subito pronto a partire data assoluta imminenza operazioni stop Non può aderire preavviso ventiquattr’ore stop Giorno X sarà reso noto prima di mezzogiorno stop Desidera conoscere subito ora et località partenza, rotta, nome delle navi porto approdo, tempo della traversata onde provvedere protezione stop Segue altro telegramma stop”

Il messaggio di Castellano, che precisava chiaramente non esserci più tempo per concedere le ventiquattr’ore di preavviso per l’allontanamento del Re e del Governo per trasferirsi da Roma in Sardegna, dovette sollevare al Comando Supremo, ed in particolare nel generale Rossi che sostituiva Ambrosio, che si era recato a Torino presso la famiglia, notevoli perplessità. Esso, infatti, era reso ancora più allarmante dal fatto che, generando la certezza che il giorno X dello sbarco alleato, e quindi della proclamazione dell’armistizio, sarebbe stato notificato – come avevano stabilito gli Alleati – prima di mezzogiorno dell’indomani, 8 settembre; perché altrimenti, ha acutamente osservato Ruggero Zangrandi, “se si fosse trattato del 9 o del 10, o addirittura del 12, le ventiquattr’ore di tempo per il preavviso del Re ci sarebbero state”.
Sull’allarme generato da questa possibilissima ipotesi, che nel frattempo, come vedremo, veniva anche confermata, all’arrivo a Roma, dal generale Taylor, il generale Francesco Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore Generale, è stato alquanto generico e riservato su un avvenimento di così grande importanza, dal momento che ha scritto:

“Nella mattinata del 7 deve [sic] essere pervenuta al Comando Supremo una notizia di particolare importanza tale da indurmi a proporre telefonicamente ad Ambrosio a Torino a rientrare a Roma la sera del 7: quasi certamente codesta notizia riguardava l’arrivo di Taylor.”

E’ difficile sostenere che la ragione della telefonata di Rossi ad Ambrosio fosse stata determinata dall’arrivo a Roma del generale statunitense Taylor, dal momento che il Comando Alleato era stato molte esplicito nell’informare il Comando Supremo italiano fin dal giorno 5 settembre, trasmettendo, con il canale radio clandestino, che Taylor sarebbe arrivato “con vostro vapore la notte del 7-8 settembre. Naturalmente il “vostro vapore” era la corvetta Ibis, che, come sappiamo, era stata incaricata di trasportare la Missione Militare Italiana, e di prelevare l’ufficiale statunitense.
Dal momento che il generale Ambrosio era a conoscenza dell’arrivo di Taylor, per tenere i collegamenti all’atto dell’arrivo dei paracadutisti dell’82^ Divisione, è naturale ritenere che l’urgenza del suo rientro a Roma fosse stata originata da ben altri motivi. Forse Vittorio Emanuele III e Badoglio, sfumata per l’imminente armistizio la partenza per la Maddalena, e temendo per la loro incolumità, avevano cominciato ad agitarsi.
Da qui il susseguirsi degli avvenimenti che portarono il timoroso vecchio sovrano ad insistere per trasferirsi da Roma, perché, come riferì il Ministro della Real Casa duca Acquarone”, “il Re in mano dei tedeschi non ci voleva cascare”.
Quando la reazione tedesca, impossessandosi di Fiumicino, nella notte sul 9 tagliò la possibilità, per Vittorio Emanuele III e il suo seguito di ministri e di capi militari, di trasferirsi con due veloci motoscafi a Civitavecchia, dove alle 08.00 di quel giorno sarebbero arrivati i cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli per trasportarli alla Maddalena, il re e il suo seguito, anche perché ormai sapeva che la flotta, partendo dalla Spezia e da Genova, per consegnarsi agli Alleati, avrebbe dovuto saltare quel porto della Sardegna per trasferirsi a Bona, decise di tentare la strada per la Puglia. La famiglia reale, quasi al completo, e i Capi militari, raggiunsero in auto Pescara, e si imbarcarono frettolosamente ad Ortona sulla corvetta BAIONETTA, che poi avrebbe raggiunto Brindisi. Con ciò il sovrano, giustificandosi di aver voluto evitare il bombardamento di Roma da parte dei tedeschi e per guidare dalla nuova sede i destini della nazione, abbandonò Roma al suo destino e in conseguenza l’Italia tutta al disastro dell’8 settembre.

