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Spazio a disposizione dei lettori di Pagine di Difesa per esprimere il proprio pensiero su argomenti di politica internazionale e della Difesa. |
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pastrana
Mar 11, 2009 - 7:50PM |
In queste esposizioni mi arrischierò a rispondere ad alcuni dei punti interrogativi sollevati dalla prospettiva di una guerra di grande portata. Le note a questi studi sono state scritte fuori orario, in un angolo del mio soggiorno. Due grandi lampade illuminano il taccuino su cui traccio queste righe. La mia penna nera scivola senza sforzo lungo la pagina. La considero un'inseparabile compagna di lavoro. È fabbricata in Cina, come pure il taccuino a quadretti.
Uno dei miei colleghi ha sollevato la questione l'altra sera: esiste un qualche prodotto manifatturiero realizzato dal capitalismo americano, che la Cina non possa produrre meglio, in maggior quantità, e a un prezzo notevolmente inferiore? Non è un esercizio di fantasia. Si tratta dunque di sapere in che modo il capitalismo americano, nella sua condizione attuale di indebitamento, pauperizzazione di massa e disintegrazione finanziaria, riuscirà a competere a livello internazionale. In altri termini: come pagherà i suoi consumi, come pagherà le importazioni? Sarà in grado - gli elementi attuali dicono di no - di ridurre e infine annullare il suo deficit commerciale, esportando più di quanto importi? Inoltre, può il dollaro restare un accettabile mezzo di pagamento e di scambio, nonostante l'eviscerazione a cui è sottoposto da ormai molti anni? L'osservazione di Mahmoud Ahmadinejad, che i verdoni valgono meno della carta igienica usata, è brutale, ma coincide con molte autorevoli opinioni del mondo dwel capitalismo finanziario. Nelle future esposizioni esamineremo le ramificazioni di questi presupposti. Basti sapere che è una questione di vita o di morte, che ci conduce nei più profondi recessi delle contraddizioni conflittive interne al capitalismo e all'imperialismo [1], e ci darà un'idea più delineata di cosa intendiamo dicendo che la Cina è diventata il fulcro industriale del globo, nonché un'idea di quello che intendiamo quando parliamo di squilibrio finanziario. Ma di questo, più giù. Le Ramificazioni Qualcuno fra voi ha evocato la possibilità che un conflitto mondiale si verifichi nel corso del 2009... Non dirò che si tratta di una previsione azzardata o remota. Senza dubbio, quello che molti di voi intendono non è un conflitto regionale, tipo Ossezia o Gaza. E nemmeno escludo la possibilità di un attacco di USA e Israele contro l'Iran. Nello scatenamento di una guerra, il ruolo della follia non si può mai escludere. Teniamo a mente che la casta oligarchica statunitense [US caste oligarchy] (USCO) e il suo braccio militare da un bilione di dollari è in guerra su molti fronti, in aree che comprendono decine di migliaia di chilometri. Conduce una guerra a Gaza, tramite i suoi delegati; conduce una guerra in Iraq; e naturalmente sta moltiplicando il suo impegno militare in Afghanistan; ha esteso il campo di battaglia fino al Pakistan. Ricordiamoci che il Pakistan ha in comune con l'Afghanistan una frontiera di 2500 chilometri. Questa eventualità non la possiamo ignorare. Come dobbiamo affrontare la questione? Qual è il metodo più adatto? Sono cosciente del fato che scendere nel dettaglio delle potenziali aree critiche ci fornisce singoli punti che però non hanno linee che li uniscano. Restano separati, e non possono fornire un'idea sul possibile casus belli [di un eventuale conflitto]. Comprendo benissimo i vostri ragionamenti. Lo storico deve selezionare i fatti. È una questione di scelte personali. Ma il metodo e lo scopo di queste scelte discendono dal suo principio di selettività, che fa parte di un processo di astrazione. La selezione e interpretazione degli eventi sono perciò condizionate dalle inclinazioni ideologiche e filosofiche dello storico. Dalla sua appartenenza di classe. Dalla sua esperienza personale. Si può fare una lista di eventi, ma individuare i singoli eventi