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Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Due testimonianze, una diretta, l'altra ufficiale (dal sito dell'Arma) a completamento della preziosa relazione pubblicata dal prof. Mattesini.

“A Porta San Paolo alcuni ufficiali e militari, assieme a civili, schierarono quattro o cinque obici residuati della guerra 1915-'18 ed attesero i tedeschi che sicuramente sarebbero arrivati.
Un capitano, che aveva la base in Trastevere, subito oltre il ponte Sublicio, comandante dei carristi, con in dotazione carri leggeri armati di sola mitragliatrice, chiamati "scatole di sardine", unitamente alle persone succitate, furono le uniche forze ad opporre la maggiore resistenza all'occupazione di Roma.
I tedeschi arrivarono in colonna corazzata con cannoni moderni e, come al solito, con un'organizzazione efficientissima.
In testa, su un automezzo scoperto, vi era presumibilmente il comandante; un colpo di cannone partì da Porta S. Paolo, il primo automezzo fu centrato, si sentì il boato, poi fu investito dalle fiamme.
Da una strada laterale, un borghese che, chissà come, era armato di panzerfaust, colpì in pieno il secondo, anch'esso si incendiò.
Un terzo bruciava, non so come a duecento metri più indietro.
A quel punto gli attaccanti pensarono bene di accelerare la marcia e, affiancandosi, aprirono un fuoco infernale, travolsero in breve la linea di sbarramento, misero fuori uso gli obici piazzati, ed una parte della colonna si fermò, dando vita ad un fuoco di fucileria, cercando di inserirsi a piedi nel rione Testaccio.
A duecento-trecento metri dalla Porta, andando per Viale del Re, sorgevano lateralmente dei filari di alberi secolari, dietro ogni albero vi era un civile con un'arma, tutti insieme per molto tempo ostacolarono l'avanzata tedesca.
Io ero al secondo o terzo albero, in quello davanti a me si trovava un ragazzo, di cui non so il nome, non lo conoscevo, non l'ho mai più visto.
Aveva un fucile modello 1891, più lungo di lui di molto; armeggiò e puntò.
Un tedesco in quel momento prese la rincorsa da porta S. Paolo verso il palazzo delle poste (tuttora esistente); sentii netto lo sparo; il tedesco cadde e non si mosse, più.
L'aveva colpito il ragazzo. Per alcune ore si sparò, poi finirono le munizioni.
Mancò un coordinamento generale, ma anche uno parziale.
Mancò tutto.
I tedeschi ebbero via libera per la capitale; andai verso casa, dietro al cinema Vittoria (Testaccio) scorsi un borghese ammazzato.
In combattimento, sul colle, oltre l'anfiteatro di Caracalla, tre scatole di sardine (carri leggeri italiani) centrati, erano fumanti, con dentro due cadaveri ognuno.
Rimasero là per tre giorni.”
http://www.cotti.biz/partigiano_dartagnan__pagina_7.htm

"Alle ore 23.30, il 2° Battaglione Allievi Carabinieri - composto da giovani allievi, carabinieri neopromossi e dagli ufficiali e sottufficiali d'inquadramento - strutturato su 3 compagnie, era pronto. Alle 23.45 era in movimento verso la Basilica di San Paolo, alla cui destra si attestò alle ore 00.30 del 9 settembre. Mentre il Battaglione Allievi Carabinieri si stava spostando alla Magliana per partecipare alle operazioni di riconquista del caposaldo n. 5 a ridosso della via Ostiense, due squadre motorizzate di paracadutisti tedeschi tentarono, senza successo, l'infiltrazione tra le sua fila, venendo subito catturate.
Successivamente a questo primo contatto, il Battaglione si schierò sulle posizioni di partenza per investire il caposaldo n. 5, con la destra protetta dal Tevere e la sinistra dai reparti del "Montebello" e della P.A.I.
Il Battaglione si era dispiegato mantenendo sulla destra la 4a compagnia, sulla sinistra la 6a e al centro, leggermente più arretrata, la 5a compagnia.
Così, all'orario convenuto, il Battaglione Allievi Carabinieri iniziò le operazioni. L'immediato tiro dei mortai tedeschi sul Battaglione fu contrastato efficacemente dai mezzi dei Lancieri di Montebello, che agevolarono il movimento verso il caposaldo.
La 4a compagnia, su due plotoni avanzati e il terzo arretrato, investì frontalmente le posizioni nemiche, affiancata dalla 6a.
Dopo circa mezz'ora, gli avversari contrattaccarono, ma il comandante del Battaglione, percepito il pericolo, spostò la 5a compagnia tra il Tevere e la 4a, tamponando così il tentativo di penetrazione nel dispositivo.
Attorno alle ore 07.00, ripresero d'intensità i combattimenti, durante i quali perse la vita l'allievo carabiniere Alfredo Berasini, primo caduto dei numerosi militari dell'Arma che parteciparono alla difesa della Capitale.
Verso le 08.30, nell'incitamento degli allievi per l'attacco finale al caposaldo, cadde il Capitano dei Carabinieri Orlando De Tommaso e poco dopo, nella neutralizzazione di un centro di fuoco tedesco, venne colpito a morte anche il carabiniere Antonio Colagrossi.
L'azione di riconquista proseguì con decisione: il Battaglione conquistò poco dopo le 10.30 le posizioni nemiche. I Carabinieri proseguirono nell'azione superando il caposaldo, liberando alcuni militari italiani precedentemente catturati, catturando a loro volta alcuni tedeschi e costringendo gli altri a ripiegare. I tedeschi alzarono bandiera bianca e sfruttarono la sospensione del fuoco accordata da parte italiana riprendendo all'improvviso il fuoco. Il combattimento si riaccese e le Unità italiane riuscirono a far arretrare i nemici, mantenendo le proprie posizioni.
In quest'ultima fase, si distinse l'operato del vicebrigadiere Giuseppe Cerini, il quale, dopo aver soccorso un altro militare gravemente ferito, riprese immediatamente il comando della sua squadra mitraglieri, con cui contrastò efficacemente gli avversari, neutralizzando due centri di fuoco, sino a quando, ferito in più parti del corpo, fu costretto a recarsi al posto di medicazione. Al termine dell'intensa giornata di combattimenti, il Battaglione Allievi Carabinieri venne sostituito da un contingente di 200 uomini del Gruppo Squadroni "Pastrengo", i quali per due volte respinsero gli attacchi dei paracadutisti tedeschi facendoli ritirare definitivamente. Lo scontro con i paracadutisti tedeschi costò, complessivamente, ai Carabinieri Reali diciassette caduti e quarantotto feriti tra ufficiali, sottufficiali, appuntati, carabinieri ed allievi. Furono concesse (alla memoria) una Medaglia d'Oro ed una d'Argento al Valor Militare (Capitano Orlando De Tommaso e Carabiniere Antonio Colagrossi), una Medaglia d'Argento al Valor Militare a vivente (Vicebrigadiere Giuseppe Cerini), 3 Medaglie di Bronzo al V.M. e 25 Croci di Guerra al Valor Militare".

Nella sua semplicità e seppure tra luoghi comuni (le "scatole di sardine") e gravi imprecisioni (il panzerfaust, i carri armati di sole mitragliatrici etc) la prima mi sembra genuina ed interessante. Ad esempio, i tre carri distrutti alle terme di Caracalla c'erano effettivamente, almeno due, gli M13 di Fioritto e Baldinotti.

Cordiali saluti
Della seconda, leggendo la testimonianza da Lei pubblicata, non saprei a chi credere...

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

In effetti, Sig. Walterino, portando a conoscenza la relazione del SIM e coinfrontandola con le sue testimonianze mi sembrano due versioni alquanto differenti. Occorre però tener conto che nella relazione non si affrontano singoli episodi, ma si analizza la situazione generale, da cui risulta che i tedeschi ebbero facile gioco nell'infrangere la nostra linea di resistenza e ad avanzare in città. Inoltre si specifica che "Si svolgono scene di panico fra la popolazione, che fugge da tutte le parti, non senza aver prima saccheggiato i Mercati Generali ed urla ai soldati di desistere dalla resistenza". Questo fatto, assieme alla fuga di interi reparti, è qualcosa di non edificante che andrebbe smentito.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Poiché l’argomento della pessima difesa di Roma è qualcosa che ancora, a distanza di tanti anni, scuote il prestigio nazionale, e parlare di cocente sconfitta subita con superiorità di uomini e di mezzi schiaccianti nei confronti dei tedeschi è qualcosa che fa male, prima di essere sottoposto al fuoco di fila di coloro che non accettano questa verità, e tentare di convincerli del contrario, faccio conoscere quali erano, l’8 settembre, le rispettive forze in campo.

Secondo il prospetto ”Entità, mezzi corazzati e artiglierie delle forze italiane dislocate intorno a Roma”, inviato alla Commissione d’Inchiesta per la mancata difesa della Capitale (Archivio Ufficio Storico dell’Esercito, Raccoglitore 2888), la situazione in capo era la seguente.

Forze inquadrate nella grandi unità:
uomini 72.300
Mitragliere da 20 mm. 146
Artiglierie 610, di cui 556 di piccoli calibri, 50 di medi calibri e 4 di grossi calibri
Mezzi corazzati 430, compresi 354 tra carri armati e semoventi, 76 autoblindo, e 18 camionette armate.
Tra qi mezzi corazzati erano inclusi 36 carri armati e semoventi di tipo tedesco (su scafi tipo III e IV), che erano stati ceduti da Göring a Mussolini, assieme a 24 cannoni da 88 e a 150 mezzi cingolati per trasporto fanteria e traino d’artiglieria.

Forze non inquadrate nelle Grandi Unita: tra l’altro il 4° Reggimento Carri, i RR.CC., la R.G.F., la P.A.I., ecc.
Uomini 22.531
Mitragliere da 20 mm. 31
Artiglierie c.c. 18
Mezzi corazzati 107, compresi 62 carri armati, 11 cannoni semoventi, 16 autoblindo, 18 camionette armate.

A queste forze vanno aggiunte le 42 batterie d’artiglieria della cintura contraerea difensiva della capitane, con i loro serventi, alcune delle quali furono impiegate in funzione anticarro nei capisaldi della divisione Granatieri di Sardegna.

Inoltre negli aeroporti di Roma e viciniori era stata raccolta tutta la residua massa di aerei offensivi moderni a disposizione della Regia Aeronautica, quantificata in 150 caccia (che dovevano proteggere la Capitale ed anche l’arrivo dei paracadutisti statunitensi), senza contare i velivoli di altro tipo.

Se poi, si aggiungevano gli uomini delle Scuole (Cecchignola ecc.) e delle forze di polizia e ausiliarie (escludendo vigili urbani e pompieri), i contingenti dell’Aronautica e della Marina ecc., si può ritenere che fossero presenti nella zona di Roma non meno di 120.000 uomini.

La situazione delle forze tedesche, secondo i dati più recenti, era costituita da 25.000 uomini. Vi erano due soli grandi unità: la 2^ Divisione paracadutisti, dislocata a Pratica di Mare con due soli reggimenti (il terzo era a Foggia), e quindi con non più di 8-9.000 uomini, quasi interamente appiedata ed armata soltanto con armi controcarro; e la 3^ Divisione motorizzata (Panzergrenadieren), rinforzata con il 3° battaglione della 26^ Panzer, costituito da circa 60 carri armati efficienti (tipo III e IV) su 95 in carico, denominato gruppo Busan (dal nome del comandante), e che disponeva, quale proprio armamento pesante, di 37 cannoni d’assalto da 75 mm (sui 42 in carico) su scafo del carro tipo III. Vi era infine un gruppo di artiglieria semoventi “Marder” da 105 mm (12 mezzi), dislocati a Frascati per la difesa dei comandi dell’O.B.S. e della 2^ Luftflotte.

Secondo questa situazione, anche senza l’appoggio della 82^ divisione paracadutisti statunitense, le forze armate della difesa di Roma avrebbero potuto resistere facilmente per parecchi giorni alla pressione nemica, dando tempo alle forze Alleate sbarcate a Salerno - come era stato concordato a Cassibile - di avanzare rapidamente verso la capitale. Invece, rifiutato, da Badoglio su pressione di Carboni, l’arrivo della 82^ Divisione con la motivazione di non essere ancora pronti ad assumere la difesa di Roma prima del 15 settembre, scappato il Re e il suo triste seguito, mancando l’iniziativa nei vari Comandi e dei vari ufficiali (e non soltanto quelli di complemento), di fronte all’iniziativa tedesca in poco più di trentasei ore venne a cessare la resistenza italiana. E pensare che a Varsavia, tanto per fare un esempio, 11.000 polacchi, armati soltanto di armi leggere, combattendo casa per casa resistettero ai tedeschi per quasi due mesi: agosto-settembre 1944.

Da parte tedesca, terminata ogni resistenza italiana nella Capitale, il feldmaresciallo Kesselring ebbe modo di avere le strade e le ferrovie libere per inviare rapidamente ogni rinforzo (tra cui i preziosi mezzi corazzati tedeschi che erano stati ceduti alla Divisione “Centauro”) disponibile nella zona di Salerno, fermandovi fino alla fine di settembre gli Alleati, che poi vennero a trovarsi impantanati per sette mesi sul fronte di Cassino. La difesa di Roma lo avrebbe impedito, ed avrebbe reso più rapida la campagna d’Italia almeno fino al fronte della Linea Gotica, come avevano sperato gli anglo americani, con l’aiuto delle divisioni italiane.

Vista la quantità di forze e di mezzi disponibili per la difesa di Roma, e la scarsità delle forze nemiche a cui fu concessa ogni iniziativa sul campo di battaglia, che i tedeschi seppero trasformare con la proverbiale efficienza e aggressività, dobbiamo ammettere che per noi si trattò di un episodio a dir poco umiliante, in cui si distinsero con successo, nell’arresto dell’offensiva del nemico, soltanto le aliquote della divisione corazzata “Ariete” che combatterono nella zona tra la via Cassia e il lago di Bracciano. Se le divisioni che difendevano la zona meridionale della Capitale, supportate dall’artiglieria della divisione motorizzata “Piave” e dai mezzi corazzati della “Centauro” avessero fatto lo stesso, affrontando subito il nemico in campo aperto, per i paracadutisti tedeschi, vista la differenza esistente in uomini e soprattutto mezzi, non vi sarebbe stata alcuna speranza di sopravvivenza.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Io questa triste verità invece la accetto.

Mi permetto di aggiungere una scarna nota, non storica, ma di commento personale.

Il nostro esercito per un serie di motivi noti e di carattere politico, militare, sociale, era nella maggior parte dei casi completamente demotivato a qualsiasi forma di resistenza attiva contri i tedeschi.
Potremmo in seguito parlare a lungo di questi motivi, a mio parere in gran parte imputabili agli anni di vanagloria del regime uniti a la disastrosa situazione logistica provata dai soldati su tutti i fronti.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Sig. R & R, ho una mezza idea che "la disastrosa situazione logistica provata dai soldati su tutti i fronti." non c'entrasse un granche' con le scarse prestazioni delle Divisioni intorno a Roma, Divisioni che semmai soffrivano del fatto non ininifluente di essere state ben poco su un qualsiasi "fronte". Non per niente il miglior comportamento lo si ebbe nella "Ariete II", che tra le sue file contava un discreto numero di Ufficiali e sottufficiali che avevano servito con l'"Ariete I" ed altre Unita' motocorrazzate in A.S. Delle altre la sola "Sassari" aveva servito nell'occupazione delle Croazia, in un ruolo statico e di pura e semplice contro-guerriglia contro bande di partigiani all'epoca abbastanza deboli ed armati al piu'di armi leggere. La "Granatieri di Sardegna" (a parte un paio di btg. controcarro che furono persi in A.S), la "Piave" e la "Centauro" (ex- "Divisione" della MVSN!)
in tre anni non avevano fatto un giorno di guerra, restando comode in Italia a fare la guardia al Re nel caso di improbabili "colpi di Stato" di Mussolini.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Parlavo in generale dell'esercito all'8 settembre.
Certo che il fatto di avere reparti non battle tested non aiutò...

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"Parlavo in generale dell'esercito all'8 settembre."

All'8 Settembre "l'esercito" stava piu' o meno messo tutto nelle penose condizioni delle Divisioni che avrebbero dovuto difendere Roma. Dal Giugno '40 si era voluta fare una guerra di "corpi spedizionari" da far combattere il piu'lontano possibile dal territorio metropolitano, e li' destinati a consumarsi senza rotazioni e senza scambi con la madrepatria. E si che quando le cose si misero male sul serio Messe comincio' a tempestare i Comandi italiani chiedendo il rimpatrio per via aerea, o perfino coi sommergibili, almeno degli ufficiali migliori e dei superstiti equipaggi dei carri armati italiani, da riutilizzare in Italia con nuovi mezzi (anche perche'in Tunisia erano ormai quasi tutti appiedati) . Niente da fare. Dove erano li' dovevano restare a finire o morti o in prigionia. In prigionia di chi, inglesi o tedeschi, era irrilevante, l'importante era che truppe combattive e "battle hardened" non stessero tra i piedi in Italia.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

In effetti che il popolo abbia incitato i militari a desistere e' cosa grave, anzi gravissima.

E'segno che in quei momenti si era rotto l'incantesimo.
E'vergognoso che un pugno di tedeschi abbia tenuto in scacco cosi tanti italiani, le argomentazioni mattesiniane sono giuste e condivisibili.
Ritengo pero' che molto debba essere attribuito ad ordini imprecisi e direttive mancate.
Ove i nostri tennero duro i germanici non tentarono nemmeno di scontrarsi.
Non mi risulta che i Teutonici abbiano tentato di assaltare la Caserma del Com.te Borghese a La Spezia, per esempio.

SC

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

una curiosità: nella relazione postata dal signor Mattesini si riferisce di cannoni a carica cava utilizzati dai paracadutisti tedeschi; orbene questi erano dei panzerfaust o si trattava di altri sistemi d'arma?
grazie

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Ove i nostri tennero duro i germanici non tentarono nemmeno di scontrarsi.
Non mi risulta che i Teutonici abbiano tentato di assaltare la Caserma del Com.te Borghese a La Spezia, per esempio.


i tedeschi conoscevano e stimavano Borghese e ci tenevano ad averlo loro alleato
I mezzi d' assalto erano un settore nel quale i tedeschi non erano alla nostra altezza e tramite la X mas speravano di recuperare il gap

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Eh lo so. la Decima, per fortuna, era temutissima anche dalle famigerate SS.
Segno che quando vogliamo siamo tosti pure noi.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Erano cannoni sistemati su treppiedi, che sparavano proiettili a carica cava. Ho pubblicato una foto, scattata durante le operazioni dei paracadutisti tedeschi a Roma, nel mio libro l'Armistizio e l'8 settembre, pag. 463.
Nel dopoguerra gli statunitensi copiarono quell'arma. Tutti ricorderanno il cannoni da 106 mm, che però aveva una canna più lunga, montato su camionette.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"Ove i nostri tennero duro i germanici non tentarono nemmeno di scontrarsi.
Non mi risulta che i Teutonici abbiano tentato di assaltare la Caserma del Com.te Borghese a La Spezia, per esempio"

Esempio improprio. I "teutonici" non attaccarono la caserma del C.te Borghese semplicemente perche' li rassicuro' che per lui, Principe Romano, l'Armistizio dell'8 Settembre era "nullo e non avvenuto". Ed essendo lui quello che era, i tedeschi gli credettero. Cosi' come non attaccarono altri reparti che si schierarono con loro. Chi glie lo faceva fare?

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Il problema di base delle nostre truppe fu sempre il pessimo addestramento , un generale disse che alle reclute veniva fatto sparare un caricatore del fucile 91 e poi inviate ai reparti .
con gente del genere c' erano poche possibilita' di combinare qualcosa !
L' unica formazione che ricevette un addestramento buono e prolungato ( oltre un anno ) , la folgore , ebbe comportamenti e risultati eccellenti ad El alamein

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"un generale disse che alle reclute veniva fatto sparare un caricatore del fucile 91 e poi inviate ai reparti."
Cosi'come mio zio, allora comandante di un Btg. dell'Ariete, mi raccontava che i complementi che riceveva dall'Italia arrivavano dopo aver sparato 3 (tre) colpi col 47 mm. prima di essere spediti al fronte. E se le nostre divisioni motocorrazzate ebbero delle prestazioni decenti dal '41 in poi, lo si doveva alla confusione del fronte che permetteva agli Ufficiali di disporre di munizionamento "non contabilizzato" che era spendibile per ulteriore addestramento sul posto (quando c'era tempo) senza suscitare le ire dei "superiori comandi" per lo "spreco". Ma se tempo non c'era, coi complementi che arrivavano "battaglia durante", c'era poco da fare. Sul carro a sostuire il morto o ferito, e "io speriamo che me la cavo".

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Insomma la colpa è stata dei soldati semplici (che sono morti sul pezzo o nel carro, come i lancieri del Montebello, due squadroni impegnati, due capitani morti, entrambi MOVM) e del popolo che ha incitato a ritirarsi (ma di quelli che sparavano dietro gli alberi del viale del Re o dei 54 morti della Montagnola, la lapide è lì sul posto, nessuna menzione).
Non è per caso che c'entrassero pure generali e colonnelli, come quello della Piave che fù superato dai suoi ufficiali catturati dai tedeschi mentre defilava in bicicletta contromano (testimonianza autentica di mio zio, tenente nella Piave).
Dal Corriere della Sera di qualche anno fa:
“<< Non tutto l’esercito italiano abbandonò Roma ai tedeschi. Ci furono anche quelli che come mio fratello, il carrista Bruno Baldinotti, affrontarono i tedeschi morendo. Erano pochi, furono lasciati soli, ma hanno combattuto>> Per Anna Baldinotti, sorella del giovanissimo caporal maggiore Bruno, un ragazzo di appena 18 anni, morto nella battaglia di Porta San Paolo, la verità è tutta lì. L’ultima volta che l’ha visto era la sera dell’8 settembre 1943. Suo fratello era passato da casa in via dei Querceti al Celio con la solita pagnottella presa nella caserma del 4° Reggimento di stanza alla “Regina Elena”, sulla Tiburtina. Lì, alla radio, apprese dell’armistizio. Era un bel ragazzo, aveva studiato ragioneria, amava il disegno, avrebbe voluto fare un corso d’arte, portava i fratelli minori, compresa Anna (erano sei in tutto) a vedere Stanlio ed Ollio al cinema. Quella sera chiese al padre, un rappresentante di commercio: << E adesso?>>. << Sei un soldato-gli rispose il padre- consegnati al tuo capitano e mettiti ai suoi ordini>>. Ed è così che fece il carrista Baldinotti, infilandosi dentro un M13……..Alle 15.30 in Viale Baccelli, proprio sopra le Terme di Caracalla, il carro di Baldinotti scendeva lentamente seguito da quello del sottotenente Fioritto (anch’esso caduto in combattimento, M.O.V.M.). I parà tedeschi, passati da Porta San Sebastiano per aggirare le difese italiane a Porta San Paolo, erano pronti con gli anticarro. Baldinotti li vide, fermò il carro e fece fuoco con il cannone. I tedeschi risposero, immobilizzando il carro e ferendo gli occupanti. Ma il carro italiano continuò a sparare eliminando due postazioni nemiche. Poi, colpito di nuovo, prese fuoco. E dentro rimase solo cenere, insieme a pochi resti anneriti, conservati in una bacheca del museo di Via Tasso. << Fù mia sorella Adriana-ricorda Anna Baldinotti- a infilarsi poi nel carro rimasto a Via Baccelli ed a raccogliere in una mezza federa tre monete, un cucchiaio, la gamella annerita, dei bossoli….>>

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Guardate che neppure la 184a Divisione Paracadutisti NEMBO si fece disarmare da nessun Reparto tedesco.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Tutta questa indignazione sulle truppe che si dissolvono e sul popolo che incita ad andare a combattere da un altra parte mi fa sorridere e tristezza insieme.
Scusate, ma moloto semplicemnte gli Italiani in grandissima parte non ne volevano più sapere della guerra.

Dopo essere stati abbindolati per 20 anni di panzanate militaresche vuote, di reni da spezzare, di Spade dell'Islam, di Imperi straccioni, di bagnasciuga come linee di difesa avevano capito l'enorme truffa fascista.

E lo avavevano capito nel modo peggiore, dopo essere andati a combattere nel deserto, in Russia, nelle montagne greco-albansi, etc, etc,

Il tutto con la disorganizzazione che sappiamo.
E lo capirono con la fuga della Casa Regnante e degli Stati Maggiori.

Adesso noi, dopo 60 anni, qui, al fresco dell'aria condizionata, ci permettiamo di dare giudizi?

Ma allora diamoli su quella banda di smandrappati al potere per 20 anni che permisero tutto ciò!

Io ho sempre inteso l'8 settembre come un gigantesco moto di desistenza civile, certo spesso non eroico, o peggio.

Ma poi parte degli Italiani seppero riscattare loro stessi e l'onore nazionale.
E lo fecero con la Resistenza, partigiana e Militare, attiva e passiva, partecipe o silente.