Francesco Mattesini


Per saperne di più: Francesco Mattesini, “La Marina e l’armistizio dell’8 Settembre”, tomo 1°, Testo, tomo 2°, Documenti, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 2002.

Scusate gli errore di ortografia o di sintassi, che sono dovuti alla fretta messa per la compilazione di questo articolo.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

ALTRA FAVOLA DA SFATARE DELL'8 SETTEMBRE

Nel mio articolo di oggi ho scritto:
Tra i documenti del Comando Supremo fatti pervenire il 7 settembre 1943 al generale Castellano tramite il colonnello Paolo De Carli, che guidò la Missione Militare Italiana da costituire presso il Comando degli Alleati ad Algeri, vi era un promemoria che conteneva le contromisure italiane da avanzare agli anglo-americani Queste richieste, sono state presentate come segue in un’opera ufficiale dell’Esercito statunitense:

“Vi erano tre proposte relativamente di minore importanza – una modificazione del testo del contemporaneo annuncio dell’armistizio da parte di Badoglio; una richiesta perché venisse permesso alla flotta italiana di portarsi in Sardegna piuttosto che a Malta; e una richiesta che il massimo supporto aereo venisse inviato negli aeroporti di Roma immediatamente dopo l’annuncio dell’armistizio. Ma un quarto punto era più importante: gli italiani desideravano che l’operazione di aviosbarco venisse eseguita due giorni dopo lo sbarco principale piuttosto che nello stesso tempo.”

Come è noto, il testo dell’annuncio dell’armistizio, letto alle 19.45 da Badoglio alla radio dell’EIAR, era il seguente:

“Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, Comandante in Capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accettata. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Questo proclama letto dal maresciallo Pietro Badoglio, considerato dagli storici e dai critici militari come un elemento di natura alquanto ambigua e sviante per una corretta interpretazione sul comportamento che gli italiani dovevano tenere nei confronti dei tedeschi (le critiche e le ironie al riguardo nel corso degli anni si sono sprecate), era stato compilato dal Comando Supremo in maniera alquanto dissimile nella sua ultima parte. Il proclama, rintracciato da Aga Rossi, era stato inviato al generale Eisenhower perché ne approvasse il testo, che però all’ultimo momento, come abbiamo visto, fu variato per iniziativa dello stesso Comandante in Capo alleato, il quale ne informò Roma nelle prime ore del mattino dell’8 settembre, trasmettendo un messaggio urgente.
Compilato dal Comando in Capo Alleato (in codice Drizle) alle ore 01.01, il messaggio (n. 41) fu trasmesso da Algeri alla stazione di ascolto del S.I.M. di Roma (in codice Monkey), che lo ricevette alle ore 04.45 nella seguente forma:

“Prego trasmettere il seguente a Monkey. “Il comandante in Capo per impedire qualsiasi possibilità di malintesi da parte delle nostre truppe che non sono ripeto non sono informate dei fatti chiede che l’ultimo paragrafo del Proclama sia cambiato in conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane di ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Seguirà un altro telegramma”.