E anche quie poveracci che scelsero Salò, in qulache modo, parteciparono al riscatto, anche se a mio parere in modo sbagliato.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

grazie signor Mattesini.
a questo punto necessito di una precisazione; nel proprio primo intervento il signor walterino riferisce di un civile armato di panzerfaust.
posto che nessun soldato tedesco ne aveva in dotazione, meno che mai i nostri, la circostanza sopra descritta mi pare meritevole di approfondimento.

per il signor r&r ... lei avrà l'aria condizionata:-)

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Io non riferisco, bensì riporto una testimonianza, ed a proposito del panzerfaust la definisco "una grave inesattezza", come quella parimenti riportata dei carri italiani armati solo di mitragliatrici (gli M43 avevano i 105/25!).
A distanza di anni, e dopo tutte le bufale sulle nostre "scatole di sardine", il testimone avrà fatto di ogni erba un fascio, così come in guerra ogni carro tedesco era un Tigre!
Ma la foto di un ragazzino, che si affaccia dietro un nostro semovente sotto l'inconfondibile arco di Porta San Paolo, quella l'ho vista, e se sapessi come farlo la posterei!

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Del Panzerfaust non so nulla, a meno che fosse stato preso a qualche soldato tedesco, forse ferito o deceduto. Quanto alle fotografie, ho conoscenza di tanti falsi (incluso il più famoso, quello del miliziano spagnolo morente), che mi rendono scettico e indefferente.
Il documento che ho presentato, sui civili, dice ben altro. E alle rievocazioni storiche raccontate ad arte non credo assolutamente.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

La divisione corazzata Ariete II era ben fornita di mezzi , ecco un elenco tratto da Wikipedia

Carri armati M15/42 (63 del rgt. corazzato e 21 del R.E.CO.)
Semoventi da 47/32 (12 + 4 del plotone comando, tutti del R.E.CO.)
Semoventi da 75/18 (94, 10 del R.E.CO., 84 del rgt. corazzato)
Semoventi da 75/32 (24, tutti del 235° rgt. art. semovente)
Semoventi da 75/34 (12, tutti del CXXXV battaglione controcarro)
Semoventi da 105/25(24, tutti del 235° rgt. art. semovente, Gruppi 600° e 601°
Autoblindo (42, 34 del r.e.co e 4 del rgt. motorizzato)
Pezzi di artiglieria (36)

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Posto che mi sembrava si fosse incomninciata la discussione con un tono più pacato, e rispettoso, anche da parte Sua, Dott. Mattesini, posto che i dubbi li ho manfestati anch'io, posto che nessun documento è definitivo, altrimenti il mestiere dello storico non esisterebbe, tutto questo posto,ho letto di un centinaio di morti a Roma tra i tedeschi, cioè di più che a Cefalonia.
Non è che a Roma si è combattuta una battaglia vera, dove però, tolto il colonnello Solinas (poi passato alla RSI), è mancata completamente l'azione di comando da parte italiana?

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Da Storia Militare di qualche anno fà:
Testimonianza del Colonnello Dolmann, comandante delle SS a Roma
Verso le 3 del mattino del 9 andai a Frascati [ ... ] dove visitai per primo il generale Student, nei cui uffici il pessimismo era innegabile: tutti si aspettavano che Badoglio [ ... ] lanciasse un proclama alla popolazione ed assumesse il comando, e nessuno sapeva della fuga notturna, l'avvenimento più che tra- gico della storia dell'Italia moderna. Se Badoglio avesse preso la decisione temuta dai tedeschi, il gesto sarebbe riuscito certamente fatale a Kesselring, data la sua inferiorità numerica. Anche senza l'ausilio di un attacco aereo degli Alleati, nella notte tra l'8 e il 9 il quartier generale di Frascati non sarebbe stato in grado di resistere ad un energico colpo di mano, in quanto Kesseiring non disponeva che di un migliaio di uomini e di una buona parte della divisione paracadutisti di Student dispersa tra Frascati e la costa. Sia pure con forti perdite il successo di Badoglio era sicuro e Kesselring e Student non si illudevano. Secondo Kesseìring ai tedeschi non rimaneva che battersi con onore. Verso le 8 del mattino gli animi si sollevarono; alle 11 Student tornò ad essere preoccupatissimo: un distaccamento di paracadutisti atterrato a Monterotondo si trovava in serie difficoltà. Alcuni reparti di granatieri e carabinieri combattevano splendidamente. Alle voci sulla fuga della famiglia reale e del governo non si prestava fede [... ]. Student, esaminate le carte sul tavolo, dichiarò che tutto era perduto se la notte si fossero calati paracadutisti americani e vide nero, terribilmente nero, per il caso in cui i romani fossero stati armati e Badoglio o il principe ereditario si fossero messi alla testa delle truppe. Nel pomeriggio mi incontrai di nuovo con il Federmaresciallo e lasciai cadere il nome del generale Calvi di Bergolo [ ... ] dicendomi convinto che Calvi doveva essere rimasto con qualche missione speciale. Kesselring ascoltò attento."
Chissà se la differenza tra la sconfitta e la vittoria per qualche ora non è rimasta appesa ad un filo, chissà se l'ex re soldato si fosse in quei momenti ricordato del Piave e dei suoi soldatini, ed anche che del giudizio di Badoglio, nei momenti di crisi, non fosse da fidarsi.............

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Sarò duro, ma esprimo un "franca opinione" che ha sempre albergato in me circa quegli anni; si possono perdere le battaglie, si possono perdere le guerre, ma non si può perdere la "dignità" e noi - piaccia o meno - durante la IIGM abbiamo perso proprio quella ed a distanza di più di 60 anni, ne paghiamo ancora oggi le conseguenze sul piano internazionale e nazionale.

Si badi non sto dicendo che si doveva continuare a combattare la guerra, non metto in discussione l'Armistizio, ma che sia chiaro come il sole che l'Italia ha subito più lutti dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 che non dall'inizio della Guerra alla data dell'Armistizio!

Le FF.AA. italiane, seppur provate da anni di guerra, con ordini precisi e chiari, avrebbero potuto avere la meglio delle truppe tedesche presenti in Italia, con l'aggiunta che l'arco alpino poteva essere "agevolmente" essere difeso da eventuali rinforzi, ma [...] con la famiglia reale in fuga, i vertici delle FF.AA. dissolti, credo che sia molto sbrigativo prendersela con i Comandanti delle singole unità, quando serviva un'azione di comando chiara.

La "non" Difesa di Roma ne fu un chiaro esempio, esattamente come ciò che avvenne qualche tempo prima quando la Divisione Paracadutisti Nembo (che in seguito divenne Gruppo da Combattimento Folgore) venne sbattutata in Sardegna, assieme a tante altre unità "speciali".

Nefasto su il "NO" alla 82nd Airborne Division a Roma e via discorrendo.

Purtroppo, l'8 settembre 1943 è la cristallina fotografia di ciò che siamo noi italiani (con le dovute eccezioni), nella specifica realtà storica, un popolo che non voleva tradire i tedeschi, ma li ha traditi, non voleva combattere contro gli USA, ma gli dichiarò guerra, non voleva la guerra, ma vi entro [...] per finire con il volere l'Armistizio, ma nel contempo non voler urtare i tedeschi, ecc.

Solo una domanda avrei voluto porre agli "italici geni" che si adoperarono per l'Armistizio, ma davvero pensavano che i tedeschi presenti in Italia, ne avrebbero appreso la notizia e se ne sarebbero tornati per il Brennero in Austria e Germania, senza far male ad una mosca, magari pagando anche il biglietto del treno?"

Cordiali saluti

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Inizio OT
E comunque la foto di Capa del miliziano Repubblicano è vera, da wikipedia UK:

In 1936 he became known across the globe for a photo he took on the Cordoba Front of a Loyalist Militiaman who had just been shot and was in the act of falling to his death. Because of his proximity to the victim and the timing of the capture, there was a long controversy about the authenticity of this photograph. A Spanish historian identified the dead soldier as Federico Borrell García, from Alcoi (Alicante). There is a second photograph showing another soldier who fell on the same spot.[1]

Tra l'altro ho diversi libri fotografici di Capa, è vero che ci fu una controversia, ma la foto è vera.

almeno fino a prova o notizie certe contrarie...

fine OT

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Tutto ciò che avevo da dire sull'argomento, l'ho già detto nel thread "Re in fuga. Era possibile una alternativa?", in cui parlavamo proprio di questi temi.

Lo so che citarsi addosso è disdicevole, ma i miei interventi di allora, a rileggerli, mi fanno pensare che non paprei comunque più dire le stesse cose allo stesso modo, per cui...

" Per quel che mi è dato sapere, il principe Umberto (le minuscole sui titoli non sono casuali) avrebbe voluto assumere la difesa di Roma, ma il padre gli ordinò di seguirlo ed egli obbedì. Roma era tutt'altro che indifendibile; all'interno di essa o nelle sue immediate vicinanze vi erano:
Divisione Corazzata Ariete,
Divisione corazzata Centauro,
Divisione Granatieri di Sardegna,
Divisione di fanteria Sassari,
Divisione di fanteria Motorizzata Piave,
Divisione di fanteria Piacenza,
vari reparti delle Divisioni di fanteria Lupi di Toscana e Re;
contro di loro, i tedeschi potevano schierare la 2^ paracadutisti e la 3^ motocorazzata.

Kesserling scrisse di quei tragici giorni:
"Per noi il pericolo più grosso era uno sbarco combinato, dal mare e dall'aria, in collaborazione con il Generale Carboni che stava attorno a Roma.
Se gli alleati fossero sbarcati nella zona di Ostia, se avessero mandato delle truppe aerotrasportate su tutti gli aeroporti ad ovest e a nord di Roma, e se si fossero uniti agli italiani, le prospettive per il comando Sud e per la seconda divisione di paracadutisti che stava vicino a Roma sarebbero state disperate".
Ma anche da soli, avremmo potuto farcela; all'8 settembre i tedeschi avevano in condizioni di prontezza operativa, in Italia, solo 8 divisioni, e le nostre forze controllavano il Brennero; anche volendoci limitare a Roma, una divisione aviotrasportata USA era pronta a venire in nostro aiuto (furono i nostri pavidi comandi a comunicare agli Alleati che "non erano in condizione di garantire la sicurezza degli aeroporti"...), e sarebbe bastato.

L'Ariete, da sola, riuscì a trattenere per un bel pezzo la 3^ motocorazzata, pur a costo di gravi perdite, e lo stesso fece la Granatieri con la 2^; ma troppe unità, in assenza di ordini precisi, letteralmente "scomparvero", troppi comandanti abbandonarono i loro uomini o corsero a patteggiare la resa coi tedeschi; se un Principe degno di tale titolo fosse rimasto a difendere la "sua" capitale, pur lasciando fuggire il Re per preservare il Governo nazionale, le cose avrebbero forse avuto un corso diverso. Forse la guerra, per buona parte dell'Italia, sarebbe finita il 10 settembre.

Cassino e Montecassino non sarebbero citate in nessun libro di storia per fatti dell'ultimo secolo. E così Anzio. E Napoli. E centinaia di altre località. Alla guerra di "liberazione" (nel caso i tedeschi avessero continuato a combattere nel Nord Italia anzichè patteggiare una nostra neutralità, sempre che fossero riusciti a "sfondare" al Brennero, dove non è che avessero tutte queste divisioni pronte da contrapporre alle nostre...) avrebbero partecipato intere divisioni regolari del Regio Esercito. Armate intere.

Ci sarebbero state forze da mandare in supporto a Lero, a Cefalonia, a Corfù, se si fosse ottenuto di far uscire la Regia Marina da Malta. 600.000 soldati italiani, forse, avrebbero seguito l'esempio del loro Principe e non si sarebbero arresi ai tedeschi nei Balcani, aprendosi combattendo la via del mare e della salvezza. Il tricolore, ancora una volta, si sarebbe coperto di sangue e di un pò di quella gloria che una classe politica inetta e una casta militare incapace gli avevano per troppo tempo negato... I francesi, di fronte ad una Armata Italiana ancora in armi e pronta alla battaglia, si sarebbero ben guardati dall'invadere la Valle d'Aosta... E Tito e il suo Esercito di partigiani sarebbero stati ricacciati a calci nel sedere sulle montagne della Bosnia, altro che Istria...

Oggi gli italiani non starebbero a litigare se i partigiani di via Rasella siano stati eroi o assassini, ma a ricordare il loro Principe, che ancora una volta, nel momento del bisogno, aveva saputo sguainare la sciabola che fu di suo nonno e, come Lui durante le gloriose giornate di Solferino, guidare alla carica con l'Esempio gli scoraggiati Ussari francesi, conquistando la vittoria sul Campo dell'Onore e facendo dell'Italia una Nazione... Saremmo stati di nuovo una Nazione. Per la terza volta nella nostra millenaria Storia.

Ma nell'Italia di oggi, quella nata dall'esempio dei partigiani, della RSI, di un Re fantoccio degli americani, della paura di affrontare in campo aperto i titini, dei 600.000 internati in Germania nei campi di lavoro tornati in Patria con l'orgoglio nazionale spezzato, delle popolazioni ciociare sfollate nella Pianura Padana, delle popolazioni civili del basso Lazio massacrate e violate dai marocchini, di Roma "città aperta" (fu Parigi, città aperta? fu Mosca, città aperta? fu Berlino, città aperta?), delle Repubbliche Partigiane represse da altri Italiani della RSI, della Flotta a Malta, di Briga e Tenda, di centomila e più altri insulti al nostro Tricolore e al nome d'Italia, questo è solo un rigurgito di "retorica Patriottarda" che nulla ha a che vedere col nostro essere cittadini di un'Europa che non esiste.

E i politici italiani, oggi, col tricolore di Solferino "ci si puliscono il culo".
Ma alla faccia loro una cosa possiamo ancora dirla:
Viva l'Italia. "

" Se fosse stata difesa, Roma non sarebbe caduta. Forse la Pianura Padana si, ma Roma no. Centinaia di migliaia di soldati italiani trincerati nei sobborghi della LORO Capitale, se avessero ricevuto ordini chiari dai loro comandi, NON avrebbero ceduto di un passo. La morte, piuttosto. Se i comandi divisionali non fossero scomparsi, e così quelli di Corpo d'Armata, i soldati italiani avrebbero obbedito agli ordini, come hanno sempre fatto. Avrebbero usato i loro ridicoli 47 contro i Panther, se necessario. Quando ben guidati, i soldati italiani non hanno mai ceduto il passo al nemico, questo è certo. Come fecero a Lero, a Cefalonia, a Corfù. Come avevano fatto sul fronte del Don, prima che l'Armata rumena cedesse compromettendone il fianco. Come a Nicolajevka, come ad Insbucenskji, come in Tunisia, come ad El Alamein, come sull'Amba-Alagi, come ovunque altro.

Se Roma avesse tenuto, anche col contributo USA (stavolta l'appoggio aereo non ci sarebbe mancato...), tutto il Sud Italia avrebbe dovuto essere abbandonato dai tedeschi. Per trincerarsi dove? Su una Hitler che non esisteva nemmeno sulla carta? O su una Gotica ancora nemmeno concepita? Sul Po, forse... per qualche mese... E poi? La fine della Guerra, almeno per l'Italia.

Quelle che ho riportato sopra non sono le mie parole, che valgono meno di zero, ma quelle di Kesserling, che (se permettete) qualcosa ne capiva. La terza motocorazzata tedesca non era certo la 29^ panzergrenadieren, nè la 9^ Corazzata... Così come la Centauro II non era certo una divisione seria...

La Disfatta fu nelle menti dei nostri capi politici e militari, molto prima che nelle "gambe" dei nostri soldati. Avrebbero continuato a fare il loro dovere, se ci fosse stato qualcuno ad ordinarglielo e a dare l'Esempio.

Cito me stesso, "Il tricolore, ancora una volta, si sarebbe coperto di sangue e di un pò di quella gloria che una classe politica inetta e una casta militare incapace gli avevano per troppo tempo negato... ".
L'Italia fu tradita da chi la comandava, non dai suoi figli in armi.

Ai tedeschi che gli intimavano la consegna delle armi, il colonnello Bettoni e il suo Savoia risposero: "se i tedeschi vogliono le nostre armi, se le vengano a prendere". Attesero ordini che non arrivarono. Sellarono i cavalli, svuotarono le armerie, lucidarono i bottoni delle divise e uscirono in parata dalla loro caserma a Como. Attraversarono in parata il centro cittadino, come avevano fatto al ritorno dalla Russia dopo Insbucenskji. Avanzarono al trotto, per 45 km, e raggiunsero il confine. Privo di ordini, tradito dai suoi Comandanti e dal suo Re, un Comandante degno di tale nome aveva realizzato che i suoi unici obblighi ancora restanti erano verso i suoi uomini, che lo avevano seguito nelle steppe Russe, avevano caricato al suo comando, avevano visto morire i propri compagni. Li portò in Svizzera. Si consegnò con tutto il Reggimento alle autorità elvetiche. Lo stendardo del Reggimento era salvo. L'onore del Reggimento era salvo. Più di ogni altra cosa, i suoi uomini erano salvi. In altri luoghi d'Italia, dove i Comandanti furono Comandanti, i soldati dettero splendida prova di sè. La Ariete. La Granatieri. La Acqui. La Garibaldi. E molte altre. Il Regio Esercito avrebbe tenuto e "girato il fronte", come a Goito, se i suoi capi non l'avessero tradito. L'Onore dell'Italia era in gioco. Poteva essere una parola senza senso per Generali pasciuti a medaglie immeritate, ma non lo era per i contadini e i "borgatari" col fucile in pugno.

Cordiali saluti. "

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

devo dire che ogni volta che approccio il problema della "fuga da Roma" della mattina del 9 settembre mi chiedo se in fin dei conti re e governo non abbiano fatto la cosa più saggia.

E la testimonianza che apre questo tema sembra confermare al 100% i miei dubbi.

Proviamo a depurare tutta la vicenda da decenni di propaganda antimonarchica (sia democristiana che azionista che socialcomunista che fascista...).

Re e governo erano sicuramente al corrente sull'effettivo stato delle nostre divisioni intorno a Roma e sulle loro capacità combattenti contro quelle tedesche. Immaginiamo che abbiano correttamente valutato una scarsa, anzi scarsissima probabilità di resistere fino all'arrivo degli alleati, inopinatamente sbarcati solo a Salerno e in anticipo rispetti ai programmi.
A questo punto re e capo del governo decidono di fare una sortita e trasferire governo e stati maggiori a sud in zona del territorio nazionale più protetta. Non prima di aver responsabilizzato chi di dovere per tentare comunque la difesa della capitale.
L'operazione riesce solo in parte, a Brindisi dopo ben due giorni arriva solo Re e governo, scortati da un incrociatore, mentre gli stati maggiori si disperdono a causa dell'arrivo ritardato della seconda unità inviata dalla Regia Marina.
L'indebolimento del dispositivo a difesa della capitale per coprire la sortita è relativo e avrebbe dovuto essere solo temporaneo.

E' comunque un dato di fatto che truppe tedesche arrivano dalla costa fino alle terme di caracalla (in pieno centro!) travolgendo le truppe che li avrebbero dovuto fermare, truppe, è da sottolineare, per nulla interessate o distratte dalla cosidetta "fuga del re".

Quindi Roma cade, gli alleati riescono a liberarla solo dopo dieci mesi, si crea uno stato fantoccio fascista collaborazionista dei nazisti ma nel frattempo sopravvive lo stato italiano, con il suo re ed il suo governo, e le sue FFAA anche se solo su poche provincie del territorio metropolitano.

Tutto sommato facendo una figura migliore di quella fatta nel 1940 dai sovrani e governi olandesi o norvegesi, costretti a rifugiarsi a Londra, e non dissimile da quella dei vertici francesi.

mentre il re dei belgi che per non abbandonare la sua capitale si fece catturare dai tedeschi non mi sembra che abbia lasciato un bel ricordo.

Ma immaginiamo per ipotesi che il re fosse rimasto al Quirinale con le truppe disposte come lo erano la sera dell'8, e si fosse combattuto a oltranza, chi avrebbe fermato i paracadusti tedeschi che irrompevano nel centro storico dalla via ostiense il 10 settembre? Forse i Corazzieri del Re? O le truppe schierate a Monterotondo? Faccio notare che dalle Terme di Caracalla al Quirinale è una passeggiata a piedi di circa mezz'ora...

Cosa non va in questo ragionamento?

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Signor R&R. Guardi che la falsità sulla morte del miliziano non me la sono sognata. E’ uscita recentemente sulla stampa e in televisione, in seguito alla morte di Capa, che per quella bufala aveva ricevuto il premio Pulizer. E si sa, i giornalisti statunitensi, per avere il Pulizer fanno carte false.

Signor pilota della domenica. Forse non si è reso conto che gli italiani avevano nella zona di Roma circa 120.000 uomini, con centinaia di carri armati e cannoni, e i tedeschi erano solo 8-9000, appiedati, e privi di armi pesanti. Per difendere il Re fellone fino all’arrivo degli Alleati, avrebbero inoltre contribuito le truppe Alleate.
Il primo scaglione della 82^ Divisione paracadutisti statunitense fu richiamata alle basi della Sicilia quando già si trovavano in volo sui 68 dei 135 C. 47 assegnati all’operazione “Giant Two” , cosi come lo furono richiamate le tre navi da sbarco che trasportavano alla foce del Tevere 16 carri Sherman e 100 pezzi anticarro, e fu sospeso l’arrivo a Ciampino di 100 caccia tra Spitfire britannici e P 40 statunitensi.
Ma per essere protetto da pochi nemici che cosa voleva il Re. L’armata sbarcata in Normandia.
Il fatto è che il Sovrano era terrorizzato dal timore di poter cadere nelle mani dei tedeschi (lo disse chiaramente Acquarone ad Ambrosio), e questa sua paura fu contagiosa anche per tutti i capi militari rimasti a proteggere la capitale. Carboni, ad esempio, abbandonò il suo comando dandosi alla macchia in borghese. Ed altri ne seguirono l’esempio, lasciando al vecchio maresciallo Caviglia la patata bollente di chiedere una resa a quel momento inevitabile.
Per Kesselring, come risulta nelle sue memorie, tutto si era svolto senza sorprese, tanto che alla storia della difesa di Roma, con l’attacco dei paracadutisti e della 3^ Panzergrenadieren, dedica pochissime righe, il che significa anche le perdite umane tedesche (di cui non conosco il numero) dovettero essere modestissime.
Oltre che suonati siamo stati anche ridicolizzati.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

caro Sig. Mattesini, non dimentico ma io parlavo della scelta del re di lasciare Roma, presa nella notte tra l'8 e il 9 quando ormai era chiaro che , grazie alla incredibile catena di errori e incomprensioni tra i nostri responsabili e quelli alleati, l'82a e quei carri armati alleati non sarebbero mai arrivati.

Io non cerco di sostenere che la gestione dell'armistizio, o della guerra fascista nel suo complesso, sia stata corretta o decente, per carità.

Io parlo della decisione maturata la notte dell'8 di improvvisare una sortita, o fuga se preferisce, verso l'abruzzo, anzichè restare o far restare Umberto a Roma.

Con questo discorso possiamo squalificare anche la decisione del governo francese nel 40 di lasciare Parigi, mettendo in mezzo lalnea maginot o non so cosa.

Che poi le paure di VEIII fossero più che fondate è dimostrato dal fato dell'unica esponente di casa Savoia su cui Hitler mise le mani, la principessa Mafalda che nonostante moglie di un aristocratico tedesco finì morta in un lager.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Pilotadelladomenic scrive

"Che poi le paure di VEIII fossero più che fondate è dimostrato dal fato dell'unica esponente di casa Savoia su cui Hitler mise le mani, la principessa Mafalda che nonostante moglie di un aristocratico tedesco finì morta in un lager.£

_____________

Se il re era tanto spaventato poteva benissimo scappare ( pure all estero ) ma prima doveva !
Lo Statuto Albertino ( articoo 5 ) prevedeva che il re fosse il capo delle forze armate e tale carica evidentemente non poteva essere tenuta da un uomo tanto spaventato
Da notare che il figlio del re , Umberto , avrebbe voluto restare a Roma ritenendo che la fuga fosse disonorevole ....
U pensiero del genere dubito sia venuto al monarca

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Ricomincia OT -->
Dal sito della PBS - radio pubblica USA, emittente dell'amminisstrazione USA - nella sezione "American photografer at War".
Sotto la foto del Miliziano che cade:

One of the most famous war photographs of all time — Federico Borrell Garcia, a Spanish Republican militiaman, falls to his death on September 5, 1936, at Cerro Muriano along the Cordoba front.

Il dibattito va avanti da anni, ma la foto è accreditata come vera.

Rifinisce l'OT.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

R&R - Se la foto lei la ritiene vera, io non so che farci. Si informi meglio e vedra mi darà ragione. Ma non continui a leggermi su quel miliziano quello che è scritto da più di 70 anni.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Sottoscrivo il post del sig. pilotadelladomenica. Una ragionevole e disinteressata ricostruzione storica che dovrebbe trovare spazio nei futuri libri di storia.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"Che poi le paure di VEIII fossero più che fondate è dimostrato dal fato dell'unica esponente di casa Savoia su cui Hitler mise le mani, la principessa Mafalda che nonostante moglie di un aristocratico tedesco finì morta in un lager."

A parte il dettaglio che Mafalda d'Assia mori' si' in un lager tedesco, ma sotto le bombe degli aerei USA,la tradizione di tutte le Monarchie serie voleva che il Re, Comandante in Capo, restasse al suo posto di comando mettendo in salvo il Pricipe Ereditario cosi' da assicurare la continuita' della Dinastia. Ma a parte la paura fisica, VE III si comporto' piu' che da Re, da "capo partito". Di un "partito" apertamente ostile al "partito" del Principe Ereditario ed ancor piu' a quello della di lui Consorte, i cui intrighi erano ben noti da anni a VE III.
Disgrazia volle che nel momento del maggior bisogno la povera Italia avesse una "testa" che puzzava da lontano un miglio in tutte le sue componenti.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Come farà il sig. Mattesini a ritenere chiusa e chiara (da 70 anni poi)la vicenda della foto scattata da Endre Ernő Friedmann (aka Robert Capa) lo sa solo lui, visto che pochi mesi fa sono stati rinvenuti negativi a migliaia e sono ancora sotto esame presso l'International Center of Photography di NY.
Forse voleva dire che da 70 anni è in atto una controversia riguardo l'autenticità della foto, nata dal fatto che Capa dichiarò di averla scattata al mattino, mentre dai ruolini risulta che il miliziano Garcia fu colpito ed ucciso nel pomeriggio.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Esatto, e morto dopo che fu scattata la famosa foto. E' questo è stato dichiarato anche recentemente, in seguito alla morte di Capa, facendo crollare con ciò un altro mito della sinistra.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Penso sia questa la foto in questione

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Dottor Mattesini, che peccato, anche lei si mette ad etichettare...Robert Capa è un mito della fotografia e della cultura del 900 in generale, non della sinistra.

Lavorò anche e soprattutto durante la II GM, famosi i suoi scatti in Normandia, e morì su una mina viet minh mentre era con Francesi.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Chiarisco: io ho scritto che Capa dichiarò di averla scattata al mattino e dai rapporti risulta che morì nel pomeriggio.
C'è quindi una discrasia nelle due fonti che ha fatto nascere il dubbio. Ma il il dubbio resta, perchè potrebbe darsi che
a) Capa si ricorda male
b) il furiere compilatore ha scritto a carajo de perro il ruolino di morti e feriti (dopotutto era in corso una battaglia)
c) 11.59 è mattina e 12.01 è pomeriggio
d) eccetera

quindi ce ne corre a dire che la foto è falsa

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Lo so che Capa è morto su una mina in Normandia, ma guarda caso è soprattutto un simbolo dei repubblicani (copertine di libri ecc.) e dei loro difensori.

Su Capa, e posso anche sbagliarmi, io sono cocciuto e rimango della sua idea, perche, vista la luce nella foto che dimostra il miliziano essere morto nel pomeriggio, con i se e con i ma, e con il cattivo ricordo, non si fa la storia.

Comunque voglio chiudere anche questa polemica, che con la Difesa di Roma non serve a nulla.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

V.E.III dopo il primo bombardamento di Roma avrebbe dovuto dismettere la divisa con i nastrini e le decorazioni e le doppie greche indossare un °saio ° da SEMPLICE FANTE e recarsi in Sicilia per stare vicino al suo Popolo e alle sue Truppe tutta l'Italia lo avrebbe seguito !! Avremmo evitato una guerra civile spaventosa, avremmo evitato di farci prendere per i fondelli da mezzo mondo sopratutto avremmo perduto con onore e non staremmo qui a lambiccarci il cervello con i °se°e con i °ma°.
Purtroppo l'eta'asvanzata non fece comprendere appieno al Re che i maneggi di Aquarone-Badoglio-Eisenhower-Maria Jose'-Cardinal Montini e massonerie varie avrebbero portato solo lutti agli Achei. In fondo Vittorio stimava il Duce. Se avesse valutato appieno quello che avrebbe portato alla Nazione la defenestrazione di Mussolini sicuramente non avrebbe mai compiuto tale passo. Fu il suo un comportamento da fellone. Se si fosse comportato diversamente non sarebbe passato alla storia come un Re fellone, bensi come un Re Soldato nel vero senso del termine. Sia riguardo alla prima guerra sia riguardo alla seconda.
SC

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Capa c'entra poco con la difesa di Roma, ma la mia foto del ragazzino a Porta San Paolo come posso postarvela, ammesso che interessi a qualcuno.....

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

se posso permettermi un suggerimento:
1) scansione
2) salvataggio del file su (per esempio) www.imageshack.com
3) inserimento del link alla foto in un commento

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

La foto è stata scannerizzata, per cui non c'è un link. E' un file JPG, e ricordo di aver letto, proprio su questo forum, la procedura di inserimento. Non riesco a ritrovare dove,però.
Mi spieghi invece cortesemente cos'è imageshak.
Grazie

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

è un sito gratuito che provvede ad archiviare fotografie attribuendo un indirizzo internet univoco in modo che lei possa utilizzarlo per rendere le stesso fotografie pubbliche e visibili su internet in blog, forum o semplici pagine web.
provi a collegarsi all'indirizzo www.imageshack.com
per quella che è la mia esperienza è il modo più semplice e diretto

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Ci provo,
grazie

http://img91.imageshack.us/img91/3237/portasanpaolokz5.th.jpg

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

perfetto, se dall'elenco degli indirizzi sceglie non la versione ridotta "thumbnail" ma quella intera il gioco è fatto. comunque per vederla ingrandita basta eliminare i caratteri ".th" prima dell'estensione .jpg
bella foto, mille grazie.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

http://img410.imageshack.us/img410/7173/portasanpaolori3.jpg

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

se posso permettermi un ultimo suggerimento:
per agevolare la corretta formattazione dei codici html che permettono di rendere visibile una fotografia, attivare collegamenti ad altri siti ecc, può tornare utile l'editor html online che si trova all'indirizzo
http://it.heracleum.altervista.org/res/hmed/

over, out.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

DALLA “COMMISSIONE D’INCHIESTA PER LA MANCATA DIFESA DI ROMA”, LA DECISIONE DI ALLONTANARE DALLA CAPITALE IL RE E IL GOVERNO.

“… Alle 3,30 [del 9 settembre] si combatteva accanitamente a ovest di Roma, specie sulla sinistra del Tevere; alcuni capisaldi della divisione “Piacenza” e uno della “Granatieri”, erano stati sopraffatti, mentre altri resistevano validamente; cominciavano combattimenti sulla fronte dell’”Ariete”, all’altezza del lago di Bracciano.
Roatta [Capo di S.M. Esercito] conferì col Gen. Carboni [Capo del S.I.M. e Comandante delle forze assegnate alla difesa di Roma], il quale gli espresse l’avviso che la resistenza di Roma non sarebbe potuta durare più di 24 ore [sic].
Frattanto si era avuta notizia che truppe della 15^ divisione germanica [si trovava a Gaeta e doveva sorvegliare quel tratto di costa dagli sbarchi degli Alleati] avanzavano per la via Appia su Terracina e che reparti tedeschi, quelli mossisi da Frascati [1.000 paracadutisti della 2^ Divisione assegnati alla difesa dei Comandi dell’O.B.S. e della 2^ Luftflotte a Frascati], si erano impegnati contro nostri elementi a Tor Sapienza, sulla via Predestina. Data la vicinanza di questa strada alla via Tiburtina, si poteva supporre prossimo l’accerchiamento completo della capitale.
Verso le 4 Roatta andò ad esporre la situazione ad Ambrosio [Capo di Stato Maggiore Generale] e incontro Sorice [Ministro della Guerra], che gli fece presente la convenienza di fare partire il Re. Ambrosio, sentito Roatta, rilevò che Carboni [il vero responsabile di mancata difesa di Roma] poche ore prima aveva dato informazioni in contrasto con quanto, poi, era avvenuto, ed espresse la convinzione che tanto il Sovrano, quanto il Governo, non avrebbero lasciato la Capitale.
Lasciato Ambrosio, Roatta entrò in un ufficio del Gabinetto per telefonare allo Stato Maggiore. Quivi lo trovò il Principe di Piemonte. Poco dopo vi entrò anche il gen. Ambrosio e, successivamente, il Capo del Governo, il gen. Puntoni – 1° aiutante di campo generale del Re – e il Ministro Sorice.
Richiesto il suo giudizio sulla situazione, Roatta rispose che i tedeschi svolgevano [con forze limitate] una manovra tendente ad avviluppare la capitale; nessun assegnamento poteva farsi su un prossimo concorso degli Alleati [il loro aiuto, già in moto, era stato rifiutato la sera dell’8, perché ritenuto prematuro]; Roma poteva resistere, ma non tanto per risentire del benefico effetto dell’azione degli alleati; non conveniva, ad ogni modo, che il Re e il Governo rischiassero d’essere catturati dai tedeschi, i quali avrebbero certamente costituito un nuovo governo, che sarebbe stato l’unico esistente e l’unico legittimo; era ancora libera dai tedeschi, ma per poco tempo, la via Tiburtina e quindi urgeva prendere una decisione.
“Intando – dice Roatta – eravamo venuti a conoscenza che lo specchio d’acqua a nord del parallelo di Napoli era completamente sgombro di navi, mentre ne era pieno quello a sud, per cui avemmo chiara la visione che lo sbarco non avrebbe avuto luogo nelle vicinanze di Roma, bensì in quelle di Napoli”. [A Roma sapevano già, perché comunicato da Castellano, che lo sbarco degli Alleati sarebbe stato a Salerno].
Roatta concluse esprimendo il parere che, partendo il Re e il Governo, era inutile esporre Roma alle vicende del combattimento e perciò conveniva che le truppe della difesa fossero ritirare nella zona di Tivoli, in attesa di altro impiego [quale ?].
Data la gravità della situazione risultante dall’esposizione fatta dal Capo di S.M. dell’Esercito, il Maresciallo Badoglio [altro cuor di Leone] decise la partenza eda Roma del Re e del Governo “per garantire il funzionamento del governo e sopra tutto per poter procedere all’applicazione delle clausole d’armistizio” [sic].
A tale decisione deve avere contribuito fortemente – secondo il Gen. Silvio Rossi [Capo dell’Ufficio Operazioni del Comando Supremo] – il generale Carboni con il giudizio sulla situazione e da lui espressa a Roatta.
Poco dopo il Re espresse il desiderio che il Comnando Supremo e i Capi di Stato Maggiore delle FF.AA. lo seguissero.”

__________________

A questa situazione si arrivo soprattutto per lo scarso spirito offensivo dimostrato dal generale Carboni, che convinse tutti gli altri a prendere atto che ogni sforzo per difendere Roma era inutile. Le informazioni che Carboni aveva fornito quale Capo del S.I.M. indicavano, in modo estremamente errato, che i tedeschi muovessero contro la Capitale con una massa di ben 600 carri armati, mentre invece abbiamo dimostrato che al massimo erano 70. I 600 carri armati erano qualcosa di enorme, specialmente stante la differenza delle caratteristiche dei mezzi da combattimento tedeschi nei confronti di quelli italiani, e tutti, sovrano e capi militari, tremando di paura, diciamolo chiaramente, si convinsero che per difendere Roma non vi era ormai nulla da fare, e che per salvare le istituzioni occorresse allontanarle il più rapidamente possibile. Ma così facendolo, all’ultimo momento, il loro allontanamento si trasformò in un vera fuga che l’Italia, nel contesto della maggiore umiliazione della sua storia militare, non deve dimenticare e neppure perdonare.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

lungi da me l'idea di trarre dalla discrepanza relativa all'uso di un panzerfaust da parte di un civile la conclusione che nessuno di questi partecipò alla difesa di roma.

probabilmente l'episodio in sé riferito non è veritiero (oggettivamente a distanza di tempo dai fatti la memoria da semplice archivista si trasforma in romanziere), ma sicuramente qualche civile decise armi in pugno di difendere la capitale.

cambiando discorso ... sono sempre rimasto turbato dal differente atteggiamento tenuto dal re in occasione della rotta di caporetto (e la successiva ritirata e resistenza sul Piave) e l'8 settembre.

p.s. per quanto possa valere sottoscrivo in pieno Von Secht.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Il guai è che Carboni non era un militare , era una via di mezzo tra una spia ed un pettegolo .
Ecco cosa scrisse alle autorita' americane riguardo al rapporto tra mussolini e la petacci

http://www.larchivio.org/xoom/claretta.htm

Rapporto sulle ultime vicende della
relazione tra Mussolini e la Petacci
trasmesso, dopo la liberazione di Roma,
dal generale Giacomo Carboni all’OSS


Nella prima quindicina di maggio 1943 la Petacci veniva ripudiata per la prima volta da Mussolini. Riammessa a Palazzo Venezia qualche giorno dopo (malgrado il clamoroso scandalo suscitato da lei stessa quando un sottufficiale di P.S. la fermò all’ingresso di Piazza S. Marco), mentre vi si recava, all’ora solita (ore 15) nel suo tassí messogli a disposizione dalla ditta Garagnani (tassí Roma 77637), fermava in via Baiamonti un certo Donadio che si trovava con me sotto il portone del suo domicilio.
Il Donadio, individuo losco, persona di fiducia di Buffarini e della Petacci, «trait d’union» fra quest’ultima e tutte le personalità del vecchio regime, che si erano a lei agganciate onde ritrarne favori, era anche bene accetto a Casa Savoia, ove era riuscito a guadagnare la fiducia del Principe che egli affermava di conoscere da moltissimi anni, per essere stata l’Altezza Reale cliente di un suo negozio d’antichità. Al Principe il Donadio aveva presentato le stesse personalità che aveva presentato alla Petacci (fra le altre, Buffarini, Galbiati, Frattari, De Cesari...) Il piú delle volte però Donadio giungeva al Principe tramite un suo segretario, tale Anselma, al quale il Donadio aveva fatto ottenere dal Buffarini uno stipendio di L. 4000 al mese come informatore del sottosegretario agli interni.
Per necessità di servizio - e per consiglio dello stesso Capo del SIM che desiderava io arrivassi fino alla Petacci onde sorvegliarla - io riuscii a stringere relazione col Donadio, il quale mi era preziosissimo come involontario informatore.
Avevo piú volte espresso il desiderio al Donadio di conoscere personalmente la Petacci e il Donadio, che aveva in me una illimitata fiducia e una grande considerazione, approfittò del caso di quel giorno in cui la Petacci - ritornata all’ovile - appariva euforica e trionfante, per presentarmi a lei. Il Donadio fu talmente largo in elogi verso le mie capacità da svegliare in lei la curiosità di conoscermi meglio. Mi promise quindi di permettermi di rivederla piú a lungo.
Nei pochi minuti che io stetti nel suo tassí, la Petacci si lamentò del trattamento riservatole da Mussolini quando era stata letteralmente messa alla porta di Palazzo Venezia.
La Petacci mi apparve come un esserino insignificante, con un naso all’insú, due occhi piccoli neri vispi, il viso pallido e senza trucco, le labbra sottili. Aveva un cappello bianco eccentrico che la sorella, l’attrice Miriam di S. Servolo, aveva tentato di lanciare nel suo primo film; sulle spalle due vistose magnifiche volpi argentate.
Quando il 14 luglio seppi dallo stesso Donadio che la Petacci era stata - per la terza volta - scacciata da Palazzo Venezia, insistetti affinché mi accompagnasse da lei, come mi aveva promesso. Annunciato per telefono, ottenni un appuntamento alla Camilluccia per l’indomani a mezzogiorno. L’indomani il Donadio, con la scusa che doveva recarsi dal Principe, mi lasciò andare solo. In effetti il Donadio, preoccupato dalla piega che avevano presi gli avvenimenti dopo la caduta del piú forte suo sostenitore finanziario Buffarini, si era un po’ allontanato anche dalla Petacci.
Prima della telefonata in cui il Donadio chiedeva un appuntamento per me, non essendo riuscito a trovarla al telefono, egli le scrisse una lettera per raccomandarmi affermando che ero una persona preziosa per lei (voleva alludere alla necessità che aveva la Petacci di conoscere il maggior numero di persone in vista e quindi contava di sfruttare la mia speciale attitudine a conoscere vita e miracoli di tutte le personalità).
Alle ore 12 del 15 luglio mi recai alla Camilluccia.
La domestica, Ersilia, riuscí a stento a spingere uno dei grandiosi cristalli scorrevoli che, su tutta la facciata della villa, facevano assumere all’immobile l’aspetto di una grande scatola su una sbarra di ghiaccio.
Fui introdotto in un vastissimo salone con porte di cristallo, grandi quanto le pareti e con finestre che, come per l’ingresso, formavano un tutto unico di cristalli da uno spigolo all’altro del muro. Una ventina di soffici poltrone. Un pianoforte a coda ed una arpa in un angolo. Contro il muro un quadro bruttissimo di una brutta bambina. Un muro affrescato divideva il salone da un salotto con caminetto e divano lunghissimo con cuscini di piuma. Sulla destra una grande porta di legno. Tutti i pavimenti in marmo.
L’attesa fu lunga, tanto lunga che, trovandomi solo, mi avventurai per la parte di destra. Mi trovai in una camera da letto principesca. Ogni parete era ricoperta di specchi; anche al soffitto doveva esserci stato uno specchio che poi era stato staccato, probabilmente per desiderio dell’eccezionale amante! I mobili rosa; il letto basso su una base di legno scuro, era ricoperto di veli rosa e di coperte finissime imbottite di piuma. Un ambiente da film americano, ma di evidente cattivo gusto. Capii di trovarmi nell’alcova.
Spingendo una porta di specchio, mi trovai in una sala da bagno tutta in marmo nero. Al centro una piscina a livello decorata con mosaici. Un muretto di separazione celava il gabinetto pure in marmo nero. Luci in tutti gli angoli. In un angolo della piscina una presa per il telefono.
Uno sfarzo da nuovi ricchi!
Alle ore 13 circa la domestica mi venne a chiamare e mi condusse lungo un ponte rivestito di tappeti (in quella casa non si notavano scale, ma ponti lunghissimi per evitare la fatica di salire gradini) fino al piano superiore in una sala da pranzo ove feci un’altra anticamera. Anche qui passai il tempo ad osservare i lussuosi mobili e mi spinsi fin sulla terrazza che dava sulla grande piscina esterna; sulla terrazza v’erano degli attrezzi da ginnastica.
Alle ore 13,15 venivo finalmente ricevuto dalla Petacci nella sua camera da letto privata. Un grande letto con coperte di seta e biancheria finissima; un comodino su cui v’era una grande fotografia di Mussolini a colori; un armadietto con un gran quantitativo di medicine (la Petacci mi confidò poi di essere afflitta da molti mali immaginari); una libreria; una toletta.
In vestaglia molto scollacciata, che le scopriva una parte del seno, la Petacci mi invitò a sedere sul letto ove ella stessa sedeva. La madre, un donnone, stava in un angolo, sfogliando corrispondenza che ammucchiava in [un] cassetto. Si trattava di suppliche di cui alcune recavano l’indirizzo «all’Eccellenza Petacci Clara». La Petacci inviava poi, per evasione, le suppliche a Buffarini e a De Cesari.
Cominciò a parlare nuovamente dell’affronto ricevuto la prima volta che fu cacciata da Palazzo Venezia. Cercai di consolarla dicendole che, date le preoccupazioni del momento, bisognava scusare la procedura inelegante del suo amante. Ella protestò affermando che egli era stato sempre cosí con lei, sempre privo di attenzioni, sempre burbero.
«L’altro giorno - disse la Petacci - mi fece dire da Navarra che non desiderava vedermi perché di cattivo umore. Vi sembra decente mettere al corrente dei nostri rapporti gli uscieri?»
Essendo uscita dalla camera la madre, ne approfittai per rivolgere qualche domanda alla Petacci, soprattutto per scoprire chi erano i suoi amici. Cominciai col chiederle, in quali rapporti era con Galbiati, facendole credere che avevo bisogno di una raccomandazione per il Capo di S.M. della Milizia. La Petacci cadde nel tranello e mi rivelò che Galbiati doveva tutto a lei. Ella, per mesi interi, aveva soffiato il suo nome al Duce come successore di Starace. Il nome di Galbiati glielo aveva suggerito il Seniore Marinelli, divenuto poi ufficiale d’ordinanza di Galbiati, amico intimo della Petacci, della quale fu anche l’amante.
«Il Duce non voleva saperne di nominare Galbiati - disse la Petacci - ma io che avevo promesso a Peppino (Marinelli) di accontentarlo, insistetti tanto che un bel giorno si decise. La pratica però andava per le lunghe e a Starace intanto non succedeva Galbiati. Domandai a lui (a Mussolini) come mai tanto ritardo e lui mi rispose che Galbiati era irreperibile. Allora inviai Peppino in Albania in aereo perché conducesse subito a Roma Galbiati e l’indomani potetti annunciare al Duce che il nuovo capo di S.M. della Milizia attendeva i suoi ordini a Roma.
Facendo scivolare il discorso su Buffarini, capii che l’amico piú dovuto, il piú utile per lei, era l’ex sottosegretario agli interni. Ella dichiarò che Buffarini era il piú fedele servitore di Mussolini e mi confessò che stava adoperandosi affinché egli risalisse al potere. Ella disse testualmente: «Buffarini è un fedelissimo. Invece di tenerselo vicino il Duce lo ha disgustato allontanandolo. Ma a me non disse nulla quando lo mandò via, perché se lo avessi saputo glielo avrei impedito. (Ricordiamo che Buffarini fu liquidato improvvisamente, come Ciano e gli altri, con comunicazioni scritte di pugno di Mussolini e nessuno ne fu informato). Giorni fa parlando con lui (Mussolini) di Buffarini, lo qualificò di profittatore dicendo che aveva aiutato gli ebrei. Mi citò il caso di Sacerdoti, attribuendo la sua arianizzazione a Buffarini. Gli risposi che non aveva memoria poiché fu proprio lui (Mussolini) a procedere all’arianizzazione del Sacerdoti poiché gli avevano riferito che, per alcuni lavori urgenti della Marina, non v’era un tecnico capace come Sacerdoti».
Parlando di Bastianini la Petacci disse che aveva ricevuto molto cortesemente tempo fa suo fratello Marcello (il famigerato fratello della Petacci che ha accumulato milioni all’estero e in Italia) trattenendolo a conversare per circa un’ora. «Bastianini è un nostro amico - concluse la Petacci».
Di Cerica - allora ancora comandante della divisione di Roma dell’Arma - la Petacci parlò con molta simpatia dicendo testualmente: «Ieri sera è stato da me Cerica, inviato da Hazon, e mi ha trattenuto fino alle tre di notte a parlarmi di personalità, facendomi capire chiaramente di chi il Duce si poteva fidare. È la seconda volta che viene da me Cerica e mi sembra una simpatica persona, abbastanza sincera verso il Duce. Mentre quel delinquente di Pièche è capace di arrestare il Duce ed il RE. Anzi ho saputo che ha a Grottaferrata una villa con sotterranei blindati ove avrebbe intenzione di metterci il Duce in caso di cambiamento di regime!»
(Ricordiamo a tale proposito che il generale Cerica, la sera precedente alla sua nomina a comandante dell’Arma fu visto alla Camilluccia ove si trattenne a lungo).
Parlando di Senise la Petacci fu feroce, concludendo che tutta la Polizia era antimussoliniana e avrebbe presto tradito il Duce.
Su Chierici non si pronunciò molto. (Si sa che Chierici fu nominato su suggerimento di De Cesari e poiché quest’ultimo fu nominato su suggerimento della Petacci, è logico che anche Chierici doveva appartenere alla schiera simpatizzante per la Petacci.
Di Scorza parlò malissimo definendolo un energumeno ed un chiacchierone di cui c’è poco da fidarsi (si spiega questa avversione quando si pensi che Scorza era una creatura di Ciano).
Non fu molto favorevole verso Albini, al quale attribuiva l’iniziativa di aver presentato a Mussolini il «dossier» del fratello Marcello che serví di pretesto al Duce per scacciarla la prima volta da Palazzo Venezia.
Fu molto cordiale verso Farnesi definendolo un genio incompreso e facendo chiaramente capire che era stata lei ad aiutarlo a salire.
Appresi che il prefetto di l’Aquila, Cortese, fu nominato da lei, anche quello di Varese, Radogna fu nominato da lei in seguito a consiglio di Donadio. Anche dei federali furono nominati da lei (imposti a Vidussoni).
Giunta a parlare di Ciano, la Petacci dette la stura al suo odio accusandolo di tradimento e affermando che, pochi giorni prima, mentre il nemico sbarcava in Sicilia, Ciano dava un grande banchetto.
Alle 13,55 circa l’apparecchio telefonico rosa, che ella trascinava dappertutto grazie al lungo metraggio del filo ed alle innumerevoli prese telefoniche che si trovavano in ogni angolo della villa, squillò. Accennai per discrezione ad allontanarmi, ma ella mi fece segno di rimanere seduto.
Udii chiaramente la voce di Mussolini:
- Ti prego di lasciarmi tranquillo. Non posso interessarmi ora del tuo caso personale. Ho bisogno di rimanere solo.
Parlava con calma e con voce stanca. Ella rispose:
- Ma come puoi pensare che si tratti di un caso personale? Io ti ho scritto ieri sera per chiederti di esserti ancora vicino, specialmente in questi momenti!
- Non ho bisogno di nessuno e nessuno ha piú bisogno di me! Perciò lasciami tranquillo!
- Ma quanto durerà?
- Durerà quello che durerà. Una settimana, un mese, un anno...
- Ma io non sono un tiretto che a un dato momento si può chiudere. Io non sono una sgualdrina. Spero che vorrai ricordarti che non sono stata soltanto la tua amante. In fondo non ti chiedo nulla di straordinario se non rivederti!
- Ti ripeto di lasciarmi tranquillo e non costringermi ad adottare dei provvedimenti antipatici.
- Allora dimmi francamente che non vuoi piú saperne di me ed io me ne andrò.
- Sarebbe piú opportuno.
E su questa frase attaccò il ricevitore. La Petacci si sciolse in lacrime e maledicendo Edda Ciano, che, secondo lei era stata pochi giorni prima «a montare la testa del Duce contro di lei» disse: «Vuole accontentare l’opinione pubblica allontanandomi da Palazzo Venezia. Dopo dodici anni si preoccupa dell’opinione pubblica!»
«Io non sono stata la sua amante - diceva la Petacci fra le lacrime. - Sono stata colei che nei momenti piú tristi gli sono stata vicino mentre tutti lo abbandonavano. Ricordo che, parlandomi dell’episodio Matteotti, egli mi diceva che era rimasto solo in quell’occasione; perfino la moglie lo aveva abbandonato, scappando da Roma! Quando dovette sopportare duri colpi io gli fui sempre vicino. La prima volta fu all’epoca della fuga di Graziani. Egli capí fin d’allora che la partita era perduta per l’Italia e se ne preoccupò talmente che io pensai volesse suicidarsi. Riuscii a consolarlo. Quando Poi perdette il figlio Bruno ebbe un vero collasso. Egli era indeciso fra la rivoltella ed il salto dalla finestra. Nessuno seppe mai la tragedia che lo sconvolse. Sembrava impazzito. Io, sola, nella stanzetta attigua a quella sua di lavoro, dalle 7 del mattino alle 11 di sera, guardavo il soffitto e attendevo che di tanto in tanto aprisse la porta per apparirmi, trasfigurato e chiedere un mio sguardo di conforto. Mi prendeva le mani. Non pronunciava una parola. La figlia non gli fu mai vicino? Apparve solo dopo qualche settimana per dirgli che poiché il popolo italiano era molto depresso per gli avvenimenti, occorreva aprire di nuovo le sale da ballo».
«Ora - continuò la Petacci - egli si trova nelle stesse condizioni di allora, senza una persona amica, circondato da traditori e non vuole che gli sia vicino».
«Mi ha trattato come una donnaccia, come tutte le altre sue donnacce. Probabilmente dopo questa telefonata ne avrà fatta un’altra simile alla Ruspi ed alla Pallottella. Ma esse sono state piú furbe di me che si sono messe a posto finanziariamente, mentre io non ho mai accettato un soldo! (sic!)
«La Ruspi è stata ancora piú intelligente poiché ha fatto un figlio e gli ha fatto credere di averlo avuto da lui. Giorni fa egli mi telefonava per annunciarmi che il figlio della Ruspi era stato ferito in Sicilia. Che mancanza di delicatezza! Mi viene a parlare del figlio di un’altra sua amante! Non mi ha mai compresa. Mi ha sempre tenuta nella stessa considerazione delle altre. Mentre io ho sacrificato dodici anni della mia giovinezza per lui! Mi lascia senza un centesimo e mi invita ad andarmene. Come faccio le valige? Mi mette alla porta senza darmi il mezzo di sottrarmi all’ira dei suoi e miei nemici!»
La domestica veniva intanto ad annunciare che il pranzo era pronto per cui credetti opportuno congedarmi promettendole di ritornare dopo accordo con Donadio. Ciò non accadde perché Donadio, fiutando il temporale, non volle piú avere rapporti con la Petacci.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Guardiamo la vicenda da un altro punto di vista.