Occorre dire che di questa dichiarazione dell’armistizio il generale Mario Roatta, che era la persona maggiormente interessata per la difesa di Roma, l’apprese in modo drastico, mentre trovandosi a Monterotondo, nel suo studio della Sede di Campagna dello Stato Maggiore dell’Esercito, era a colloquio con il generale Rudolf Toussaint, nuovo Addetto Militare germanico a Roma. Nell’occasione Roatta, mostrandosi sorpreso dalla notizia, che era stata portata ai due ufficiali dall’aiutante di campo di Toussaint, rimasto durante il colloquio in anticamera, negò decisamente che gli italiani avessero stabilito un armistizio con gli anglo-americani; ed affermò pertanto, che si trattava di una comunicazione falsa architettata dagli alleati per screditarli nei confronti dei tedeschi.
Mezz’ora dopo, alle 18.30 circa, quando l’annuncio dell’armistizio letto alla radio di Algeri da Eisenhower gli era stato confermato da un suo subalterno, il generale Roatta (che già conosceva i precedenti messaggi radio trasmessi da radio Cincinnati e poi da radio Londra), comprensibilmente sconvolto, telefonò a Toussaint – nel frattempo rientrato a Roma – per scusarsi. “Voi avete tutto il diritto di non credermi” - avrebbe detto il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito secondo quanto riferito dal generale Carboni che, tramite il S.I.M., teneva sotto controllo le linee telefoniche – ma io vi do la mia parola d’onore che mezz’ora fa quando ho detto che la notizia dell’armistizio era falsa ignoravo totalmente che essa invece fosse vera”.
Toussaint abbassò bruscamente la cornetta del telefono, senza fare commenti, ma subito dopo gli agenti del S.I.M. intercettarono una sua comunicazione telefonica con il generale Schurchant, a Berlino, al quale egli riferì, in modo sprezzante, che la “parola d’onore” di Roatta era una “parola d’onore italiana”
E’ una frase forte, che dovrebbe offendere ogni cittadino della nazione. Ma, diciamolo francamente, quella frase di sarcasmo e di disprezzo era per noi meritata, considerando le condizioni in cui, da nemici e non più da amici, lasciavamo i tedeschi a combattere da soli, proprio nel momento che dovevano fronteggiare l’attacco degli Alleati nell’Italia meridionale.
Ma è forse ancora più grave il fatto che nello stesso tempo, con il nostro comportamento supino e mediocre nel combattere il nuovo nemico, finimmo per offendere anche gli anglo-americani, che non ce lo avrebbero perdonato.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

non mi è chiaro nel precedente intervento di chi sia la responsabilità del famigerato testo, assai ambiguo nell'ultima frase e decisamente in contrasto con le istruzioni alleate di aprire apertamente le ostilità cobtro le forze tedesche in Italia.

Se ho capito bene si dice qui che la responsabilità è del comando alleato perchè le proprie truppe non erano state informate dell'armistizio.
La cosa mi sembra sinceramente irrazionale.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Ritengo che il telegramma, trasmesso da Castellano, (arrivato a Roma alle 04.45 dell’8 settembre), con cui veniva chiesto al Comando Supremo di cambiare, su richiesta di Eisenhower, l’ultima frase al proclama di Badoglio, sia piuttosto chiaro, e non abbisogni di altri commenti:

“Il comandante in Capo [Eisenhower] PER IMPEDIRE QUALSIASI POSSIBILITA’ DI MALINTESI DA PARTE DELLE NOSTRE TRUPPE [Italiane] CHE NON SONO RIPETO NON SONO INFORMATE DEI FATTI [ossia degli accordi dell’Armistizio che impegnano l’Italia a schierarsi con gli Alleati], chiede che l’ultimo paragrafo del proclama sia cambiato in “conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane di ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza [contro i tedeschi]”.

Indubbiamente questa aggiunta al testo del proclama si poteva fare in modo più chiaro. Ma Badoglio (sono costretto a difenderlo, e parecchi saranno scioccati), di questa modifica non ha alcuna colpa.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

E' possibile avere la precedente stesura del testo, quella che gli alleati chiesero e ottennero di cambiare?

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Il testo della dichiarazione dell’armistizio, come inizialmente era stato compilato dal Comando Supremo, non è stato rintracciato, e pertanto non ne conosciamo il contenuto.La copia,probabilmente, è rimasta agli Alleati (non esiste nelle carte di Castellano), mentre la minuta doveva trovarsi tra le carte dell’armistizio del Comando Supremo, che furono bruciate, per non farle cadere in mano ai tedeschi, il mattino del 9 settembre per ordine di Ambrosio; ordine dato al momento di lasciare frettolosamente la capitale al seguito del Re e di Badoglio, alle 05.00 del 9 settembre.

E' comunque indubbio, come molti storici e militari hanno scritto, che la frase reagire ad "eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza" (però compilata dagli Alleati), creò indecisioni che ebbero tragiche conseguenze.

Nonostante che, da poco prima della mezzanotte dell'8 settembre, fossero in corso combattimenti che si svolgevano ormai in tutta italia e nei Balcani, ma soprattutto nella zona meridionale della Capitale (impegnati "Granatieri di Sardegna" e i "Lancieri di Montebello"), e poi anche sulla Cassia (con l'"Ariete"), probabilmente, per assicurare al sovrano e al suo seguito un tranquillo trasferimento a Pescara (non vi è altra logica spiegazione), fu ritardata fino alle ore 07.15 del 9 settembre l'applicazione del "Promemoria n. 1" (reazione contro i tedeschi)che avrebbe dovuto entrare in vigore al momento dell'annuncio di Badoglio alla Nazione, alle 19.45 dell'8 settembre.