L'Italia chiede l'Armistizio; l'ottiene, "ma" tempestivamente dirama ai più Alti Comandi Militari (sino al livello di Divisione compreso) l'ordine di di massimo allarme delle truppe, dopo la trasmissione dell'annuncio via radio dell'Armistizio.

Ebbene, le FF.AA. si sarebbero trovate da subito nella condizione di potersi non solo difendere, ma anche di poter fronteggiare "agevolmente" le truppe germaniche sul territorio nazionale.

Queste ultime, avrebbero avuto due strade:
a) combattere contro gli italiani, in un Stato oramai ostile, senza sperare in rifornimenti e/o appoggio di alcun genere perchè i valichi alpini sarebbero stati agevolmente controllati dalle FF.AA. italiane;
b) scendere a patti con gli italiani che avrebbero consentito il loro ritorno in Patria, dietro analoga garanzia dei Reparti italiani dislocati nei Balcani, nella Grecia e nell'Egeo.

La nostra guerra sarebbe terminata qualche settimana dopo l'8 di settembre 1943, non avremmo dichiarato la Guerra alla Germannia, non avremmo dovuto subire ulteriori due anni di guerra, deportazioni di massa, la RSI, le atrocità subite dalla popolazione civile e dai militari, la guerra civile e via discorrendo.

Avremmo salvato l'intera Regia Marina, la quasi totalità del Regio Esercito e ciò che era sopravvissuto della Regia Aeronautica, l'Istria, la Dalmazia sarebbero restate italiane.

Sicuramente avremmo pagato un tributo pesante in sede di Armistizio (la perdita delle Colonie, il pagamento di pesanti danni di guerra e limitazioni negli armamenti), ma "veramente" alla nazione sarebbero stati risparmiati pesanti lutti.

Oggi, saremmo stati una Nazione divsersa, con ben altro spessore internazionale.

... ma sono certo che - specie agli inglesi - questa soluzione non sarebbe certo andata a genio, loro volevano la nostra distruzione politico-istituzionale-militare, nonchè loro (e molti altri) volevano impegnare i tedeschi "anche" sul fronte italiano (peccato che le presero quasi sempre di santa ragione benchè avessero una superiorità schiacciante!) così, tra nostri politicanti venduti, una famiglia reale di vili ed alte sfere militari di centometristi, venne scritta la peggiore pagina della nostra storia.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

10 Settembre, Venerdì

Ore 10.45: Carboni ordina alla divisione "Piave" di rientrare su Roma entro le ore 16; alla divisione "Ariete" di attaccare con due colonne motocorazzate i tedeschi sul fianco da est per alleggerire la pressione sulla "Granatieri" e a quest'ultima di resistere ad oltranza, se possibile contrattaccando!

Ore 11.00. Cadorna ("Ariete") tergiversa e non esegue l'ordine. Lo farà soltanto nel pomeriggio... quando ormai la situazione sarà definitivamente compromessa

“Camminava, sbandando leggermente, per il desolato Viale Jonio, impaziente di trovarsi fuori del suburbio. Ma quando finalmente gli si parò davanti l’Agro, un oceano di libertà e sicurezza, nello stesso momento gli giunse nell’orecchio un rumore di carri armati avvicinantisi. …….Non poteva trattarsi che di una Panzerdivision. Il fogliame degli alberi si dibatteva pazzamente a quel soffio benzinoso, nelle cesure del ritmato fragore, Johnny scorse il vociare della gente di Montesacro, che poi si precipitò all’acclamazione. Allora si avvicinò alle case, giusto mentre si spegneva il rombo della colonna. Soldati stavano respingendo i borghesi, cosicché gli apparve in tutta la squamosa, unicingolata nudità la divisione corazzata…diritta e solida come una spada, puntata al cuore di Roma, al Quirinale, al Ministero della Guerra, all’EIAR centrale. E Johnny arse di vergogna, di aver creduto tutto perso e finito, di portare la sola baionetta, di essere della fanteria. I carristi sedevano rigidi a bordo, magnifici nella calettatura dei caschi, fumavano con mosse lente, un braccio pendulo lungo le fiancate dei mezzi. La gente flottava dalle case, urgeva per vedere e toccare con dito quella miracolosa forza italiana, e balbettava di felicità, finché un uomo scandì "Viva l’Italia!". I carristi continuarono a fumare e guardare avanti verso Roma, impassibili e tecnici, l’esatta controparte dei tedeschi. Se la sarebbero vista con i Tigre e Johnny, contemplando quegli uomini, non dubitava minimamente dell’esito della battaglia. Ammirava persino quel loro stile di fumare, ingollavano il caldo fumo come fosse una bevanda glaciale, indurente.
- Che fate?- domandò poi al carrista di fronte
- Attendiamo ordini.
-Attaccate?
Pesò con la mano sull’impugnatura della mitragliatrice, brandeggiandola al cielo nero. – Abbiamo carburante per un’ora. O ce la facciamo in quest’ora o ci schiacceranno come tanti vermi. Loro ce l’hanno il carburante, a casa nostra. ”

da “Primavera di bellezza”, di Beppe Fenoglio
Nasce nella capitale economica delle Langhe, ad Alba (Cuneo), il 1 marzo 1922 da Amilcare e Margherita Faccenda. Nonostante l’estrazione modesta della sua famiglia — i genitori gestiscono una macelleria nella zona delle vecchie case intorno al Duomo — arriva a frequentare il liceo. Qui incontra due insegnanti di gran valore: il professore di filosofia, Pietro Chiodi, e quello d’italiano, Leonardo Cocito — entrambi antifascisti e partigiani combattenti. Agli anni del tanto amato liceo risale la sua fortissima passione per la lingua e la letteratura inglese e americana: per James, Lawrence, Conrad, Yeats, Coleridge, Shakespeare. In seguito s’iscrive alla Facoltà di Lettere di Torino, ma per la chiamata alle armi interrompe gli studi universitari, senza mai più riuscire poi a conseguire la laurea. Nel 1943 frequenta un corso per allievi ufficiali; quindi viene trasferito a Roma, da dove, dopo l’armistizio dell’8 settembre, riesce a tornare ad Alba.Qui si arruola tra i partigiani, prima in un gruppo comunista, poi, nell’estate del ’44, in formazioni monarchiche, nei cosiddetti «azzurri» o «badogliani», e precisamente nel reparto di Enrico Martini Mauri e di Piero Balbo. Negli ultimi mesi di guerra è ufficiale di collegamento con la missione inglese di stanza nel Monferrato. Il suo esordio letterario non è affatto facile. Nel 1949 l’editore Einaudi rifiuta la sua prima raccolta Racconti della guerra civile; e l’anno successivo Elio Vittorini, sempre per Einaudi, gli consiglia di sacrificare il romanzo La paga del sabato per ricavarne due racconti. Solamente nel 1952 Vittorini gli pubblica, nella collana di narrativa I gettoni, di Einaudi, la raccolta di racconti I ventitre giorni della città di Alba. Poi, nel 1954, sempre nella stessa collana, esce il romanzo breve, centrato sul mondo delle Langhe, La malora. Deluso dalla sfavorevole accoglienza della critica e dalle riserve espresse da Vittorini su La malora, rompe con Einaudi e nel 1959 pubblica presso Garzanti il romanzo Primavera di bellezza, per il quale nel ’60 gli viene assegnato il Premio Prato. Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio 1963 Fenoglio muore a Torino per un cancro ai polmoni

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

devo dire che quello che leggo sopra mi lascia interdetto.

Persino il nostro documentatissimo Sig. Mattesini, se ho capito bene, si inventa che "la sera" dell'8 si sarebbe rifiutato l'aiuto degli alleati a Roma...
ma non era successo ore prima, non dopo,dell'annuncio da Algeri dell'armistizio? O ricordo male?

e qualcun'altro che la figlia secondigenita del re, Mafalda, sarebbe stata uccisa solo per colpa di bombe alleate, dico stava a Buchenwald, il nome dovrebbe dire qualcosa, mica in un Grand Hotel sul baltico, e morì per l'infettarsi di ferite di tre giorni prima, per il fisico già debilitato e per l'imperizia dei medici del campo di concentramento.

Qualcun'altro immagina che un re di settant'anni avrebbe dovuto andare a combattere in Sicilia come seplice fante, oppure farsi fucilare dai nazisti tutto contento di fare da martire per la patria...

questo in un sistema dove la maggioranza dei generali e degli ufficiali superiori era incapace o peggio, marcio frutto di vent'anni di dittatura tutta cartapesta, arraffa arraffa e poco altro...

ma quale sovrano di altro paese contemporaneo si è mai comportato così?

E poi leggo che avremmo avuto 8000 tedeschi contro 100000 italiani come se tutte le nostre divisioni fossero schierate a Porta San Paolo.

Certo eravamo in superiorità numerica, così come lo eravamo a Cefalonia o a Sidi El Barrani.
Carboni era quello che era ma possiamo dire che conosceva bene se non le sue truppe almeno se stesso? E quindi che aveva ben chiaro che la resistenza contro i tedeschi era disperata? Tanto è vero che i paracadutisti arrivarono dal mare fino al centro di Roma e se il re fosse rimasto al Quirinale sarebbe stato inevitabilmente preso in trappola. Oh, si a quel punto avrebbe dovuto sguainare la sua sciaboletta e immolarsi caricando i tedeschi...
...come hanno fatto tutti gli altri sovrani e capi di stato di paesi la cui capitale è stata occupata durante la seconda guerra mondiale. O no?


Ah certo, avremmo potuto respindere Kesserling se avessimo avuto solo generali Bellomo o sottotenenti Barbadoro e solo soldati alla loro altezza, e tutti questi fossero stati granitici nel rispettare gli ordini anche se erano quelli di sparare contro i camerati tedeschi, loro alleati fino a un giorno prima...
Beh, avremmo vinto la guerra a fine 1940 e non avremmo avuto nessun armistizio dell'8 settembre!

Mi state spingendo, io repubblicano convinto, a fare l'avvocato del diavolo, a sostenere che il re si è dimostrato migliore della classe dirigente a lui contemporanea...

meno male che almeno il Sig. Von Braun mi segue in questa mia provocazione (ma è una provocazione?)

Anche se sto scoprendo stasera, cercando un po', che queste mie tesi, del tutto spontanee e risvegliate proprio dal testo riproposto dal Sig. Mattesini in apertura di tema, sono fatte propria da un ampia bibliografia.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

I sovrani e i governi d'Europa avevano avute le loro armate DISTRUTTE dalla MASSA della WERMACHT avanzante, non avevano più riserve, avevano impiegato inutilmente e visto annientare le loro masse di manovra, buttato in campo tutto ciò che avevano e anche di più, aperto le dighe, allagato i campi, sofferto e sperato... E alla fine si erano rassegnati all'ineludibile.

Cosa di tutto ciò fecero il Re e il Governo italiano prima di fuggire più velocemente delle lepri???

Cordiali saluti.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

La secondogenita Mafalda fu ferita per effetto di un bombardamento mentre era al lavoro a Buchenwald. Le fu amputato un braccio, ma l'operazione ebbe conseguenze letali. Fu sepolta sotto mentite spoglie, ma la sua tomba fu rintracciata da alcuni marinai italiani prigionieri che erano riusciti a sapere dove fosse.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Caro pilotadelladomenica sulla questione della fuga del re Lei ha una sua idea del tutto legittima, che però non collima con la mia. Per quanto riguarda la divisione paracadutisti americani, che doveva raggiungere Roma la sera dell’8 settembre, riporto quanto già scritto precedentemente, in modo che tutto sia chiaro che prima il suo arrivo negli aeroporti della Capitale fu rifiutato da Carboni e da Badoglio e poi disperatamente invocato dopo l’inizio dei combattimenti.


La sera del 7 settembre, sbarcati a Gaeta dalla corvetta Ibis e proseguendo in autoambulanza scortata dai carabinieri, arrivarono a Roma, a Palazzo Caprara sede del Ministero della Guerra, il generale Taylor e il colonnello Gardiner, inviati per preparare l’arrivo sugli aeroporti della Capitale della 82^ Divisione aviotrasportata statunitense, fissato per il tardo pomeriggio l’indomani 8.
Erano le ore 22.00. Ma i due ufficiali, dopo aver parlato con il generale Giacomo Carboni, che comandava il Corpo Motocorazzato assegnato alla difesa di Roma, e al quale Taylor dichiarò di avere piena fiducia sulle sue truppe, di fronte alle difficoltà subito presentate dall’ufficiale italiano, che sollevò difficoltà di ogni genere per accogliere e sostenere nel campo logistico i paracadutisti, egli si allarmò. E convinto che il generale Castellano avesse ingannato gli Alleati, presentando loro una situazione ben diversa sull’efficienza delle forze italiane assegnate alla difesa della Capitale, Taylor chiese di conferire subito con il maresciallo Badoglio, che trovandosi nella sua villa di via Bruxelles.
Svegliato in piena notte, Badoglio accolse in pigiama i due ufficiali statunitensi e il generale Carboni, che li accompagnò. Taylor e Gardiner, chiesero al maresciallo quale realmente fosse la situazione, e si sentirono rispondere che gli italiani non erano a ancora pronti a combattere. Carboni aumentò la dose riferendo che non vi erano truppe sufficienti, né i 400 autocarri richiesti per il trasporto dei paracadutisti nelle zone assegnate, e neppure riserve di carburante necessarie per i loro spostamenti, e munizionamento anticarro per i cannoni da 47 mm. Inoltre, la presenza di elementi della 2^ Divisione paracadutisti tedesca vicino ad Ostia e Fiumicino, portava ad aumentare le difficoltà che si avevano per difendere, nei richiesti venti miglia per lato, il braccio meridionale del fiume Tevere, che doveva essere risalito dai mezzi da sbarco trasportanti i cannoni anticarro e i carri armati, destinati al sostegno della 82^ divisione aviotrasportata. E si fecero difficoltà anche riguardo alla neutralizzazione delle artiglierie contraeree tedesche, in gran parte integrate, con quelle italiane (quarantadue batterie), nella cintura difensiva di Roma, e che era una delle principali misure richieste dagli Alleati per proteggere l’arrivo, sugli aeroporti della Capitale, degli aerei da trasporto e degli alianti statunitensi.
Inoltre, dal momento che la 82^ Divisione non doveva essere impegnata prima di essere ammassata al completo, paradossalmente gli italiani erano convinti che, nel prendere l’iniziativa contro i tedeschi, essa “avrebbe presentato soltanto un peso”. Era questa l’opinione del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Mario Roatta, che in quel momento delicatissimo in cui sarebbe stata necessaria la sua presenza, al pari di Ambrosio era assente da Roma, trovandosi nella sua sede di campagna di Monterotondo a discutere, assieme al generale Francesco Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore Generale, su un promemoria da inviare al Comando Alleato, in cui si chiedeva di rimandare l’armistizio e l’arrivo dei paracadutisti; promemoria già preparato e discusso dai due alti ufficiali fin dalla sera del 6 settembre, e ancora da modificare dopo essere stato portato all’attenzione del Capo del Governo.
Pertanto Badoglio e Carboni, pur essendo stati informati con una certa riservatezza da Taylor che “l’armistizio era imminente e, forse, quello stesso giorno 8”, non esitarono a sollecitarono nuovamente di ritardare l’aviosbarco e la dichiarazione dell’armistizio per aver il tempo di rinforzare le difese della capitale. Misure già studiate dal generale Roatta, che per sostenere l’arrivo, per lui non troppo desiderato, dei paracadutisti statunitensi, aveva previsto di assegnare il compito di proteggere gli aeroporti esterni alla cinta della Capitale alla divisione di fanteria Lupi di Toscana e alla divisione corazzata Centauro, ex divisione della Milizia M.
La Lupi di Toscana, che si stava spostando da nord, doveva proteggere gli aeroporti di Furbara e di Cerveteri, mentre quello di Guidonia, vicino a Tivoli, era assegnato alla Centauro, che pur essendo considerata come unità scarsamente affidabile, poteva avere un forte peso nella difesa di Roma, in quanto, a scanso del suo modesto organico di 5.500 uomini, era equipaggiata con 45 carri armati, 36 cannoni semoventi, 72 cannoni (di cui 24 da 88 mm.) e 40 mitragliere da 20, nonché 150 mezzi cingolati per trasporto truppe e traino d’artiglierie. Si trattava in gran parte materiale moderno e potente fornito a Mussolini dai tedeschi, e che in quel momento era anche rimpianto da Hitler che temeva potesse essere impiegato dagli italiani contro le proprie truppe.
Il generale Taylor, di fronte ai piagnistei e alle elencazioni delle miserie italiane, telegrafò al Comando Alleato di Algeri, per far conoscere le difficoltà incontrate con la frase convenzionale “Situation innocuous”, mentre da parte sua Badoglio inviava un messaggio in cui paventando che le rinforzate truppe tedesche avrebbero occupato Roma e sopraffatto il Governo chiedeva esplicitamente di rimandare l’armistizio; anche perché, assumendosi una gravissima responsabilità, specificò: “Operazione Giant non è più possibile dato che io non ho forze sufficienti per garantire [il possesso degli] aeroporti”. E Taylor, usando la sua radio e i suoi codici, rinforzò la dose di pessimismo, aggiungendo che vi era l’impossibilità di fare arrivare a Roma l’82^ Divisione, perché “non cerano munizioni, né si sapeva dove prenderne” per fronteggiare le forze tedesche, che ora, con l’arrivo di nuovi rinforzi, erano passate ad avere 36.000 uomini.
A Roma, infatti, basandosi sulle informazioni fornite dai sempre imprecisi servizi d’informazione, si riteneva che 12.000 uomini fossero nella 2^ Divisioni paracadutisti, dislocata a sud di Roma, e ben 24.000 nella 3^ Divisione corazzata (in realtà Panzergranadieren) acquartierata a nord della Capitale italiana. La 2^ Divisione era priva di mezzi corazzati ed armamento pesante, avendo distaccato il suo gruppo di semoventi Marder da 105 mm. a difesa dei Comandi di Frascati, dell’O.B.S. e della 2^ Luftflotte, che potevano rappresentare il più favorevole e importante obiettivo per un attacco italiano. La 3^ Divisione, che possedeva soltanto efficienti 37 cannoni d’assalto sui 42 in carico, dovendo fronteggiare i circa 200 carri e semoventi della divisione corazzata Ariete che le sbarrava la via Cassia, nella zona del Lago di Bracciano, era stata rinforzata con un battaglione di 70 carri armati tipo IV, con cannone lungo da 75 mm.
Gli effettivi delle due grandi unità tedesche erano pertanto alquanto al disotto di quelli italiani, ed il loro armamento assai inferiore, non per qualità ma per numero di uomini, di artiglierie e di mezzi corazzati. Ma il S.I.M., contribuendo a generare pessimismo, aveva invece fornito notizie che facevano ascendere il numero dei carri armati germanici presenti vicino a Roma a ben 600, e questo per gli italiani contribuiva a creare grande pessimismo sulle possibilità di difesa, tanto da ritenere che non sarebbe stato possibile resistere per i tre giorni previsti per l’arrivo dei rinforzi Alleati. Come si espresse il generale Carboni nella sua relazione, mancandogli i mezzi, la Capitale avrebbe potuto resistere soltanto “poche ore” ad un attacco.
In questo clima di estremo pessimismo, il Comando Alleato ricevette verso mezzogiorno dell’8 settembre le allarmanti informazioni di Taylor e di Badoglio, e subito esse fecero temere il peggio per l’imminente sbarco a Salerno; operazione che già nel corso della pianificazione era stata considerata rischiosa dal generale Mark Clark Comandante della 5^ Armata statunitense. Questi poi non si fidava delle possibilità degli italiani di tenere il controllo delle spiagge, prevedendo una dura reazione tedesca. Inoltre Clark non voleva privarsi dell’82^ Divisione che il piano originale prevedeva dovesse lanciarsi nella zona di Capua, per contrastare i rinforzi tedeschi diretti a Salerno.
Essendo il generale Eisenhower partito per una visita al posto di Comando avanzato di Biserta, gli ufficiali del suo Stato Maggiore rimasero sbalorditi dal contenuto del telegramma di Badoglio che chiedeva di rimandare l’armistizio e decisero di ritrasmettere al proprio superiore. Contemporaneamente, fu compilato e trasmesso un telegramma per il Comandante dell’82^ Divisione aviotrasportata, generale Matthew Ridgway, per arrestare il decollo dalla Sicilia di centotrentacinque aerei da trasporto degli stormi 51° e 52° che stavano imbarcando i primi paracadutisti, quelli del 504° Reggimento, diretti a Roma.
Considerando però che l’ora fissata per l’operazione “Giant Two” era molto vicina, con una corsa contro il tempo il Comando Alleato incaricò il generale Lyman L. Lemnitzer, Capo di Stato Maggiore del 15° Gruppo Trasporti, di recarsi in volo da Biserta a Licata dove si trovava il Comando dell’82^ Divisione. L’ufficiale arrivò a destinazione poco prima delle ore 18.00, quando già sessantadue aerei C. 47, con a bordo i paracadutisti, avevano decollato ed erano in volo per prendere la formazione prescritta e dirigere su Roma.
Con eguale tempestività fu arrestato un piccolo convoglio statunitense, comandato dal colonnello William H. Bertsh che, salpato al mattino da Biserta e diretto alla foce del Tevere, fu poi dirottato verso le spiagge di sbarco di Salerno, ove stavano sopraggiungendo le unità anfibie dell’operazione “Avalanche”. Il convoglio era costituito da una nave da sbarco per carri armati LST e da tre mezzi da sbarco per carri armati LCT, che trasportavano i cento cannoni anticarro e sedici carri armati. Erano le armi che, in seguito agli accordi tra i generali Castellano e Bedell-Smith, avrebbero dovuto raggiungere la foce del Tevere entro tre o quattro giorni dall’inizio dell’aviosbarco, per poi risalire il fiume fino a raggiungere il punto segnato sulle carte come G.C., situato a mezza strada tra Ostia e Roma.
Su questi rinforzi statunitensi, che dovevano sbarcare dai mezzi da sbarco per sostenere la divisione paracadutisti, ha quindi pienamente ragione Castellano in Roma Kaput, scrivendo: “Come si vede i timori di Carboni erano del tutto infondati perché gli americani mantenevano fede alla parola data”.
Nel frattempo, conosciuto il contenuto del dispaccio di Badoglio, che chiedeva di rimandare la dichiarazione dell’armistizio, e rimasto sbalordito come lo erano stati i suoi ufficiali ad Algeri, il generale Eisenhower, telegrafando a Roma, fece sapere, senza possibilità di ulteriori equivoci, che l’Accordo firmato a Cassibile sarebbe stato diramato nella serata; ragion per cui chiedeva al maresciallo di rispettare gli accordi conclusi, altrimenti ne avrebbe informato egli stesso il mondo intero, dopodiché l’Italia non avrebbe più avuto un solo amico,
Ed in effetti, come vedremo, a Roma fu come se fosse arrivato un fulmine a ciel sereno, che ebbe grosse ripercussioni sulle possibilità di difesa della città, perché, oltre a far scoppiare il panico, distrusse il clima di fiducia che gli incoscienti responsabili italiani dell’armistizio non avevano previsto. Essi, infatti, nel loro pensiero manicheo e bizantino, ingigantendo le difficoltà, pensavano che gli Alleati avrebbero accettato di posticipare l’armistizio, e poi di realizzare lo sbarco dal mare il più possibile vicino a Roma, tra Gaeta e Anzio, come era stato richiesto con un promemoria di Ambrosio, compilato il 6 settembre e inviato l’indomani a Castellano tramite il tenente colonnello De Carlo. Richieste e che furono nuovamente riproposte nel pomeriggio dell’8 settembre, al rientro del generale Ambrosio da Torino, spedendo in aereo a Tunisi, assieme al generale Taylor, il Sottocapo di Stato Maggiore Generale che, insieme al generale Roatta, aveva preparato il nuovo promemoria da consegnare agli Alleati. In esso erano contenute le ultime proposte italiane, che il generale Francesco Rossi ampliò, durante il volo sull’S.79 pilotato dal capitano Baracchini, con proprie annotazioni.
Il generale Ambrosio era ancora fiducioso che l’armistizio non sarebbe stato annunciato prima del 12 settembre. Ma quando Rossi e Taylor giunsero a Tunisi, per spiegare che a Roma non si era pronti a ricevere e a proteggere la 82^ Divisione prima di quattro giorni, e per chiedere di non lasciare sole le forze italiane nel combattere i tedeschi, realizzando uno sbarco vicino alla capitale – “almeno nella zona di Formia, Gaeta, Terracina, Littoria”, dove per la protezione aerea poteva “concorrere la caccia partita dalla zona di Salerno” (sic) – furono informati che non vi era più nulla da fare. L’armistizio era già entrato in vigore, e lo sbarco a Salerno, con i convogli Alleati che dirigevano, fortemente scortati, verso le spiagge del golfo, sarebbe iniziato nei tempi previsti; e nulla, com’era logico supporre, considerando la quantità di mezzi messi in movimento (ben 600), a quel punto avrebbe potuto fermarlo.

(segue)

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Occorre dire che le richieste italiane dell’ultima ora potevano apparire agli Alleati come richieste ambigue e sospette, quelle dello sconfitto che cercava di
trarre profitto da ogni occasione che appariva trattabile ed ottenere i maggiori vantaggi dopo essere salito senza troppo pudore sul carro del vincitore. Le proposte italiane, che suggerivano di rimandare l’armistizio e l’aviosbarco a Roma di almeno quattro giorni, dopo che gli anglo-americani fossero sbarcati il più vicino possibile alla Capitale, pur essendo ragionevoli non sarebbero mai state accettate da Eisenhower, perché già discusse e definite con il generale Castellano.
A Roma erano invece fiduciosi del contrario. Lo dimostra chiaramente quanto il generale Roatta ha scritto nella sua Memoria. Dopo aver spiegato il motivo dell’invio a Tunisi del generale Rossi, sulla riuscita della cui missione, autorizzata dal generale Eisenhower, contavano il Governo, il Comando Supremo e lo Stato Maggiore dell’Esercito, egli concluse affermando:

In sostanza appariva assicurata la disponibilità di altri quattro giorni, e si aveva altresì forte ragione di ritenere che date le modalità sarebbero state riesaminate e – questa volta – esattamente comunicate alla parte italiana”.

Le richieste italiane, come abbiamo già accennato, derivavano dalla non conoscenza delle difficoltà logistiche e tattiche in cui si dibatteva il generale Eisenhower perché, dopo la campagna di Sicilia, gli erano stati sottratti aliquote di truppe, mezzi aerei e mezzi navali da destinare allo sbarco in Normandia, previsto per la primavera del 1944, e mezzi da sbarco destinati al fronte del Pacifico. Ma a parte questo occorre dire che, per ampliare le zone di sbarco, come richiesto dal generale Rossi, alla zona Formia – Gaeta – Terracina – Littoria, con l’impiego di almeno altre nove divisioni oltre alle quattro impegnate a Salerno, gli Alleati avrebbero dovuto cambiare tutti i loro piani, approvati dal Presidente Roosevelt e dal Primo Ministro Churchill, che avevano informato anche il Presidente dell’Unione Sovietica, maresciallo Stalin.
Secondo i responsabili italiani, l’invio a Roma dei paracadutisti statunitensi dell’82^ Divisione non doveva essere annullato ma soltanto rimandato, realizzando l’operazione Giant Two dopo la proclamazione dell’armistizio, e di un secondo e più massiccio sbarco, che seguisse a quello di Salerno, da realizzare il più possibile vicino alla Capitale. E ciò per un triplice scopo:
1°) di avere il maggior tempo possibile per fare arrivare gli attesi rinforzi, che dovevano permettere completare le difese;
2°) per dare ai tedeschi l’occasione di essere i primi ad aprire le ostilità contro gli ex alleati, in modo che gli italiani non dovessero essere accusati di tradimento;
3°) per dare all’opinione pubblica nazionale, e ai propri combattenti, non convinti del voltafaccia nei confronti dei tedeschi, di essere stati costretti a reagire ad una palese aggressione delle Forze Armate germaniche.
Una formula, quest’ultima, che pure nel disastro dell’8 settembre, con il vento girato in altra direzione rispetto a quella prevista dai responsabili italiani, ebbe successo. Essa, infatti, fornì la giustificazione, però da tutti non condivisa, della successiva guerra civile, e per decantare esagerati meriti resistenziali, dimenticando però che era stata l’Italia ad iniziare la guerra al fianco dei tedeschi. Da qui la non giustificabile ed umiliante accusa, conosciuta in tutto il mondo, che gli italiani non hanno mai terminato una guerra dalla parte in cui l’avevano iniziata.
Ma la gigantesca impresa supplementare di sbarco richiesta agli Alleati dimostrava che a Roma si aveva una completa ignoranza delle difficoltà di una guerra anfibia. L’operazione, richiesta dal generale Rossi che doveva integrare quelle di Salerno e di Taranto, oltre a non essere prevista nei piani degli Alleati, e quindi da studiare attentamente, era resa impossibile dalla mancanza di truppe, e dei mezzi navali necessari per il loro trasporto, ed era resa sconsigliabile dal fatto di dover mantenere l’ombrello aereo nella zona delle operazioni anfibie entro il raggio d’azione dei velivoli concentrati negli aeroporti della Sicilia.
In definitiva, fu da questo errato insieme di valutazioni, di richieste inattuabili e di eccessiva fiducia, che ebbe origine la causa della catastrofe delle Forze Armate italiane, e dell’Italia tutta.

***

Quando il mattino del 9 settembre fu chiaro che la situazione in Italia stava precipitando, e che ovunque i tedeschi erano passati decisamente all’offensiva per ristabilire la situazione a loro favore, il generale Rossi chiese al generale Alexander di appoggiare la difesa di Roma, effettuando al più presto l’aviosbarco della 82^ Divisione statunitense nella zona Fiumicino-Cerveteri, in concomitanza con un’operazione anfibia, da attuare anche con forze limitate.
In pratica, si trattava di svolgere la medesima operazione di aviosbarco che era stata rifiutata dal maresciallo Badoglio ventiquattr’ore prima, con tutte le gravi conseguenze che da ciò ne derivarono. A questo proposito Alexander rispose in modo molto esplicito, sostenne che “essendo sospese per iniziativa di Roma le operazioni a suo tempo stabilite” era “difficile riprendere in esame la cosa” .
Allora ha scritto Rossi, “Proposi al Comando Alleato di chiedere telegraficamente al Comando Supremo se e quando si sarebbe potuto inviare la Divisione Air-borne; naturalmente il telegramma non fu trasmesso, dati gli avvenimenti a Roma”.
I fatti non stavano esattamente così, dal momento che quello stesso giorno 9 settembre fu inviato a Roma il seguente messaggio, a cui non risultava sia stata data risposta:

Comando in Capo desidera notizie anche sommarie sopra sviluppo situazione Roma (stop) In particolare occorre previsione su disponibilità uso campi aviazione Cerveteri et Furbara in relazione at nota operazione che sarà effettuata al più presto in concomitanza con operazioni sbarco (stop)

A questo messaggio ne seguì un altro, trasmesso alle ore 20.40 del 9 settembre con il numero progressivo 62, che fu ricevuto a Roma il giorno 10. Il messaggio, firmato dal generale Rossi, riportava testualmente:

Immediato per S.E. Ambrosio.
Ho insistito ripetutamente sulla necessità et urgenza di uno sbarco navale et aereo presso e a nord di Roma ripeto Roma. Nel frattempo compilate immediatamente quanto possibile tutte informazioni per l’eventuale ben noto sbarco della divisione paracadutisti. Gen. Rossi

La risposta proveniente dal Comando Supremo, che secondo una minuta esistente nel carteggio del generale Castellano fu preparata fin da quello stesso giorno 10 settembre, arrivò al Comando Alleato, evidentemente per inconvenienti di trasmissione, soltanto alle 05.46 del 12. Fu poi consegnato alla Missione Militare Italiana alle 07.05, nella sottostante forma:

Riferimento vostro 62 Alt Insistete che forze considerevoli siano sbarcate possibilmente a Nord di Roma che deve essere considerata come occupata dai tedeschi Alt E’ considerabile uno sbarco di una divisione paracadutisti nella zona di Grosseto e Roma (?) - Telegramma nr. 36.

Il fatto che gli Alleati non avessero perso tutte le speranze su un ripensamento italiano ad accettare e proteggere l’arrivo dell’82^ Divisione aviotrasportata sugli aeroporti di Roma, è dimostrato da un messaggio cifrato inviato dal generale Alexander ai due comandanti dipendenti dal suo 15° Gruppo d’Armate: generali Clark e Montgomery, rispettivamente responsabili della 5^ Armata Statunitense, che stava per sbarcare sulle spiagge del Golfo di Salerno, e della 8^ Armata britannica, che avanzava verso nord dalla Calabria. Il testo del messaggio era il seguente:

”Personale per i generali Clark e Montgomery.
L’armistizio è stato annunciato questa sera dal comandante in capo alleato e da Badoglio. Gli italiani si sono evidentemente fatti sorprendere nel sonno dalla rapidità delle nostre azioni e non hanno preso misure dettagliate per appoggiarci secondo i piani. Siamo stati costretti a rinviare le operazioni della 82^ Divisione aerotrasportata a causa della mancanza di misure per accogliere i nostri negli aeroporti. Speriamo però che si tratti solo di un rinvio. Se contingenti di truppe italiane agli ordini dei rispettivi ufficiali vogliono aiutare la causa alleata dovete approfittare al massimo della loro collaborazione.”

Questo messaggio arrivò al generale Clark nel momento meno opportuno, poiché le spiagge di Salerno erano state occupate dalle formazioni corazzate e dai reparti di artiglieria tedesca della 16 Panzer, senza che da parte italiana le guarnigioni della 222^ Divisione costiera avessero opposto una valida resistenza. Venuta a mancare questa resistenza, che il Comando Alleato aveva sperato di poter impiegare contro i tedeschi, per agevolare lo sbarco e l’avanzata verso Napoli, che avrebbe dovuto essere rapida, le forze anglo-americane, mettendo piede sulle spiagge di Salerno si trovarono invece subito invischiate in una battaglia accanita.
Pertanto, l’idea suggerita dal Comando Supremo di richiedere lo svolgimento di una complessa operazione anfibia ad aviosbarco nella zona di Roma, ed un lancio di paracadutisti nel grossetano, ossia a circa 200 chilometri a nord della Capitale italiana, era in quel momento di natura inattuabile, per due motivi. Perché era cessata ogni attività della Forze Armate italiane contro i tedeschi, e ciò avrebbe costretto gli alleati a combattere in una zona molto lontana dalle basi aeree, e pertanto non coperta dalla protezione dei velivoli da caccia, con il rischio che le forze d’invasione venissero annientate dai tedeschi; e perché gli anglo-americani, oltre a non poter disporre neppure dei mezzi navali e terrestri necessari per poter attuare un’altra operazione complessa di dimensioni paragonabili all’”Avalanche”, in corso a Salerno, si trovavano duramente impegnati in quest’ultimo fronte dove, nei giorni successivi allo sbarco, si verificò un vero stato di crisi.
Il 13 settembre i tedeschi, agendo con la consueta determinazione e senza contare i nemici che avevano di fronte, passarono decisamente alla controffensiva con la 16^ Panzer e con la 29^ Panzer Grenadieren. Dal momento che le truppe germaniche stavano per raggiungere le spiagge di Salerno, e, appoggiate da 600 mezzi corazzati, minacciavano di ricacciare in mare le tre divisioni anglo-americane che partecipavano a quella prima fase dell’invasione, per gli Alleati l’unica speranza di poter usufruire di rinforzi di pronto impiego, per cercare di ristabilire la situazione, resto legato all’intervento della 82^ Divisione aviotrasportata del generale Ridgway. Questi infatti ricevuto dal generale Clark, l’ordine di trasferire le sue truppe sulla testa di ponte vicino a Paestrum, nella notte tra io 14 e il 15 settembre imbarcò duemilacento soldati del 505° Reggimento paracadutisti su centoventicinque aerei da trasporto, che dalla Sicilia effettuarono la missione assegnata.
In tal modo, quegli stessi paracadutisti che avrebbero dovuto raggiungere Roma, furono invece avviati verso le linee del fronte di Salerno, ove la situazione sfavorevole fu ristabilita per l’intervento in massa dell’aviazione alleata e del bombardamento navale. Ad esso infatti parteciparono anche le corazzate britanniche, delle quali la Warspite riportò gravissimi danni, assieme agli incrociatori statunitensi Philadelphia e Savannah e al britannico Uganda, per opera delle bombe radiocomandate “PC. 1400 X” sganciate dai velivoli tedeschi Do. 217 del 3° Gruppo del 100° Stormo da Bombardamento (III./KG.100). Lo stesso reparto aereo che, nella giornata del 9 settembre tanti lutti aveva già causato alla Forza Navale da Battaglia dell’ammiraglio Bergamini, affondando la corazzata Roma e danneggiando la Italia (ex Littorio).


Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Badoglio si sarebbe dovuto preoccupare che Mussolini non cadesse nelle mani tedesche , senza il duce sarebbe stato difficile per i tedeschi/fascisti formara un nuovo Stato nel nord Italia

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Badoglio se ne preoccupò fin troppo, si vedano gli spostamenti per mezza Italia del Duce dopo il 25 luglio. E i suoi custodi sul Gran Sasso avevano l'ordine di ucciderlo piuttosto che lasciarlo ai tedeschi.

Altro esempio di ordini lungimiranti, anche se molto cinici, presi dal governo del re in quei giorni?
Ordini cinici ma lungimiranti non applicati visto che i militari italiani erano prima di tutto...italiani e non tedeschi (o anglosassoni o giapponesi o...?)

Certo all'alba del 9, quando maturò la sortita/fuga verso est sarebbe stato un po' "complesso" fare una deviazione sul Gran Sasso per prendere a bordo il duce e portarselo a Brindisi come un trofeo. O no?


Rispondo invece al Sig. Mattesini, scusandomi per averlo effettivamente equivocato, quando parlava di soldati USA rifiutati la sera dell'8 settembre (capisco ora che intendeva "che avrebbero potuto arrivare la sera dell'8, se fossero stati accettati la mattina)

Ma comunque l'affermazione che eravamo 120000 contro 8000 l'ho letta...

Al Sig. Von Secht che fa distinguo tra olandesi ecc e VEIII ribalto la cosa, a quanti chilometri di distanza da loro stavano le truppe tedesche (avanzanti!) quando quei sovrani stranieri maturarono l'idea della fuga all'estero per salvare se stessi e la continuità dello stato?

Nel caso di VEIII i chilometri erano forse quindici.

Ho trovato ieri una fonte che riporta una frase di VEIII subito prima la "fuga": "non voglio fare la fine del re dei Belgi", re che divenne un collaborazionista proprio per non aver voluto "fuggire" quando avrebbe potuto. Tra l'altro credo che il re dei belgi quando si arrese aveva ai suoi ordini più truppe di quante si trovavano tra VEIII e Kesserling al tramonto dell'8 settembre...

Vabbè stacco e vado a lavorare!

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Ma Kesserling NON aveva a disposizione tutte le divisioni del piano Manstein... Anzi, non ne aveva neppure un decimo...

Cordiali saluti.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

DALLA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE D?INCHIESTA PER LA MANCATA SIFESA DI ROMA

Sui combattimenti di Porta San Paolo riporto i seguenti brani tratti dai verbali della “Relazione della Commissione d’Inchiesta per la mancata difesa di Roma”, custodita nell’Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito. Faccio notare, è doveroso farlo, che in quella zona, come in tutta l’area a sud di Roma, dove si svolgevano i combattimenti, in particolare sul fronte della Divisione “Granatieri di Sardegna”, i tedeschi avanzavano verso Roma soltanto con due reggimenti della 2^ Divisione paracadutisti, appoggiata da scarsa artiglieria, e quindi senza mezzi corazzati, ma soltanto disponendo dei piccoli mezzi cingolati impiegati per il traino dei cannoni controcarro da 75 mm. Faccio anche notare che 1.000 uomini e 12 semoventi d’artiglieria Marder della 2^ Divisione paracadutisti, erano stati distaccati a Frascati per proteggere, assieme ad alcune batterie contraeree e alcuni reparti di soldati, l’area dei Colli Albani, in cui si trovavano i principali Comandi tedeschi in Italia: quello dell’O.B.S., quello della 2^ Luftflotte, e quello della Kriegsmarine.
Di fronte, i paracadutisti tedeschi avevano elementi di due divisioni di fanteria, “Granatieri” e “Sassari”, fortemente rinforzate dai carri armati e dagli autoblindo del reggimento “Lancieri di Montebello”, e da due gruppi di artiglieria semoventi da 75 mm della divisione corazzata “Ariete”, nonché da molti reparti sfusi, tra cui gruppi d’artiglieria, nonché una compagnia mista di carri armati e un reparto camionette d’assalto del 4° Reggimento carristi, e il gruppo squadroni del Reggimento Genova Cavalleria, e un reparto della P.A.I.. La tattica tedesca, con i paracadutisti appiedati ma armati di armi automatiche, fu quella della guerra di movimento, infiltrandosi tra i nostri schieramenti fissi, rappresentati da caposaldi che includevano fanteria e reparti d’artiglieria, mentre invece la superiorità dei nostri mezzi corazzati avrebbe dovuto imporre una tattica aggressiva. Certo, nei Comandi di Roma, la guerra d’Africa non aveva insegnato molto, e questo dimostra quali furono le cause delle tante nostre sconfitte.

Riporto dal capitolo “Gli avvenimenti”, della citata relazione:

“Le forze corazzate del Montebello e del 4° carristi reiterano i loro assalti in audaci puntate controffensive fin nel cuore dello schieramento nemico, ove trovano fine gloriosa. I superstiti mezzi ritornano indietro sempre con morti e feriti a bordo. Il gruppo squadroni di Genova, in parte appiedato e in parte a cavallo, sostiene nelle adiacenze della Porta, l’azione mobile dei [nostri] mezzi corazzati.
Verso le ore 15 la Piazza di San Paolo è sottoposta a massicci concentramenti di fuoco di artiglieria e mortai; poco dopo dalla sinistra si scatena un serrato fuoco di mitragliatrici, che per l’intasamento delle truppe crea gravissime perdite; la situazione precipita.
Già si nota un ondeggiamento della difesa. Il Montebello ha esaurito le munizioni e perduto gran parte dei suoi mezzi. Improvvisamente si scatena sulla piazza un violento fuoco proveniente da tergo. Penetrando attraverso il largo intervallo esistente sulla sinistra, i tedeschi hanno raggiunto la Passeggiata Archeologica e puntano verso il Colosseo, prendendo di rovescio la nostra fronte [schieramento difensivo colabrodo il nostro nonostante la superiorità in uomini e mezzi].
Ma i nostri ancora non cedono: si rovescia la fronte a un gruppo di artiglieria per controbattere il nemico, mentre il gruppo squadroni a cavallo viene lanciato verso il Circo Massimo….
Tra le ore 10.45 e le 12, mentre il Ten. Col. Giaccone tratta le condizioni definitive per un eventuale armistizio al Quartier Generale del maresciallo Kesselring, in Frascati, il comando del C. d’A. mcr. – considerata l’accentuata pressione tedesca in zona San Paolo e le avvenute infiltrazioni nei pressi dei Mercati Generali – ordina:

- all’”Ariete”, di costituire una colonna con tutti gli elementi celeri e avviarla subito a Roma per la via Tibrutina;
- alla “Piave”, di far rientrare tutta la divisione a Roma entro le ore 16.

Le due colonne avrebbero dovuto sostare alle porte della città in attesa di ulteriori disposizioni….
La colonna dell’”Ariete” viene così composta: comando tattico divisionale, un reparto di formazione inquadrante tutte le autoblindo disponibili, un gruppo autoportato di Lucca [reggimento], uno squadrone semoventi di Vittorio Emanuele [reggimento], il 18° regg. Bersaglieri.
Alle ore 12 il Ten. Col. Giaccone viene inviato al Comando del C. d’A. mcr incontro alla colonna con ordini particolari. L’incontro a Settecamini [Tiburtina] alle 12.30. Comunica che la colonna deve agire su due direzioni:

a) Settecamini – Terranova – via Anagnina; compito: puntare su Roma da sud;

b) Lunghezza – Colle del Finocchio – via Canova – Muro Linari – via Anagnina – q. 102; compito: attaccare di rovescio in direzione di S. Paolo le forze che premono sullo schieramento della “Granatieri”.

Poco più tardi il comando di C. d’A. mcr. Ordina che le rimanenti unità della divisione muovano alle 13.50 sulle stesse direzioni e con gli stessi compiti. I reparti già dispongono ad incolonnarsi, quando giunge notizia che reparti corazzati germanici [quali ?] puntano da Palestrina e Mandela su Tivoli. Si ritiene pertanto urgente e necessario predisporre una parata a tale minaccia, ma ne consegue notevole ritardo nell’iniziato incolonnamento….
La “Piave”, invece, alle ore 14 inizia il movimento per rientrare in Roma, subendo disturbo e intralcio da parte di reparti tedeschi che tentano di ostacolarne l’avanzata [? a margine di questo paragrafo].
Sulla base degli ordini particolari, diramati per mezzo del T. Col, Cano, la grossa colonna dell’”Ariete” viene frazionata in due scaglioni:

a) scaglione agli ordini del generale Fenulli: inquadra tutti gli elementi facente parte organica dell’”Ariete” (avviamento per Settecamini);

b) scaglione agli ordini del Col. Alessi: costituito dal 18° rgt. Bersaglieri (avviamento per Lunghezza).

Ripreso il movimento, lo scaglione Fenulli avanza senza inconvenienti fino alla zona di Ciampino [era la manovra che andava fatta subito sia per attaccare e conquistare i Comandi tedeschi di Frascati, sia per prendere sul fianco e aggirare i paracadutisti della 2^ Divisione], ove urta contro resistenze nemiche. Le travolge e prosegue all’orché – nei pressi delle Capannelle – viene informato della stipulata tregua, onde è costretto ad arrestare il movimento. Più tardi il comandante ne ordina il ritorno a Tivoli….

Intanto la situazione è diventata insostenibile sul fronte della “Granatieri”. I nostri, presi di fronte e di rovescio, martellati da un potente fuoco d’artiglieria che infligge perdite sempre più gravi, oppongono resistenza fin verso le 16-17, con l’efficacissimo concorso del Reggimento Corazzato “Montebello” che contrattacca valorosamente e che ha quasi tutti i suoi mezzi corazzati e semoventi distrutti dal tiro preciso degli 88 tedeschi [erano i 75 dei paracadutisti].
Ad un tratto le superstiti forze del Montebello sono costrette a ripiegare: il loro cedimento dà il segnale della fine [incredibile] e la difesa deve ulteriormente retrocedere sin dentro Roma. In seguito all’azione di fuoco effettuata fin verso il piazzale del Colosseo, gli estremi difensori sono costretti a ripiegare verso le caserme di S. Croce e del Macao [ma che andavano a difendere ?, i loro acquartieramenti ?].
Lo schieramento del 2° [reggimento] Granatieri, anche se non fortemente premuto è minacciato di avvolgimento sull’ala destra dalle forze germaniche incuneatesi tra i due settori reggimentali.
A nord della città anche lo schieramento della divisione “Sassari” viene arretrato – d’ordine del comando di C. d’A. di Roma – al di qua del Tevere, mentre il comando si disloca allo Stadio dei Parioli.
Nel corso degli avvenimenti e la progressiva avanzata germanica (s’odono crepitare le mitragliatrici verso S. Marina Maggiore e si combatte all’imbocco di via dell’Impero) inducono alla fine i capi a considerare sotto la luce della necessità l’accettazioni delle condizioni germaniche.”