Nello stesso tempo, proprio mentre il Re partiva, Roatta ordinava al Corpo d'Armata Corazzato di Carboni di ripiegare su Tivoli, con la penosa motivazione di evitare di coinvolgere "citta e cittadinanza a gravi e sterili perdite". In realtà era stato già deciso di non difendere Roma, mentre con il controllo della strada consolare Tiburtina si proteggeva, nella zona di Tivoli, la fuga del Re.

Questo a fatto ipotizzare che ci fosse stato un tacito accordo con Kesselring, che non impartì alcun ordine per fermare la colonna di macchine del Sovrano (e quindi senza poi doversi giustificare nei confronti di Hitler per averlo fatto fuggire), e forse anche nei riguardi della liberazione di Mussolini.

Comunque la si metta, la fuga del Re è stata un disastro per la difesa di Roma, e per guidare, con la sua presenza e di quella dei Capi Militari nella Capitale, l'offensiva contro i tedeschi. Forse sarebbe stata sterile, ma almeno si doveva tentare.

Infine, come non ricordare che, dando le direttive al generale Castellano per le discussioni di Cassibile, Badoglio aveva scritto di suo pugno: "Restano a Roma il Re, il Principe ereditario, la Regina, il Governo, il corpo dipoplomatico".

Evidentemente, visto che la situazione poteva mettersi male, e per il sovrano rischiare di cadere nelle mani dei tedeschi, a partire dal 3 settembre fu deciso che il Re dovesse andare, con il suo seguito alla Maddalena, per mettersi sotto la protezione della flotta. Invece, gli Alleasti rifiutarono di coincedere alla flotta di andare alla Maddalena, e quegli augusti personaggi finirono per andare a Brindisi, umiliandosi presso gli Alleati, dal momento che per gli anglo-americani, che imponevano agli italiani le loro decisioni, essi non contavano più nulla.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

C'è una bella differenza fra un comandante che non se la sente di attaccare con la dovuta aggressività (potrei farne 100 esempi, basta leggere i rapporti di Supermarina), ed un comandante che abbandona la scorta di navi che doveva proteggere.

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

"Mi ricordo che le fregate della classe Scipione L'Africano il fatidico -8- settembre ,attarversarono lo stretto di Messina a 100 Km orari per consegnarsi nel porto di Malta,(lo stretto era già presidiato dagli alleati si fa per dire) ,ma meglio dimenticare tutto ,perché comunque la si metta il risultato fu di finire in fondo alla classifica generale ."

:D :D :D

Fregate classe Scipione?

100 km orari?

Attraversarono lo stretto?

Re: La Marina durante la crisi dal 25 luglio al 12 settembre1943

Leggo nel 3D di apertura: ...l’ordine di recarsi a La Maddalena dove avrebbe intenzione di comunicare alle unità dipendenti le condizioni di armistizio e le modalità di esecuzione....

Bergamini incredulo e forse dubbioso, ma comunque militare che esegue gli ordini, partì ma chiese che gli venisse fornita una copia delle condizioni armistiziali, ragione principale per la sosta a La Maddalena, dove avrebbe ricevuto il plico e ufficializzato agli equipaggi la situazione.

Nelle condizioni c'era anche la rotta da seguire, ossia ad ovest della Corsica , che Bergamini apprese per telefono prima della partenza e che seguì come ordinato, potendola poi verificare sulla carta.

Sappiamo però che La Maddalena fu occupata dai tedeschi poco prima dell'arrivo della squadra, che fece dietro front e che tra l'altro poteva manovrare in un corridoio preciso poichè il golfo dell'Asinara era minato.

Poco dopo sulla loro testa arrivò l'attacco dei Dornier tedeschi e la Roma fu affondata

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Ho riassunto velocemente e spero che la memoria non mi tradisca, poichè ho appreso questo e molto altro dalla viva voce del C.te Paolo figlio della MO Carlo, del quale ho avuto l'onore ed il privilegio di essere stato ospite l'anno scorso.

Saluti
DG