Mi fermo qui, ma faccio un’osservazione. Ho parlato di Varsavia, difesa stancamente per due mesi da soltanto 11.000 polacchi. Sappiamo dallo Storia di città, ben più piccole di Roma, che resistevano all’attacco nemico per intere settimane. Ma Roma, dove non vi è stato assolutamente nessun appoggio da parte della popolazione civile, che ansi invocava i soldati a deporre le armi, i reparti dell’Esercito italiano, ben forniti di combattenti, di mezzi corazzati e artiglieria di ogni tipo e calibro, sono stati travolti in sole trentasei ore da una componente nemica appiedata e priva di armi pesanti, costituita, al massimo, da 8-9.000 paracadutisti, che arrivò addirittura al centro della Capitale. (**)

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(**) Sull’efficienza della 2^ Divisione paracadutisti, Bruno Benvenuti, nel suo articolo “Roma – Settembre 1943”, pubblicato nel novembre 1993 dalla rivista Storia Militare, ha scritto: “La 2^ Divisione paracadutisti aveva una forza valutabile intorno ai 12.000 uomini [incluso il reggimento dislocato a Foggia] con armamento individuale modernissimo:ç alcuni reparti avevano in dotazione il Fallschirmjager 42, il capostipite degli attuali fucili d’assalto. L’artiglieria divisionale era dotata di cannoni senza rinculo da 75 e da 105 e di mortai da 120, l’artiglieria anticarro aveva pezzi da 75, dav 37 e da 42 mm. a canna rastremata, un cannone prodotto ed assegnato in numero limitato di esemplari. Era scarsamente dotata di automezzi, non aveva mezzi corazzati eccettuata una compagnia di semoventi “Marder” da 75, la maggior parte dei quali [direi tutti e 12] concentrata a Frascati a protezione del comando di Kesselring e qualche autoblinda leggera nella compagnia esplorante divisionale. Abbondavano sidecars e motociclette cingolate utilizzate anche per il traino dei pezzi senza rinculo e degli anticarro leggeri; i pezzi da 75 erano trainati da semicingolati leggeri”.
______________________


L’episodio, senza offendere assolutamente i caduti e tutti coloro che fecero il loro dovere, e se ne onorano, è vergognoso,e può essere soltanto addebitato all’incertezza della reale situazione nemica, allo scarso addestramento delle nostre truppe, e soprattutto alla paralizzante paura dei tedeschi, che aveva portato alla fuga dei nostri Capi.
La difesa di Roma, che evidentemente non causo grandi disturbi ai tedeschi, è anche snobbata dal feldmaresciallo Kesselring che, nel suo libro “Memorie di guerra” (Garzanti, Milano, 1954, pag. 202-203), scrisse sull’episodio dei combattimenti in tutto 12 righe:

“La 2^ divisione paracadutisti doveva operare a sud di Roma, ma fu arrestata lungo la linea ferroviaria, per evitare combattimenti nell’interno della città [e questo è falso, perché i suoi reparti arrivarono al Colosseo e oltre]. L’attacco dei paracadutisti [un battaglione proveniente da Foggia] contro il quartier generale dell’esercito italiano a Monterotondo presentò difficoltà maggiori di quelle previste, ma fu coronato da un completo successo tattico. Lo stato maggiore, però, con a capo Roatta, aveva già preso la fuga. La 3^ Divisione di granatieri corazzati, che avanzava dal lago di Bolzena contro il margine settentrionale di Roma [era distante oltre 100 km dalla Capitale] ebbe a superare soltanto ostacoli di poco conto [e l’ ”Ariete” ?]. Il 9 settembre un ufficiale di una divisione italiana, un vecchio fascista, mi fese sapere che le truppe non avrebbero più offerto resistenza, e erano pronte ad iniziare trattative di resa.”

Ma dove, secondo me, che rivolgo l’attenzione a considerazioni morali, Kesselring ha ragione è nel biasimare la defezione italiana, scrivendo:

“Il tradimento compiuto a danno delle forze armate tedesche in Italia, le quali non avevano mai mancato agli impegni loro imposti dall’alleanza, versando il loro sangue per gli interessi italiani, rimarrà sempre come una macchia indelebile su coloro che dirigevano allora i destini dell’Italia”.

Ossia quelli che dopo aver tradito l’alleanza con i tedeschi ed essersi accordati con gli Alleati allo scopo principale di difendere i loro privilegi (mantenere il Regno e forse anche le Colonie) all’ultimo momento, lasciando le truppe nei guai, scapparono, come ha scritto Claudio, con velocità da “centometristi”.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Quindi, ricapitolando, la 2^ Div. Paracatutisti Tedesca, appiedata ed incompleta nei reggimenti, con dei 75 trainati da dei 251 ( probabilmente), con dei Ketten che trainavano gli anticarro leggeri, più numerosi sidecars, ha preso la Capitale in poche ore e con poche perdite ...

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Signori, evidentemente questa era la qualità dell'esercito fascista, forgiata da un ventennio di parate, propaganda vuota e supina acquiescenza al capo, ex maestro elementare (con tutto il rispetto per i maestri che fanno i maestri), che avevano trasformato l'esercito "invitto" di Diaz in una massa amorfa male equipaggiata e peggio addestrata e motivata.

Non sono esattamente le stesse esperienze fatte in egitto e cirenaica tra settembre 1940 e 1941 contro un pugno di corazzati e autoblinde inglesi?

E molto simili alle disavventure italiane in Epiro e Albania nel 1940-1941?

Sembrerebbe che quel po' di truppe decenti che si era formato a contato con il nemico e affianco ai tedeschi è andato perso in Tunisia. E forse qualche spizzico anche in Sicilia.

Se le cose andavano come imamgino io invece dalle parti di Roma ci saranno stati in massima parte i raccomandati del regime, gente se va bene rimasta ai metodi del 1940 e che si è fatta travolgere, ahiloro anche ammazzare, da truppe che invece erano forse l'elite dell'elite militare dell'epoca.

Certo se ci fosse stata lì la Divisione Folgore del 1942 le cose forse sarebbero andate diversamente.

Invece c'era la Divisione Granatieri di Sardegna del 1940-43.

OK, questo ultimo intervento del Sig. Mattesini ha finito di convincermi. Bravo VEIII che intuendo come sarebbe finita si è sottratto ai tedeschi e spostandosi a Brindisi ha compiuto un'impresa temeraria ma coronata dal successo.
E così facendo ha assolto tutti gli italiani dalle loro colpe, caricandosi del ruolo di capro espiatorio.
Fosse restato al Quirinale, a dieci minuti a piedi dal Colosseo dove da quello che leggo arrivarono i paracadutisti tedeschi prima del cessate il fuoco, sarebbe stato preso entro il 10 settembre, abbandonato da tutte le sue divisioni fuggitive, a totale e perenne ignominia dell'esercito e popolo italiano.

Poi o sarebbe stato probabilmente fucilato, insieme a Badoglio, e avrebbero seppellito con lui l'ultima vestigia di stato italiano o in mano alle SS sarebbe crollato, e si sarebbe piegato a rinnegare l'armistizio di pochi giorni prima.
In entrambe i casi l'8 settembre sarebbe ricordato come un evento ben peggiore di quello già meschino e pessimo che è stato.

Saluti a tutti.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Signori in questa tragicommedia dimentichiamo che i principali attori furono da una parte il Re, Badoglio ed i Generali Ambrosio, Carboni e Castellano (sì quello che firmò l'Armistizio..)dall'altra Kesserling il quale aveva l'ingrato compito (ovviamente per i Tedeschi)di dover gestire il prevedibile collasso italiano (ed il susseguente voltafaccia)con il preventivabile arrivo dei reparti angloamericani a Roma; il che avrebbe causato la più che probabile rotta di quello che rimaneva delle forze germaniche che combattevano nel centro sud della penisola.
Sappiamo che in questa vicenda tutti giocarono la loro sporca partita (qualcuno giocò su più tavoli); sappiamo che Ambrosio e Carboni (che, stranamente, era contemporaneamente capo del SIM e del CAM e cioè dei 2 corpi italiani più potenti rimasti nell'estate del 1943)cordialmente si detestavano; Carboni, che aveva in mano la possibilità di salvare Roma con il suo Cam, non fece nulla, anzi spostò nel momento topico della battaglia i suoi reparti migliori nella zona dei Castelli Romani, ed i mezzi corazzati alla fine vennero consegnati integri ai Tedeschi che li reimpiegarono contro gli Alleati nei mesi successivi; al medesimo Carboni va attribuita la totale responsabilità di aver praticamente consegnato ai Tedeschi intatti i fondamentali depositi di carburante siti presso Ponte Galeria sull'Aurelia; lo stesso Castellano uomo di Ambrosio (all'epoca Capo di Stato Maggiore che era "subentrato" a Roatta, e fedelissimo del Re)aveva rapporti non chiari con il Maresciallo Badoglio (in sostanza si è capito a posteriori che Castellano e Badoglio sulla vicenda dell'armistizio perseguivano obiettivi diversi e nutrivano ambizioni diverse): lo stesso Castellano, pur essendo uomo di fiducia di Ambrosio, desiderava subentrare al suo superiore nella carica di Capo di Stato Maggiore; Badoglio, come a Caporetto, pensava di salvare la posizione sulla pelle degli altri, lasciando che i suoi generali si scannassero tra loro alla ricerca di un impossibile (data la situazione prossima al collasso)posto al sole..
Badoglio, sino all'ultimo (tenendo all'oscuro Carboni e forse lo stesso Ambrosio)tramite Castellano giocò la partita dell'aviosbarco degli Alleati per "liberare" Roma.
E'probabile, ma non provato, che Badoglio ed Ambrosio avessero giocato un'altra partita con i Tedeschi, probabilmente completamente all'oscuro delle reali intenzioni dei nostri vertici poltico/militari, trovando una sorta di "accordo" non scritto con Kesserling per far uscire indenne VEII da Roma con il suo inutile corteo (all'epoca si parlò di circa 300 automezzi che in colonna lungo la Via Tiburtina non potevano certamente passare inosservati..);è chiaro che la contropartita doveva essere rappresentata da qualcosa di molto importante;la consegna di Roma alle truppe tedesche o quantomeno una sorta di tregua tra le forze italiane e quelle tedesche per consentire a quest'ultime di risalire dal centro sud sino al nord.
Sappiamo, infatti, che Kesserlingm prima del triste epilogo della vicenda Roma, si era detto assai pessimista sulla possibilità di difendere l'Italia e pensava di sganciarsi nel più breve tempo possibile portando la linea di resistenza tedesca oltre il Po.
Ma gli eventi precipitarono; con il Re in "fuga", con lo Stato Maggiore dileguatosi, con Castellano che pensava ingenuamente di poter ottenere migliori condizioni in sede di armistizio, l'intero dispositivo italiano che, sulla carta avrebbe potuto e dovuto contrastare con successo le esigue forze tedesche, collassò e Roma capitolò nonostante il coraggioso e strenuo tentativo di pochi che sacrificarono la loro vita per difendere ciò che restava della sovranità italiana.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Via via che, in questo nostro scambio di opinioni sulla mancata difesa di Roma, consulto le mie nove cartelle di documenti e di relazioni sull’armistizio (sono parecchi chili di fogli), mi sto rendendo conto che anche i combattimenti a cui partecipò l’”Ariete” tra la Cassia e il Lago di Bracciano furono un mezzo fallimento, dal momento che la Divisione verso mezzogiorno del 9 settembre era stata costretta a ritirarsi di fronte alla pressione della “3^ Panzergrenadier”.
Questa verità spiacevole appare in un documento inequivocabile, ossia da un estratto della Rivista Penale (maggio-giugno 1949), riguardante Il processo dei generali Carboni e Roatta, dall’ggetto “L’armistizio e la difesa di Roma nella sentenza del Tribunale Militare”.
Orbene ne trascivo i particolari riguardanti appunto “I combattimenti della Divisione ’”Ariete””:

“Nel settore settentrionale di protezione della Capitale, al momento dell’emanazione dell’ordine di ripiegamento su Tivoli, le colonne germaniche della 3^ divisione “Panzer Grenadier” erano già impegnate in un’accanitissima lotta, che si protraeva per molte ore, tanto a Monterosi quanto a Manziana.
Le forze germaniche, decise ad aprirsi le vie di accesso a Roma, si trovavano di fronte : a Monterosi, un gruppo autotrasportato di cavalleggeri del “Lucca”, rinforzato da un gruppo di artiglieria e da uno squadrone; a Manziana, unità dell’ ”Ariete” di composizione analoga a quella di Monterosi [e tutti i carri e i gruppi d’artiglieria semovente da 75 e da 105, che dovevano fare massa, dove erano ?, risparmiavano i mezzi ?].
Le perdite in uomini e mezzi erano notevoli dall’una e dall’altra parte.
Dopo il mezzogiorno, i presidi italiani erano costretti a ripiegare. Mentre la pressione avversaria era ancora in corso, il comandante dell’ “Ariete”, generale Cadorna, ordinava il graduale sganciamento delle unità ed il ripiegamento sulle posizioni della Storta, già occupate dalla “Piave”, per proseguire verso Tivoli.”

Perdonate lo sfogo e i ragionamenti di un profano in materia, ma conoscendo bene il terreno [anche stamani devo andare a Monterosi con mia moglie, che ha la il suo fisioterapista], pieno di canaloni, di avvallamenti, di colline, di boschi molto fitti a non finire di fronte a radure di prati, sarebbe bastato piazzare le numerosi armi controcarro appoggiate dalle mitragliere pesanti, e con i semoventi imboscati, per immobilizzare, e senza troppi sforzi, ogni movimento dei mezzi corazzati e dei granatieri tedeschi, e per moltissimo tempo. Basta vedere, per rendersene conto, cosa hanno fatto a porta San Paolo gli anticarro dei paracadutisti ai mezzi del “Montebello” e del 4° Reggimento carri.

Secondo il citato articolo “Roma – Settembre 1943” di Bruno Benvenuti, che riporta le versioni tedesche, la 3^ Panzergrenadier avanzò verso Roma suddivisa come segue:

“La divisione nella notte tra l’8 e il 9 settembre iniziò il movimento suddividendosi in Kampfgruppe operativi: verso Roma lungo la via Cassia, per la via Claudia [dall’altra parte del Logo di Bracciano] investì Oriolo, Manziana e Bracciano e da Viterbo debordò verso Civitavecchia e la costa laziale.
Il Kampfgruppe Busin [il battaglione carri prestato dalla 26^ Panzer, che si trovava in Calabria] precedette per la Cassiafino a Monterosi dove si scontrò con i reparti dell’”Ariete” e fu fermato da precise salve di artiglieria, dal fuoco dei semoventi e dalle ostruzioni stradali [dalla relazione del processo Carboni – Roatta, appare che le forze dell’ariete erano molto limitate].
Il Kampfgruppe “Grosser” si scontrò con elementi del Lucca a Manziana ed Oriolo, impegnandosi in combattimento per tutto il 9, raggiungendo Bracciano nella tarda serata quando anche il gruppo “Busing” raggiungeva Cesano.
Il Kriegstaschenbuck (K.T.B. – Diario di Guerra) della 3^ Pz. Gren. Recita testualmente alla data 9.9.43: “Nelle prime ore del mattino primi segni della resistenza italiana a Manziana e Monterosi. Posto di comando tattico a nord dio Oriolo, successivamente 1 km. a sud di Manziana, i paesi vengono presi copn l’impiego di cannoni d’assalto e di carri armati. La difesa italiana è molto abile, capace di attacchi di sorpresa, ben mimetizzata, con l’impiego di carri armati isolati. Nei pressi di Bracciano forte resistenza del nemico, il paese viene preso verso sera. La prima linea del gruppo di marcia “Grossen” si trova a 3 km. a sud-est di Crocicchie. Il gruppo da combattimento “Busin” occupa con i carri quota 345 e quota 263, poi piega verso Cesano in direzione di Osteria Nuova. Cesano,, presidiato dal nemico, viene conquistato verso sera. Localmente (subite – N.d.A.] perdite sensibili, danneggiato 3 cannoni d’assalto e 2 carri armati, distrutti un cannone anticarro pesante, un obice campale pesante ed un cannone pesante della fanteria”. [Dopo aver conquistato mezzo Lazio considerano le “perdite sensibili” !].
La sera del 9 fu ricevuto dal comando dell’XI Fliegerkorps, da cui dipendeva la 3^, l’ordine di inviare un Kampfgruppe verso Ostia e Pratica di Mare per stabilire un contatto con la 2^ paracaduti.
Venne costituito il Kampfgruppe “Mollenhauer” composto dal 103° battaglione esplorante, dalla 2^ e 3^ compagnia del 103° battaglione carri, dal 2° battaglione del 29° reggimento PZ. Gren. E da una compagnia del Genio. Il Kampfgruppe stabilì il contatto a Fiumicino [è le due divisioni italiane dislocate a ovest di Roma che stavano a fare] alle 6.30 del mattino del 10,m passando alle dipendenze del XIV Panzerkorp e dando ai paracadutisti il supporto di mezzi corazzati di cui fino a quel momento non avevano potuto disporre.
Gli altri Kampfgruppe continuarono i loro movimenti: “Borchart” a Civitavecchia, “Busing” [con i carri] verso il bivio della Storta, “Grosser da Osteria Nuova verso l’Aurelia fra Palo e Roma, senza incontrare eccessive resistenze perchè i reparti dell’ “Ariete”fin dal giorno 9 si erano ritirati nella piana di Tivoli, in virtù di un ordine [geniale !] che li richiamava a schierarsi “fronte ad est” all’imbocco della valle dell’Aniene.
Alle 16.40 arrivò ai reparti la notizia del “cessate il fuoco”.”

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"Signori, evidentemente questa era la qualità dell'esercito fascista, forgiata da un ventennio di parate, propaganda vuota e supina acquiescenza al capo, ex maestro elementare (con tutto il rispetto per i maestri che fanno i maestri), che avevano trasformato l'esercito "invitto" di Diaz in una massa amorfa male equipaggiata e peggio addestrata e motivata."

No, Sig. Pilota. Quella era la qualita'dell'Esercito "invitto" di Diaz, o meglio, del suo CSM, un certo Badoglio. Quell'Esercito che a seguito del Patto Fascismo/Monarchia del 1922 rimase sempre sotto al ferreo controllo di Casa Savoia. Basta pensare che un furfante chiaccheratissimo per Caporetto come Badoglio, antifascista dichiarato ("due moschettate e la Marcia su Roma torna a casa"), dopo un breve periodo di "basso profilo" venne nominato CSMG nel '25 e mantenne la carica per l'inaudita durata di 16 anni, "silurando" chiunque non fosse della sua cordata, e facendo di tutto per impedire la creazione di FFAA fedeli al Regime. Il Fascismo, ahinoi, ebbe la funzione di:
-assecondare le "prospettive di dignitosa carriera del Corpo Ufficiali", ovvere strutturare le FFAA in funzione "pagnottistica";

-spendere per le FFAA il massimo sostenibile per la gracile economia italiana in tempi di crisi mondiali;

-"Dare lustro e prestigio alle FFAA ed alla loro guida da parte del Re-Soldato";

E stia tranquillo che se a Vittorio Veneto avessimo avuto di fronte i tedeschi invece che l'Esercito austro-ungarico ormai in dissoluzione, con i Ceki che disertavano, gli Ungheresi pure, i Croati che si sbrigavano a tornarsene a casa per evitare che la Serbia si accaparrasse la neonata Yugoslavia, mi sa' tanto che l' "Invitto esercito di Diaz" rischiava di brutto di essere "vitto", visto che Diaz non aveva certamente introdotto diavolerie come le tattiche di infiltrazione inventate dai tedeschi, o drastici cambiamenti nei tempi, modi e tecniche di addestramento. Che rimasero le stesse fino alla dissoluzione del '43, lasciando la massa "amorfa" e "male armata" come prima. Ma con una differenza di fondo: nel '15-18 alla "motivazione" si provvedeva con un generoso uso dei plotoni d'esecuzione e delle mitragliatrici dei carabinieri alle spalle delle "motivatissime" truppe, nel '40- '43 non si ebbe nemmeno quel coraggio. Piu'o meno come i "cugini" francesi, convinti anche loro che l'invitto esercito francese non aveva niente da imparare da nessuno e che i loro prostatici Generaloni erano fulmini di guerra. E che quando videro l'Esercito squagliarsi di fronte all'offensiva tedesca, pensarono prima di tutto a vedere se si rimediava un Comando, o meglio, un Sottosegretariato nel futuro Governo, piuttosto che ad "inchiodare" la truppa alle linee di resistenza.

Cosa che invece fece Stalin che in tre mesi trasformo' una massa di pecore pronta a gettare le armi e sbandarsi a milioni in una macchina da guerra feroce e vittoriosa.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Gent.mo dott Mattesini, da parte mia un grazie per i suoi dotti contributi, se però si guarda il tutto da un’altra angolazione, molti punti oscuri e contorti, possono risultare invece più comprensibili:

• Dopo Al Alamein, se in Italia fu chiaro per tutti che la guerra era persa, per gli Alleati fu altrettanto chiarissimo che le sorti della guerra volgevano nettamente a loro favore. Per gli americani era solo una questione di tempo, il tempo necessario per organizzare e riversare nel vecchio continente tutto il loro strapotere militare ed economico.

• A questo punto del conflitto, un armistizio con l’Italia era alquanto mal visto da tutti i componenti dell’Alleanza: la conquista territoriale della Penisola e la conseguente spartizione dello Stato era a portata di mano .....e molti avevano già l’acquolina in bocca.....

• A Casablanca furono unanimi nel pretendere la resa incondizionata dall’Italia, da Churchill a Roosevelt (.....con de Gaulle che si sfregava le mani......). L’Italia ( purtroppo) entrò in guerra con la convinzione di Mussolini che vedeva il conflitto al termine: per lui ormai mancavano pochi mesi per sedersi tutti attorno al tavolo della pace. Il nostro esercito (Regia Marina e Regia Aeronautica incluse) non era assolutamente in grado nel '40 di affrontare nessunissima guerra . I Savoia – forse temendo (o prevedendo) la megalomania del loro primo ministro, gli lasciarono nelle mani – costantemente negli anni - un esercito con armi ..’’spuntate’’ (condivido appieno quanto detto dal sig Ennio). Non eravamo assolutamente preparati ad una guerra offensiva, non era mai stata nei nostri piani, non era mai stata pianificata, mai stata preparata ( ....al contrario dei tedeschi.....): tutto il resto è solo logica conseguenza. Tutte le prestazioni delle nostre Armi, negli anni successivi la dichiarazione di guerra, furono esattamente prestazioni inadeguate, in totale coerenza con la loro inadeguata preparazione,..... niente di cui sorprendersi (riuscimmo nonostante tutto anche a far bene....).

• La reale situazione delle nostre forze armate non era più un mistero ne per i tedeschi, ne per gli americani. Tra gli Alleati c’è chi aveva giustamente pensato che potevano benissimo farne a meno: a loro uomini e mezzi non mancavano.

• A questo punto che senso avrebbe avuto accordare un armistizio all’Italia? Perché non occuparla e spartirsela? Perché non trarre il massimo profitto dalla situazione che si era creata? Perché lasciarsi sfuggire tale ghiotta occasione?

• Questa era la situazione nel ‘43, una situazione difficilissima per la sopravvivenza dello Stato italiano che era appesa ad un filo e, nonostante tutte le negatività che si scrivono da decenni, è da riconoscere ai Savoia l’ aver evitato la conquista militare, e di esser riusciti a firmare un Armistizio quando in realtà gli Alleati preferivano semplicemente una resa incondizionata.

• La mancata difesa della Capitale (vuota del re e degli alti comandi) fu sicuramente il frutto di un accordo segreto con i tedeschi che si videro consegnati Roma, ingenti mezzi e depositi militari intatti, ingenti riserve di carburante, senza paracadutisti americani tra i piedi nelle retrovie, e soprattutto con un esercito italiano immobilizzato dalla mancanza di ordini, cioè quello che volevano per proseguire da soli la loro folle guerra, in cambio dello sganciamento dall’alleanza (......e in cambio forse del lasciapassare verso l’Adriatico).

Visto sotto questo punto di vista, l’obiettivo dei Savoia fu quello di salvare lo Stato e la sua integrità territoriale, e in questo riuscirono appieno. L’Istria la perdemmo per mano dei traditori italo-titini, e il trono poi lo persero – sicuramente - per elezioni truccate, proprio quando l’Italia aveva ancora assai bisogno di loro. Saluti Billy

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Quella del Referendum truccato è la solita bufala antistorica.

Ricordo che la diifferenza fu di circa 2.0 mio di voti ( non poche migliaia) e che la Repubblica vinse 54% vs 46%.

Poi se avete voglia di far partire una canea revisionista dopo 62 anni poi non dite che non è una questione politica....

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"I Savoia – forse temendo (o prevedendo) la megalomania del loro primo ministro, gli lasciarono nelle mani – costantemente negli anni - un esercito con armi ..’’spuntate’’ (condivido appieno quanto detto dal sig Ennio)."

Non sono d'accordo, Sig. Billy. Dare credito a VE III di tali finezze, come l'aver "depotenziato" le FFAA per imbrigliare il Primo Ministro e'abbastanza campato in aria. Prova ne sono i bilanci delle FFAA, sempre troppo grossi per le risorse dell'Italia, prova ne e' l'assurdo piano di mobilitazione preparato dallo SM dopo la riforma Pariani che prevedeva un Esrcito di 125 Divisioni, sia pur "binarie", un Esercito immenso, per il quale non ci sarebbero mai state abbastanza risorse non dico per addestrarlo ed armarlo decentemente, ma nemmeno per farli mangiare e vestirli. Numeri che furono ridotti dalle urla dell'allora Ministro delle Finanze, ma sempre lasciati a cifre colossali.
Se ci pensa, nella II GM l'Esercito fu' preda di tutte le carenze possibili, ma mai di effettivi, pur avendo perfino inviato un'Armata in Russia, cosa che nessuno aveva mai pensato nell'anteguerra.
Agli occhi dei Savoia e dello SM (che poi era solo Badoglio), quell'esercito li' era il migliore possibile, quello che si poteva impiegare nei buoni, vecchi, cari, assalti frontali di masse di fanteria guidate alla meno peggio da Ufficiali richiamati. Grosso modo, il "Modello francese" che ci affascinava, con sovrammercato un programma navale di tutto rispetto (e costosissimo). E per far contento il Duce (e gli industriali) una bella Aereonautica basata su un'industria che si rifiuto' fino all'ultimo di produrre aerei con macchine utensili moderne, preferendo l'artigianato "che garantiva la piena occupazione", come se un Paese impegnato in una guerra mondiale con milioni di uomini richiamati dovesse temere la disoccupazione.
Per la Monarchia tutto andava benissimo fin quando quell'Esercito e quel primo ministro gli rimediavano corone da "Re d'Albania ed Imperatore d'Etiopia", ma quando capirono che forse sotto sotto quel primo ministro poteva fargli le scarpe (se non subito, alla morte di VE III) allora la musica cambio'.
Per quel che concerne l'Armistizio, uno degli alleati aveva ben altri piani che la pura e semplice resa dell'Italia. Nel quadro della sotterranea lotta degli USA contro quel che restava dell' Impero Britannico, un alleato sottomesso come l'Italia poteva tornare utile. Cosa che si vide poi, nell' immediato dopoguerra, quando gli USA, pesantemente aiutati dall'Italia scalzarono gli Inglesi dalla Libia, dall'Iran e sopratutto dalla Palestina...
Non per niente si deve agli USA se a Teheran bloccarono tutte le proposte inglesi di creare in Italia "zone di occupazione " come in Germania, zone che avrebbero dato il Nord-Est fino al Mincio a Tito, il Sud-Est alla Grecia, il Nord-Ovest fino alla Toscana alla Francia ed il Lazio (con Roma ed il vaticano), piu'il resto del Sud agli USA, con lo UK che si "contentava" delle sole isole.....
Gli USA erano in trattative con la Confindustria gia'dal '36. Basta pensare che le Officine FIAT del Lingotto (costruite con capitali e macchinari americani) furono dimensionate per una produzione di 200.000 automobili l'anno in un paese dove c'erano si e no 300.000 persone con la patente.....Il "miracolo italiano" degli anni '50 era gia' predisposto.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Voglio chiudere il mio intervento su Una inedita testimonianza del mito della difesa di Roma” con un capitolo che chiamò I SACRIFICATI, ossia tutti coloro che combattendo a Porta San Paolo e sulla Cassia, furono abbandonati al loro destina per proteggere la fuga del Re

Che ci sia stato, su sollecitazione di Vittorio Emanuele III, un accordo segreto, con Kesselring, è una mia convinzione personale, che si è rafforzata dopo aver rivisto il terreno di Monterosi, ma soprattutto quello della zona tra porta San Paolo e le porte di San Sebastiano e della via Latina.
Ieri, tornando dal viterbese, arrivato alla Passeggiata Archeologica per evitare il traffico di via Druso ho percorso l’Appia Antica fino a porta San Sebastiano, per poi, girando a sinistra, raggiungere la mia abitazione nella vicina zona di Piazza Zama. E percorrendo l’Appia, perdonate l’espressione, mi sono incazzato, e facendolo mi sono chiesto: ma come è possibile che gli appiedati paracadutisti tedeschi della 2^ Divisione, impegnati dalla “Granatieri” e dalle forze corazzate e d’artiglieria alla Cecchignola, alla Montagnola, alla Magliana e a Porta San Paolo, piegando a nord siano riusciti a raggiungere la zona di Caracalla, per poi arrivare al Colosseo, passando per circa un km attraverso due budelli strettissimi, come sono all’interno della città la via Appia e la via Latina, fiancheggiate da alti muri che si prestano alla difesa, tanto che dieci cecchini, anche senza mitragliatrici, avrebbero potuto fermare intere compagnie. Per non parlare poi dalla barriera offerta in quel punto dagli alti bastioni delle mura Aureliane, che dovevano essere guarniti. A meno che le truppe non si fossero eclissate.
E allora il sospetto della combine reale in me si è rafforzato, anche se non posso provarlo. Si sono impegnati i tedeschi a Porta San Paolo, lasciando aperte le altre porte della città, per fare una resistenza, purtroppo tragica considerando i nostri 400 morti, in modo da giustificare che ormai a Roma non vi era più nulla da fare, e occorreva arrendersi ? La stessa cosa è stata fatta a nord nei confronti della 3^ Panzergrenadier, impegnando soltanto reparti sfusi, e lasciando i migliori mezzi dell’”Ariete” e delle altre forze del Corpo d’Armata Motocorazzata in retroguardia, per poi ritirarle a Tivoli, a guardia della Tiburtina, per la quale poche ore prima, era fuggito il Re ed il suo seguito ?
Che ci fosse stato un baratto tra gli italiani e Kesselring è sempre stato sospettato da storici e da militari, ma mai provato perché tutti coloro che potevano conoscerne i risvolti, anche i tedeschi, lo hanno sempre negato. Anch’io l’ho preso in considerazione nel mio libro “La Marina e l’8 settembre”, ma in forma del tutto ipotetica.
Il baratto, se effettivamente c’è stato, consisteva nel permettere l’allontanamento da Roma del Re e del suo seguito, in cambio della resa della Capitale, importantissima per le sue strade e le ferrovie nei collegamenti verso il fronte di Salerno e della Calabria. E forse consisteva anche nella liberazione di Mussolini, al Gran Sasso. Liberazione – auspicata da Hitler, al quale Kesselring avrebbe fatto un grandissimo favore – realizzata senza che i C.C. sparassero un colpo contro i paracadutisti tedeschi scesi con gli alianti.
Ci sono state troppe incertezze nella diramazione degli ordini, spostando le grandi unità del Regio Esercito ora a destra e ora a sinistra, mentre il nemico si trovava in altre zone. Questi movimenti illogici furono fatti notare al generale Carboni dal suo Capo di Stato Maggiore, colonnello Salvi, ma senza successo. Anzi, presentandosi al suo Comando in borghese , dopo aver fatto compilare l’ordine di ripiegamento del corpo d’armata motocorazzato nella zona di Tivoli, Carboni se la svigno senza neppure aspettare di firmare il suo ordine.
Il generale Calvi di Bergolo, genero del Re, con i suoi dubbi, contribuì a far ritenere che la sua divisione, la “Centauro” (ex Mussolini] venisse dichiarata inaffidabile, e quindi non in grado di combattere, mentre invece i suoi uomini, lo sappiamo per testimonianze dirette, ci rimasero male ad essere messi da parte. Faceva anche questo parte dell’accordo con Kesselring (?), che sapeva che quella grande unità, fornita di carri, cannoni d’assalto e cannoni da 88 tedeschi, rinforzata da aliquote di carri e di semoventi italiani, era l’unica in grado di spazzare via i paracadutisti e di aumentare le possibilità di successo dell’”Ariete”, se impegnata contro la 3^ Panzergrenadier sulla Cassia e a Bracciano.
Era questo, in quelle ore dei combattimenti a Roma, anche il timore di Hitler. E’ la “Centauro” fu in effetti messa in naftalina a Tivoli, dislocandola nella strettoia della Tiburtina, dove non poteva nuocere, per poi dover riconsegnare tutti i mezzi al vecchio padrone, che senza indugio li inviò a Salerno, al seguito della 3^ Panzergrenadier.
E’ che dire del non accettare, al momento dell’armistizio, l’aiuto dei paracadutisti della 82^ Divisione statunitense, con varie e non convincenti motivazioni di Carboni e di Badoglio, che presentarono al generale Taylor tutta una serie di difficoltà di carattere logistico e negarono la impossibilità di mantenere il possesso degli aeroporti, che in realtà furono sempre, nel corso delle operazioni terrestri, in mano italiana.
Accettare il sostegno dei paracadutisti significava doverli impegnare fin dalle prime ore di combattimento, e questo, in vista di un accordo che avrebbe potuto precludere la partenza del Re da Roma, non doveva essere accettato. Di qui la famosa frase di Carboni – il quale evidentemente per i suoi maneggi non voleva gli americani tra i piedi – che il piano di Castellano, concordato con gli Alleati, “fosse almeno imbecille”, mentre invece Castellano, nel richiedere ed ottenere da Eisenhower l’intervento dei paracadutisti della 82^ Divisione, avendo portato agli Alleati la dislocazione delle forze italiane e tedesche con i rispettivi mezzi, sapeva bene quali possibilità di successo avesse la difesa di Roma.
Nessuno si è mai chiesto (e neppure io lo avevo fatto fino ad ora) per quale motivo nel corso dei combattimenti i tedeschi, impiegando soltanto armi leggerti, evitarono di procurare danni alla popolazione civile. Non lo avevano mai fatto nei combattimenti affrontati nelle città francesi, balcaniche e russe, e non li avrebbe certamente fermati considerazione di carattere morale o il Vaticano. E questo modo di combattere, imitato dagli italiani che invece avrebbero dovuto battersi sparando attraverso le finestre degli edifici, non portò a nessuna distruzione di ponti, opere stradali o ferroviari, che sono tra gli obiettivi principali dei combattimenti, in particolare di chi si difende. E non mi si venga a dire che i nostri Comandanti fecero di tutto per risparmiare danni a quelle opere, perché non ci credo.
E che dire poi del fatto che, stranamente, mentre i tedeschi non si fecero scrupolo di bombardare le altre città d’arte, inclusa Venezia, a Roma, nonostante le tante minacce, non furono sganciate bombe, ma al limite lanciati soltanto manifestini per invitare gli italiani ad arrendersi. E da parte nostra, perché non si alzarono gli aerei – sui 250 disponibili nell’area della Capitale – per attaccare le avanzanti colonne tedesche e per intervenire nei combattimenti in modo determinante.
E poi i prigionieri italiani liberati da Kesselring, dopo la consegna delle armi, subito dopo la fine dei combattimenti, notizia che fu male accolta a Berlino, soprattutto al Quartier Generale del Führer. Ma Kesselring sapeva bene quel che significava concedere quella liberazione, avendo fatto un accordo favorevole, da rispettare, in base al quale, consegnandogli Roma in un piatto d’argento, gli ufficiali poterono allontanarsi in borghese, al pari dei loro soldati.
Altro che strenua resistenza, di fronte ad un nemico di disponeva di forze preponderanti, inclusa la favola dei 600 carri armati. Questa informazione, che io ritengo sia stata fatta ad arte dal capo del S.I.M. (vera eminenza grigia di tutta la faccenda), perché la consistenza delle forze tedesche era ben conosciuta nei servizi d’informazioni, sempre attenti a comunicare le cifre dei mezzi tedeschi che entravano in Italia attraverso il Brennero, serviva per giustificare ancor di più l’esigenza della resa per manifesta inferiorità, che dall’elenco delle unità e dei mezzi disponibili sappiamo non esistesse assolutamente.
In ciò il suo Capo di Stato Maggiore, generale Westphal, è stato categorico, riferendo allo storico britannico Liddell Hart (“Storia di una sconfitta”, Rizzoli, Milano, 1971, pag. 407-408):

“Le due divisioni che avevamo [nelle zone vicino a Roma] erano tutt’altro che sufficienti per il duplice compito di ridurre all’impotenza le ingenti forze italiane e respingere lo sbarco alleato [dei paracadutisti statunitensi e degli armamenti sbarcati alla foce del Tevere], tenendo aperte, per giunte, le comunicazioni fra la 10^ Armata [nel sud Italia] e le retrovie. Fin dal 9 settembre apparve sgradevolmente chiaro che le forze italiane bloccavano la strada per Napoli [Appia e Casilina], e perciò le linee di rifornimento della 10^ Armata, che non avrebbero potuto resistere a lungo in questa situazione.
Perciò il comandante in capo [Kesselring] tirò un sospiro di sollievo quando, il 9 e il 10 settembre, constatò che non c’era stato nessuno sbarco di forze aviotrasportate alleate negli aeroporti intorno a Roma. In quelle due giornate ci eravamo aspettati da un’ora all’altra uno sbarco del genere in collaborazione con le forze italiane. Lo sbarco avrebbe indubbiamente incoraggiato a combattere queste forze e anche la popolazione civile, che era sfavorevolmente disposta verso di noi. Il verdetto di Kesselring è riassunto in una frase:
Uno sbarco dal cielo su Roma e uno sbarco dal mare nelle vicinanze, invece che a Salerno, ci avrebbe automaticamente costretto [se vi riuscivano per mancanza di vie di comunicazione] a sgombrare tutte le regioni meridionali italiane”.

Ma Westphal, nel riferire lo stato d’animo e di preoccupazione di Kesselring, che si aspettava a Roma, dalla reazione italiana appoggiata dagli Alleati, una resistenza ad oltranza da costringerlo a ritirarsi verso nord, è stato ancora più convincente affermando: (pag. 406)

“La situazione intorno a Roma si calmò completamente quando il comandante delle forze italiane accettò nella sua integrità la proposta tedesca di resa. Ciò eliminava la minaccia di rifornimenti della 10^ Armata. Nello stesso tempo il comando tedesco in Italia si liberava dell’incubo di dover usare le armi contro gli ex alleati. La capitolazione assicurava ai soldati italiani l’immediato ritorno alle loro case. Questa concessione [come ho accennato] ebbe qualche ripercussione non favorevole perché trasgrediva l’ordine di Hitle in base al quale i soldati italiani dovevano essere fatti prigionieri. Ma indubbiamente il rispetto rigoroso di quest’ordine non avrebbe persuaso gli italiani ad accettare le proposte tedesche”.

Dal documento “Avvenimenti principali svoltisi a Roma dal 9 settembre al 23 settembre”, allegato alla “Mancata difesa di Roma”, è scritto:

“9 Sett. – Partito il Sovrano ed i Ministri la maggiore autorità trovatasi presente a Roma era il Maresciallo CAVIGLIA.
Alle ore 14 il Maresciallo Kesselring, a mezzo Ecc. CALVI – inviato a Frascati – invia all’Ecc. CAVIGLIA un “ultimatum”, così sinteticamente riassunto: “Se alle 16.30 non cessa l’azione delle armi, Roma verrà bombardata da 700 aerei [era un bleuf, perché i velivoli in quel momento disponibili erano 350 è tutti impegnati a contrastare le operazioni nel Sud dell’Italia, e in particolare contro le navi nell’area di sbarco di Salerno]. Gli acquedotti saranno fatti saltare”.
Ecc. CAVIGLIA, presente Gen. CARBONI, che sintetizza situazione delle divisioni italiane contornanti Roma, nel critico disordine, privo di forze ed a cortio di viveri, da ordine di accettare l’ultimatum”. Come si vede, anche in questa decisione, l’intervento dell’anima grigia del S.I.M., che evidentemente agiva per ordini superiori, fu determinante nella decisione della resa accettata dal vecchio maresdciallo.

A conferma della scarsa resistenza offerta dalle forze italiane alla 3^ Panzergrenadier riporto quanto segue dal Diario del generale Gauser, comandante di quella grande unità germanica:

“Nelle ultime ore dell’8.9.1943, dopo la notizia della capitolazione di Badoglio, la 3^ PzGr iniziò il movimento dalle sue zone di stazionamento a nord di Viterbo verso sud. Le gravi carenze ancora persistenti nella motorizzazione costrinsero sul momento la Divisione a lasciare indietro considerevoli aliquote d’artiglieria, la maggior parte dei servizi, e anche scarse forze di artiglieria contraerea, che non dipendevano per l’impiego dalla Divisione. Il gruppo e4splorante corazzato aveva un compito speciale fuori dall’ambito della Divisione.
Senza queste aliquote, tuttavia rinforzata da un gruppo corazzato [“Busing”] un Gruppo di artiglieria corazzata della 26^ Panzer, la Divisione avanzò su due gruppi di marcia ai due lati del lago di Bracciano in direzione di Roma.
L’unità di marcia di destra si imbatté, presso e dentro Oriolo, con i primi reparti italiani della forza di alcune centinaia di uomini, che si lasciarono disarmare senza opporre resistenza. Alle 8.00 [del 9.9] la punta avanzata raggiunse un posto di sbarramento che non venne rimosso perché occupato dagli italiani. Per avanzare si dovette combattere contro aliquote della Divisione “Sassari”, ottimamente sistemate in posizione difensive. Dopo aver assunto la formazione di combattimento e occupato le prime alture, il nemico si sganciò all’indietro fino alle posizioni sui due lati di Bracciano. Anche queste vennero subito abbandonate dall’alleato, divenuto nemico, dopo puntate in forze.
Il gruppo di marcia di sinistra, già alle 7.00, aveva cozzato prezzo Monterosi, sulla via Cassia, contro un posto di sbarramento difeso da unità [non il grosso come sempre ci è stato fatto credere] della Divisione “Ariete”, e che fu rimosso soltanto dopo l’intervento dei carri armati. Anche questo gruppo di marcia si trovò ancora di fronte, nel corso della giornata, alcune posizioni sistemate a difesa e occupate da aliquote di unità italiane, che tuttavia non opposero in nessun luogo una reazione decisa. La sera del 9.9 [in un solo giorno di marcia da Orvieto] la strada per Roma, di fronte alle punte avanzate dei due gruppi di marcia, che avevano stabilito il contatto a sud del lago di Bracciano [al bivio della Storta], si trovava libera. A causa delle trattative in atto, non si potè sfruttare questa situazione.Il 10.9 ci si avvicinò ulteriormente a Roma, e si prese contatto con le contrapposte unità italiane: l’11 si giunse ai negoziati….
Le aliquote della 3^ PzGr che avevano subito nel corso dei combattimenti notevoli detrazioni a favore del fronte sud [l’invio di un nucleo corazzato a sostegno della 2^ Divisione paracadutisti, che però arrivò a Fiumicino quando ormai non ve ne erra più bisogno], rimaste alle dipendenze del Comando, avevano disarmato o disperso : 850 ufficiali, oltre 23.000 uomini, non comprese gran parte delle truppe destinate a nord. Furono catturati in combattimento o messi al sicuro: circa 1.250 automezzi, 158 cannoni, 162 cannoni contraerei, 2 cannoni d’assalto, 29 carri armati, numerose munizioni ed armi da fuoco portatili. Inoltre [a Civitavecchia] navi per un totale di 14.000 tonnellate”.

E non parliamo poi del bottino fatto dai paracadutisti.

Quindi, è da presumere, con i validi argomenti da me elencati, che la la fine dei combattimenti a Roma costituì la fase finale di una già concordata ed ignobile moneta di scambio che permise la grande fuga, consegnò ai tedeschi la Capitale, permise, forse, anche la liberazione di Mussolini, ma nello stesso tempo portò ad una umiliazione immeritata dell’Esercito italiano. E quest’ultimo inganno è il motivo che più di tutti mi fa arrabbiare. Per non parlare poi degli altri maneggi armistiziali, questa volta a spese degli Alleati, ma che al fine si ritorsero verso di noi, e che, abbondantemente conosciuti, per anni sono stati taciuti “Per carità di Patria”.

Infine, da un documento del Comando Supremo, ecco l’elenco dei fortunati, in rotta per Pescara.

- S.M. il Re e Imperatore
- S.M. La Regina Imperatrice
-S.A.R. il Principe di Piemonte
con al seguito alcuni componenti delle rispettive case militari.
- S.Ecc. Maresciallo Badoglio Capo del Governo
- S.Ecc. l’Amm. De Courten – Ministro R. Marina
- S.Ecc. Generali Sandalli – Ministro R. Aeronautica
- S.Ecc. d’Acquarone – Ministro della Real Casa
- S.Ecc. il Gen. D’A. Roatta – Capo di S.M. R. Esercito
- S.Ecc, il Gen. Di C.A. De Stefanis e il Gen. Di Div. Mariotti, S.C. S.M. R. Esercito

Arrivarono a Pescara, nella colonna reale, anche 20 ufficiali e sottufficiali del Comando Supremo, inclusi il generale Vittorio Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale, il generale Silvio Rossi, Capo Ufficio Operazioni. Gli altri erano i tenenti colonnelli Mellano, De Francesco, Maravigna e Jannuzzi, i maggiori Marchesi, Adam, Rossetti, Galatei di Genola, Cordaro, Vassallo e Mangini della R. Aeronautica, il capitano medico Conti, il maresciallo Baldanza. I sergenti maggiori Robotti e Guazzini (era il tenente britannico dell’I.S. Mallaby), i sergenti Grifoni e Della Corte, e il caporal maggiore Farinacei.

Occorre però dire, per non sollevare equivoci, che il trasferimento del personale militare al seguito del Re era stato comandato,

Sulla fuga del Rer abbiamo infine la seguente testimonianza del Colonnello Murra, con la quale abbiamo iniziato questa nostra storia:

L’ordine stesso [di ripiegare su Tivoli] era stato dettato dal Capo di Stato Maggiore Generale Roatta e firmato per suo ordine dal Generale De Stefanis alle 5 del mattino, al momento in cui il Generale Roatta sta per partire assieme al Generale Ambrosio, ai Sovrani e a un ristretto numero di Ufficiali addetti. La fretta fu tale che egli [Carboni] non indugiò neppure a firmare l’ordine dettato.
Il concentramento su Tivoli non era giustificato dalla presenza di forze nemiche; al contrario, la posizione era delle più infelici, costringendo le truppe a stare ammassate e, in ipotesi di movimenti, a sfociare lungo le strade circondate da monti.
Inoltre il movimento di sganciamento delle truppe da quella località sarebbe stato possibile soltanto verso gli Abruzzi e su strade tra gole profonde che offrivano possibilità di attacchi laterali da parte di truppe leggere. Tutto ciò a prescindere poi dalla circostanza che il Corpo d’Armata aveva benzina per una settantina di km al massimo e si sarebbe quindi trovato nell’impossibilità di eseguire il ripiegamento verso l’Abruzzo, anche se questo fosse stato consigliabile.
Il convincimento del Generale Roatta e di Badoglio dell’impossibilità di difendere Roma e la nessuna utilità a effetti tattici e di movimento del concentramento su Tivoli, da come unica spiegazione per l’ordine quella di aver voluto, con una raccolta di forze alle spalle, proteggere la strada di Pescara, META DELLA FUGA [il maiuscolo e mio].”

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

E non si può dimenticare, a margine della vicenda, che il corteo reale venne (almeno) due volte intercettato ai posti di blocco della Polizia Militare Tedesca senza conseguenze e che esiste un rapporto di missione di un ricognitore germanico che ombreggiò il convoglio dalla partenza sino all'arrivo senza essere stato contrastato nè da aerei italiani nè da aerei alleati.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Precisazione storica: il re non è partito dal porto di Pescara ma da quello di Ortona (CH), cittadina rasa al suolo nel combattimento tra parà tedeschi e forze prevalentemente canadesi.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Carissimi,
ringrziandovi tutti, ed in particolare il Dott. Mattesini, per il contributo di conoscenze ed anche di considerazioni personali date alla discussione, vi segnalo tra tutti un paio di siti dove compaiono molte interessanti fotografie relative a quei giorni.
http://digilander.libero.it/historia_militaria/thenenow_home.htm
http://www.inilossum.com/2gue_HTML/2guerra1943-17.html
Cordiali saluti a tutti

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Signor Walterino, grazie dei complimenti. Conoscevo il sito da lei indicato. Molto ricco di foto, peccato un po sfuocate. Ma rendono l’idea, e fanno venire tristezza.
Non me ne volete se faccio alcune considerazioni critiche. Si vedono paracadutisti tedeschi, isolati, a coppie o in piccoli gruppi, tutti armati con i loro mitra, e in una foto scattata a piazza San Petro una mitragliera contraerea da 37 mm. Poi un piccolo motocingolato distrutto, per far vedere un successo italiano.
Quindi da parte nostra i mezzi corazzati, camionette e semoventi, ammassati nella zona dell’Ostienze-Porta San Paolo, un anticarro distrutto, carrette abbandonate. Però, quello che considero ridicolo, maturato dalle mente di comandanti di reparto che evidentemente non sapevano comandare, sono i soldati schierati al suolo, dietro i mezzi corazzati, con le armi puntate, contro non si sa perchè davanti vi è una linea di ufficiali, mentre vicino ci sono i bastioni delle mura Aureliane, che evidentemente più ad est non erano guarnite sufficientemente, dal momento che le porte di entrata delle vie Appia e Latina permisero ai paracadutisti della 2^ Divisione di prendere alle spalle lo schieramento italiano, e di spingersi verso il centro di Roma.
E in questo contesto anche la foto del ragazzino curioso, fa parte soltanto di un effetto scenico e penoso, come penoso lo è quello dei nostri soldati e dei civili che fraternizzano con i paracadutisti tedeschi. Altro che resistenza.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

E' vero, l'effetto finale è di grande tristezza, per quello che si sarebbe potuto fare e per quel poco che si è fatto.
Partendo dagli stessi dati oggettivi, mi permetta però di vedere il bicchiere mezzo pieno.
Il vuoto assoluto alle spalle del Generale Solinas, la disistima reciproca tra Carboni e Cadorna (l'uno dannato, l'altro esaltato nel dopoguerra, ma entrambi inconcludenti ed inferiori nell'azione a Solinas, per l'appunto), la sensazione diffusa che i tedeschi fossero invincibili, rendono i tre giorni di resistenza (anche dei civili, con decine di morti, cerchi su Then & now la bella foto del soldato e dell'uomo in giacchetta che, nascosti dal muretto che recingeva la piramide, sparano verso l'ostienese) tanto più encomiabili e fonte di speranza sulle virtù civili, come si diceva una volta, del nostro popolo.
E' per questo che accomunare in un giudizio sprezzante tutta la nostra recente storia militare, come pure qualcuno (non Lei) si ostina a fare su queste colonne mi sembra ingiusto e pernicioso.
Quanto alla fuga del Re, ne avevamo già discusso ed è inutile ripeterci: fù convinto (da chi lui stesso aveva promosso, però) dell'impossibilità di resistere, ed allora il suo dovere era salvare sè stesso ed il governo, altro che Re fellone!
Non era vero, come lei sono convinto che si poteva e si doveva resistere, come Lei sono convinto che ci fù un patto sciagurato, e Carboni fù il capro espiatorio, ma quella era la nostra classe dirigente, ed il fascismo ha la sua bella parte di responsabilità, assurdo negarlo.
Con stima,
suo Walterino (il nome di un caduto a Montelungo9

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Caro Sig. Mattesini, sono sincerament convinto che il giorno che lei ha scoperto questo foro sia stato per me un giorno fortunato anche se spesso mi trovo a contestare alcune sue conclusioni.

Ahimè sembra che sia il caso anche ora.

Tutti i testi che lei ha riportato qui sembrano provare senza dubbio che la presa di Roma fu dovuta ad incapacità ad ogni livello, intendendo dal soldato, al servente al tenente, al capitano, al colonnello, al generale al CSM, al ministro...

oppure vogliamo immaginare che nella teoria del complotto anche i singoli comandanti di compagnia erano stati avvisati di combattere ma non troppo? E quei poveri disgraziati di carristi che con i loro M13 si sono fatti fare a pezzi dai 75 dei paracadutisti tedeschi? Erano d'accordo pure loro?

Immagini che per esempio anche solo quel plotone di M13 bruciati a Circo Massimo, non in mezzo alle case di trastevere!, fosse stato di panther e carristi tedeschi, non pensa che avrebbero fatto a pezzi i pochi oppositori appiedati? Alla faccia dei generali e marescialli e re a chilometri di distanza?

Ripeto, gli episodi che lei racconta mi sembrano assolutamente sovrapponibili a quelli delle truppe "corazzate" di Graziani in Cirenaica.

O vogliamo pensare che anche nel 1940 ci fosse un complotto tra il Re e chissà chi per far combattere male le nostre truppe?

Posso credere ad un accordo sotto banco per favorire la "fuga", posso credere che le truppe in tutta italia e nei balcani abbiano ricevuto l'ordine di sciogliersi (per finire poi nei lager nazisti...) o di non prendere l'iniziativa contro i tedeschi per un cinico baratto tra Re, Badoglio e Kesserling...

ma non mi capacito di come i tedeschi riuscirono a raggiungere il centro di Roma in circa 36 ore di combattimenti, perchè i combattimenti lì ci furono, senza mettere in conto l'inefficienza bellica delel nostre truppe.

Se ci fosse stato un complotto come dice lei anche a Roma sarebbe successo quello che successe a Milano o a Firenze o, cosa assai più importante ai fini bellici, in Campania.
Quindi il 9, "fuggito il re", sarebbe stato diramato l'ordine di sciogliere le truppe anche nella regione di Roma.

Invece il 9 sera le truppe in armi intorno a Roma c'erano ancora, ancora niente ordine di "tutti a casa"!


E' strano questo complotto che riesce benissimo nei comandi periferici, che invece lamentarono la mancanza di ordine da Roma, e riesce maluccio proprio a Roma dove il re e il suo entourage prima di andarsene si premurò che degli ordini fossero lasciati.

Ma cosa sarebbe successe se ovunque tra la notte dell'8 e la mattina del 10 le truppe avessero resistito, male ma resistito, come avvenne a Roma? Avrebbero potuto i tedeschi, effettivamente outnumbered, contemporaneamente tenere testa agli americani a Salerno? Non avremmo comunque salvato l'onore un po' meglio di come accadde?

Viste le vicende belliche del 9 e 10 in tutt'Italia, compreso il centro di Roma e Bracciano e i dintroni di Salerno, la decisione di accettare le offerte dei tedeschi per la nostra capitale mi sembra del tutto ragionevole ed onorevole.

Non dimentichiamo che dopo l'accordo Roma restò per molti giorni sotto amministrazione italiana e presidiata da truppe italiane e che solo una decisione, anzi la prima decisione, del governo italiano repubblichino collaborazionista cambiò questo stato di fatto.

Se al posto dei generali alleati ci fosse stato un Rommel, a parità di mezzi, probabilmente a metà settembre gli angloamericani sarebbero entrati a Roma ancora sotto bandiera del Regno d'Italia, accolti con saluto militare dalle truppe della Piave...

Lasciamo perdere poi cosa sarebbe successo, re o non re, se un Rommel e i suoi ufficiali fossero stati al posto di Carboni e i suoi...

Sarebbe bello credere che è stata tutta colpa del re e di Badoglio da lui scelto, ma sembra che il resto della classe dirigente e non abbia avuto colpe non minori se non superiori nel disastro di Roma.

O no?

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Caro pilotadelladomenica con lei è difficile dialogare perchè contesta sempre, anche quando sono i documenti che parlano. Quelli tedeschi, che mi sembrano molto chiari, e che parlano di una reazione italiana inefficace, e quelli italiani dei quali, per carità di Patria e, diciamolo francamente, per i fatti di Roma, anche per carità dell'Esercito, trascinato nel fango., ho risparmiato di far conoscere i risvolti. Soprattutto le testimonianze degli ufficiali che nella Capitale combatterono, e che parlano di fughe, di saccheggi della popolazione, di un ministro degli Esteri che, scappando, lascia il suo posto a chi lo vuol prendere per dialogare con i tedeschi, di generale, anche di corpo d'armata, che si mettono in borghese e scappana. E in mezzo a loro ci sono i sacrificati, quelli che dovevano resistere.
I paracadutisti tedeschi si presentarono davanti a San Paolo inaspettati, dopo aver travolto i granatieri sulla Laurentina, e fu necessario in tutta fretta organizzare una linea di resistenzza che aveva i suoi punti deboli verso l'Ardeatina e l'Appia Antica.
I carristi dei reggimenti "Montebello" e 4° andarono coraggiosamente all'attacco, ma i loro mezzi furono immobilizzati dai cannoni tedeschi.
Carboni, dopo aver ordinato all'"Ariete", alla "Piave" e ad altri reparti di ripiegare su Tivoli per proteggere la fuga del Re e del suo triste seguito, lasciato indietro dalla colonna reale, dopo aver lasciato in borghese il suo Comando si recò in auto a Carzoli, dove Roatta, partendo per Pescara (dopo andarono ad Ortona gli aveva detto si trovava la nuova sede dello Stato Maggiore dell'Esercito.
Non avendo trovato questo Alto Comando, e avendo capito di essere stato giocato, Carboni, tornato a Roma, dove tutti gli ufficiali del suo Comando erano in agitazione e volevano combattere, cercò di rimediare alla sfavorevole situazione militare, inviando rinforzi a Porta San Paolo, arrestando il trasferimento a Tivoli della "Piave", ed inviando l'"Ariete" in sostegno dello schieramento meridionale, che avanzò con ampio giro dalla Tiburtina fino a Ciampino, nel tentativo di aggirare le posizione della 2^ Paracadutisti.
Ma ormai era troppo tardi e poco dopo fu necessario accettare la resa, autorizzata da Caviglia.
Questa è la verità, non di chi poi, per convenienza politica o per salguardare il prestigio delle armi, ha raccontato i fatti distorcendoli.
Per ultimo, i primi 75 "Panter" tedeschi arrivarono in Italia all'inizio del 1944.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

"Sarebbe bello credere che è stata tutta colpa del re e di Badoglio da lui scelto, ma sembra che il resto della classe dirigente e non abbia avuto colpe non minori se non superiori nel disastro di Roma"

Questo è poco ma sicuro, ma non toglie che un Re con ai suoi ordini 120.000 uomini, 250 aerei da combattimento, una divisione di paracadutisti di rinforzo in arrivo, altre truppe richiamabili da ogni regione d'Italia e una città da parecchi milioni di abitanti non fugge di fronte a 20.000 nemici. Almeno, non prima di aver TENTATO il TUTTO PER TUTTO, e non essersi visto SCONFITTO SUL CAMPO. Era pur sempre il RE D'ITALIA, che diamine! Suo Padre mica era stato ad aspettare che i sondati gli consegnassero la corona, sul terreno di Solferino... Andò a prendersela, con la sciabola sguainata, alla testa dei suoi uomini, e poco importa se i generali felloni rimasero indietro... Si comportò DA RE, che è, mi si permetta, qualcosa di più di quel che erano Caviglia o Carboni, mentre lui NON fece altrettanto!

Cordiali saluti.

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Per la verità a Solferino, VEII era già re da un pezzo, e peraltro combattè valorosamente a San Martino, lo stesso giorno ma in un posto diverso.
Precisazioni storiche a parte (mi scusi la piccola libertà che mi son preso) rimango del parere che ci sia andata meglio con un governo in salvo a Brindisi che senza governo oppure, peggio, avendo come unico governo quello di Mussolini a Salò.
Sicuramente meglio da un punto di vista materiale, e come Nazione vale sempre la massima dei romani "Salus rei publicae, suprema lex", che altri popoli tengono sempre bene a mente.
Anche evitando di fomentare discorsi autolesionistici che estraggo dalla recensione, riportata di seguito, di un libro che ho appena comperato, "la forza del destino", di Christopher Duggan:

"L'icastica battuta sui carri armati italiani che "hanno solo la retromarcia" è conosciuta universalmente in Gran Bretagna e in generale nel mondo anglosassone, ed è questo che si vuol vedere confermato in un "buon libro di storia": la codardia, la viltà e l'incapacità degli Italiani in guerra. D'altronde una parte non trascurabile della nostra storiografia, e anche del discorso politico e infine "di strada", ha fatto di tutto per esasperare quest'immagine: il fatto è che essa non corrisponde al vero. Ormai si è imposta come barzelletta accettata e ripetuta da tutti, Italiani in primis, ma a costo del sotterramento di una versione dei fatti che si avvicini alla verità storica. Qualche storico interessato più a scrivere libri seri che pezzi comici l'ha riconosciuto, ad esempio John Keegan: nel suo libro "La prima guerra mondiale" scrive, parlando del fronte contro l'Austria: "Attacchi disperati furono ripetuti, pesanti perdite furono accettate, con un'abnegazione analoga a quella degli inglesi sulla Somme o dei francesi a Verdun. Ma data la natura incomparabilmente più difficile da penetrare del fronte che l'esercito italiano doveva attaccare, le sue dimostrazioni iniziali di sacrificio possono essere considerate ineguagliate dagli altri". Keegan attribuisce le difficoltà militari italiane più all'impreparazione e alla scarsità di mezzi che alla mancanza di coraggio e spirito di sacrificio. Verso la fine del libro, parlando del disastroso episodio di Caporetto, scrive: "[esso] minò la reputazione dell'esercito italiano che non riuscì a riconquistarla nemmeno nella seconda guerra mondiale. Da allora ci si fa beffe comunemente e a buon mercato delle doti militari degli italiani. Ma il giudizio non è corretto: gli italiani delle città stato del Rinascimento furono soldati notevoli, i veneziani un popolo imperiale le cui galere e le cui fortezze sfidarono l'impero ottomano per tre secoli. Il regno di Savoia combatté valorosamente per l'indipendenza nazionale e per l'unificazione contro il potere asburgico e combatté da pari a pari a fianco dei francesi e degli inglesi in Crimea". Semmai, furono gli eserciti borbonico e papalino a creare problemi dopo l'unificazione, sostiene lo storico militare inglese. La difficoltà di amalgamare cittadini di provenienza così diversa, con culture e perfino lingue così distanti, fa risaltare semmai i risultati ottenuti e che portarono infine alla vittoria del 1918: "In queste circostanze è degno di grande stima che l'esercito italiano abbia insistito in undici costosi e inutili assalti al confine montuoso dell'Austria". Per altro, il rifiuto di combattere da parte di alcune divisioni e i tentativi di fraternizzazione al fronte si verificarono praticamente in tutte le zone di guerra, anche da parte di inglesi, francesi e tedeschi. L'immagine del soldato italiano imbelle e che invoca la mamma è caricaturale e faziosa, ma gli italiani stessi hanno finito per accettarla e quasi per trasformarla in un punto di vanto, nel solco del mito della "brava gente" o per la diffusa volontà di autodenigrazione che è tipica dell'italiano lamentoso. Probabilmente la repulsione o almeno il ricordo tiepido che si provano per le "glorie armate" del passato, dalle cinque giornate all'impresa garibaldina, dalla guerra del '15-'18 a Cefalonia, sono legati alla rappresentazione farsesca che il fascismo diede della forza e del valore del popolo cercando di legarlo alla romanità antica. Gli italiani non sono stati capaci, o non hanno voluto, nel dopoguerra, scindere quella stagione dalle guerre precedenti, finendo per versare nel calderone del fascismo episodi che non c'entrano nulla"

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Leggendo la realazione compilata dal generale Renato Sandalli, Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, nella notte sul 9 settembre egli aveva cominciato a dare ordini affinchè, a partire dalle prime luci dell'alba, i velivoli da caccia (erano 150 di tipo moderno)si tenessero pronti per intervenire contro i reparti tedeschi, in particolare della 3^ Panzergrenadier, segnalata in movimento verso Roma.

Sandalli, stava ancora decidendo il da farsi, e se conveniva portare altri aerei sugli aeroporti di Roma, quando poco dopo le 01.00 del 9, con sua grandissa sorpresa, ricevette da Ambrosio l'ordine di apprestarsi a partire al seguito del Re.

Successivamente, evidentemente per ordine superiori, nessun aereo ricevette l'ordine di decollare per attaccare i tedeschi.

L'onorevole Andreotti ha detto, frase conoscitissima, "A volte a pensar male ci si azzecca".

Ognuno di voi e libero di dare un significato al mancanto intervento della Regia Aeronautica.

Per mè è chiaro, anche se non posso provarlo, che durante la notte ci fu un accordo, secondo il quale Roma veniva dichiarata "Città aperta", e ciò significava la fine dei combattimenti, come auspicato da Kesselring.

Ma, prima di consegnare Roma, occorreva che il Re si allontanasse, anche per non dare sospetti.

E così, mentre non veniva emanata la direttiva dell'Esercito "OP. 44", che era chiaramente antitedesca ed avrebbe costretto ad impegnarsi senza riserve, i combattimenti, almeno per pochi reparti, continuaronon fino al pomeriggio del 10.

Nel frattempo, ad Ortona, il Sovrano e il suo seguito si erano imbarcati sulla corvetta "Chimera", e dirigevano per Brindisi, per la cui difesa fu subito spostata nella zona la divisione "Livorno", che era appena arrivata in Puglia.

A Voi i commenti.

Francesco Mattesini

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

il padre di V.emanuele III era Umbero I

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Che ha combattuto a Custoza, lo sò benissimo, De Amicis insegna.
Ma lei ha parlato di Solferino, e lì c'era (o meglio non c'era) il nonno......

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Sandalli, stava ancora decidendo il da farsi, e se conveniva portare altri aerei sugli aeroporti di Roma, quando poco dopo le 01.00 del 9, con sua grandissa sorpresa, ricevette da Ambrosio l'ordine di apprestarsi a partire al seguito del Re.

Oltre a Sandalli c' era tutto il vertice militare italiano ,Ambrosio , De Courten Roatta etc
Perche' il re fece spostare tutto il vertice militare italiano in quelle ore cruciali ?
Da notare che i ministi ( tranne quelli dei dicasteri militari ) vennero tutti " dimenticati " a Roma .
perche' ?

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Allora Sig. Mattesini, lei dice:

" Caro pilotadelladomenica con lei è difficile dialogare perchè contesta sempre, anche quando sono i documenti che parlano. Quelli tedeschi, che mi sembrano molto chiari, e che parlano di una reazione italiana inefficace, e quelli italiani dei quali, per carità di Patria e, diciamolo francamente, per i fatti di Roma, anche per carità dell'Esercito, trascinato nel fango., ho risparmiato di far conoscere i risvolti. Soprattutto le testimonianze degli ufficiali che nella Capitale combatterono, e che parlano di fughe, di saccheggi della popolazione, di un ministro degli Esteri che, scappando, lascia il suo posto a chi lo vuol prendere per dialogare con i tedeschi, di generale, anche di corpo d'armata, che si mettono in borghese e scappana. E in mezzo a loro ci sono i sacrificati, quelli che dovevano resistere."

Beh, non contesto assolutamente nulla di quello che i suoi documenti dicono, ci mancherebbe altro, anzi le sono sempre gratissimo perchè condivide con noi il suo immenso archivio. Solo che evidentemente ci portanto a conclusioni opposte. Meglio per il foro, altrimenti che noia...
se per lei l'inefficacia della reazione italiana è la prova del complotto a me sembra più probabilmente la riprova dell'inefficienza dell'esercito fascista di fronte ad una guerra moderna. Se per lei la fuga in borghese di generali e capitani è la conseguenza della fuga del re, a me sembrerebbe più probabile che sia il contrario, il re, in divisa, ha messo in salvo il suo governo in un'altra provincia italiana perchè era conscio che sulle sue truppe ahimè c'era poco da fare affidamento contro truppe tedesche numerose, motivate e di prima linea che le circondavano e tagliavano fuori dall'aiuto alleato.

"Per ultimo, i primi 75 "Panter" tedeschi arrivarono in Italia all'inizio del 1944."

si vabbè, io facevo un esempio, ma guardi che,e mi dispiace doverlo rimarcare, si scrive proprio Panther con l'h, e non "Panter"!

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Signor Mattesini,
la ringrazio per l' ampiezza della documentazione che ci fornisce e per la passione che mette nell' esposizione.
Desidero chiederle cosa ne pensa dei lavori usciti negli anni '60 e '70 di Ruggero Zangrandi. A parte le complesse vicende, personali e politiche, dell' autore, li ritiene, se non ancora affidabili visti gli anni trascorsi dalla loro stesura e i documenti resisi disponibili dopo la sua morte (1970), indicatori di una linea di intepretazione giusta?
Cordialmente
UM

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Sig. Von Secht, lei dice sostanzialmente che VEIII doveva aspettare di essere sconfitto sul campo prima di lasciare Roma.

A parte che già alle prime ore del 9 settembre, dopo solo poche ore di combattimenti, si stava già delineando il crollo delle nostre difese verso il mare, sorprese e disorientate, con Civitavecchia già irraggiungibile e le truppe tedesche avanzanti verso Acilia e dintorni, quindi dipende dalla sua definizione di sconfitta sul campo, se aspettava ancora poche ore probabilmente lasciare Roma sarebbe stata impossibile o estremante rischioso, e in ogni caso VEIII avrebbe dovuto andarsene da solo o quasi, mentre nelle sue intenzioni portarsi appresso, al sicuro, gli stati maggiori, compreso Sandulli, serviva a garantire la continuità delle FFAA, quindi il fine era senz'altro buono. Certo visto con il senno di poi gli si deve dare torto perchè il prolungarsi della "fuga a Brindisi" e il ritardato arrivo della seconda corvetta ad Ortona fece si che gli stati maggiori si dispersero per il Molise anzichè stare a Roma a dare disposizioni ai comandi periferici.

Circa il 120000 a 20000 (credo sbagliato per difetto) sinceramente non mi impressiona più di tanto.

In Egitto nel dicembre 1940 quanti eravamo? Era Wavell più geniale di Kesserling? le divisioni indiane o neozelandesi più temibili di quelle tedesche intorno a Roma? I nostri M11 nel 1940 peggio degli M13 nel 1943?

Il punto è che secondo le testimonianze che ci porta il nostro Sig. Mattesini a Roma in quei due o tre giorni di settembre le nostre FFAA combatterono, male ahinoi e ahiloro, perchè forse di meglio non sapevano fare, ma combatterono, nonostante supposte fughe del re. E alla fine, che venne ben presto purtroppo, furono travolte da truppe d'elite tedesche che arrivarono fino al Colosseo. FFAA poco,veramente poco, supportate da civili in armi.

Le stesse FFAA resistettero però abbastanza da negoziare un accordo onorevole con i tedeschi e a restare al controllo della capitale.

Finchè dopo due settimane anzichè arrivare gli angloamericani arrivò il governo fascista repubblichino.

O no? ...lo chiedo anche a lei Sig. Von Secht...

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Sandalli, Sandalli, non Sandulli, chiedo venia prima che mi fuciliate in massa!

Re: UNA INEDITA TESTIMONIANZA SUL MITO DELLA DIFESA DI ROMA

Signor UM. Nei suoi libri Ruggero Zangrandi ha lavorato molto usufruendo del materiale della Commissione d’Inchiesta per la mancata difesa di Roma, ma nonostante ciò, per avere espresso proprie opinioni personale sul comportamento dei singoli responsabili, allora in parte ancora viventi, ha passato molti guai. Avendo letto le opere di Zangrandi (per prestito dalla Biblioteca Centrale dell’Esercito) che in parte non ho condiviso, non saprei cosa aggiungere, in quanto per dare oggi un parere dovrei nuovamente disporne e rileggerle.
Comunque, dal verbale “Sintesi dei fatti”, sempre della Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma, avendo io espresso giudizi da taluni non condivisi, riporto quanto segue:

“Parteciparono alla lotta, al completo, solo le divisioni “Granatieri” e “Piacenza”; ma quest’ultima, per l’infelice situazione in cui era stata lasciata, fu rapidamente sopraffatta e messa fuori causa.
L’ “Ariete” partecipò con una parte notevole delle sue unità, a combattimenti brillantissimi [sic], ma solo il “Montebello” poté farlo completamente per entrambe le giornate del 9 e del 10.
Le altre unità ebbero una lunga interruzione, dal pomeriggio del 9 al mattino del 10 e purtroppo non poterono giungere in tempo ad aiutare i granatieri, per Colpa di Carboni, il quale non seppe neppure utilizzare una bella divisione come la “Piave”, affaticando, tanto questa, quanto l’ “Ariete”, in inutili e deprimenti marce e contromarce. [i lettori potranno constatare che è quanto nei miei interventi ho sostenuto]
Anche la “Sassari” fu impiegata solo in parte e così il 4° Reggimento carristi.
Non ebbero nessun impiego i battaglioni addestramento capi-squadra, la guardia di finanza, i metropolitani [pilotadelladomenica, figuriamoci la popolazione] ed, infine, l’intera divisione “Centauro”,
Si può dire che solo la metà circa delle forze disponibili fu impiegata nella lotta.”

Occupiamoci della sopravvalutazione delle forze tedesche, i cui dati reali all’epoca dell’inchiesta non erano disponibili, come lo sono oggi:

“A nord di Roma vi era la 3^ divisione Panzer Grenadieren, della forza complessiva di 24.000 uomini con 600 mezzi corazzati (carri armati, autoblinde e semoventi) di cui [udite] 150 carri Tigre.
A sud di Roma, fra Ostia e Pratica di Mare, la 3^ Divisione paracadutisti, forte di 14.000 uomini con qualche reparti carri armati [nessuno].
Nella zona dei Colli Albani, un gruppo tattico, distaccato dalla 3^ Divisione Panzer [non risulta], reparti di carri armati [sic], specialisti, con forza complessiva da 12 a 14.000 uomini [assurdo].
Entro la città vi erano circa 8.000 tedeschi [erano soltanto 2.000 addetti agli uffici che se ne stettero buoni].
In totale da 58 a 60.000 uomini [!!!]

Queste cifre servirono allora, e in parte servono ancora oggi, a giustificare la sonante sconfitta.

Infine riporto il drastico lapidario giudizio della Commissione d’Inchiesta sul generale Carboni, per il modo disonorevole in cui aveva condotto la difesa di Roma.

“IN TUTTA LA STORIA MILITARE DELLA NOSTRA PATRIA, NON SI HA ESEMPIO SIMILE DI CONDOTTA DI UN CAPO DI FRONTE AL NEMICO”.

Francesco Mattesini