non ci fornisce il punto d'appoggio per comprendere questi fenomeni complessi. L'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando da parte di un giovane nazionalista serbo [2] fece certamente da casus belli, ma ci dice molto poco se non sbrogliamo la matassa di convulsioni nazionalistiche e rivalità dinastiche che minavano i fondamenti dell'economia mondiale. E non possiamo nemmeno ignorare l'espansione della marina da guerra da parte dell'Impero Tedesco, che sfidava la plurisecolare supremazia della Royal Navy britannica. Come notava Lloyd George, il più scaltro tra i costruttori dell'impero e uno dei principali sicari della Grande Guerra: "Se il 1914 non fosse arrivato quando è arrivato, sarebbe inevitabilmente giunto più tardi". La parola chiave è "più tardi". Quello che Lloyd George aveva in mente era che le politiche di potenza del capitalismo finanziario e dell'imperialismo, e l'incontenibile ecatombe che incubavano, erano parte integrante dell'evoluzione del capitalismo mondiale, data la sua incessante avanzata verso nuove sfere di espansione finanziaria e territoriale. Le guerre del capitalismo erano il sigillo della sua politica di espansione [3]. La corsa agli armamenti Molti di voi hanno sottolineato il fatto la USCO probabilmente spingerà per un aumento della spesa, per compensare la caduta di domanda nel settore privato, alzando così il livello occupazionale. La formula non è nuova, Ma l'attuale contesto delle relazioni internazionali rende carente questa tesi. La USCO sta già spendendo più del doppio o del triplo di quello che il resto del mondo spende in armamenti. Il SIPRI di Stoccolma, facilmente consultabile in Rete, vi fornirà le cifre esatte [4]. Ma non sono i numeri a interessarmi, al momento. La USCO e i suoi lacchè militari sono in guerra permanente fin dal 1945. Questo include il suo ruolo nella guerra civile cinese che si concluse nel 1949, in Indocina a partire dal 1945, in Corea, due volte di seguito in Iraq, eccetera. Le sue guerre coloniali, combattute esclusivamente contro popoli di colore, hanno condotto l'economia degli Stati Uniti alla bancarotta. Secondo l'ultimo conteggio, ci sono 250 basi militari al di fuori del territorio degli USA. Gli USA spendono più di quanto guadagnino. Sono il più grande mendicante del mondo. Spende soldi che altri hanno avuto in prestito. Soltanto in Iraq, secondo le valutazioni di Stiglitz [5], siamo arrivati a 3,5 bilioni di dollari, e la guerra non è ancora finita. In queste guerre sono state massacrate milioni di persone. Gli USA stanno combattendo guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan, e l'attacco di Israele contro Gaza, così come in Libano, sarebbe stato inconcepibile senza l'appoggio statunitense. Tutto questo è scontato. Aggiungiamo che le bombe al fosforo usate a Gaza sono fabbricate in Virginia. I proiettili di artiglieria all'uranio vengono fabbricati in Tennessee. I bombardieri erano F 18 di fabbricazione americana. Gaza è stata un ulteriore campo di prova per le armi di assassinio di massa degli USA. E siamo a quota quattro guerre. C'è chi sottolinea giustamente che le guerre, e la loro preparazione, incrementano la produzione e l'occupazione. Quello che interessa, qui, è la natura di questa produzione, e il relativo impatto occupazionale. Questa natura è sterile, e non aumenta affatto le capacità produttive. È stato sicuramente il caso del Terzo Reich di Hitler, nel quale le spese militari produssero un'espansione che riassorbì le masse di disoccupati. E naturalmente i disoccupati avrebbero potuto trovare impiego nella Wehrmacht, trasformandosi in carne da cannone. È stato il caso del regno Unito, dal 1937 in poi. Come ben sapete, i cambiamenti portati dal New Deal di FDR, ammirevole ma per molti versi ingannevole, non hanno abbreviato la Grande Depressione. Il risultato fu ottenuto da massicce spese militari nel settore pubblico, finanziate dal debito. Lasciatemi ribadire che ciò che pose fine al diabolico rovescio innescato nel '29, fu lo scatenamento della II Guerra Mondiale. Si può quindi suggerire che la guerra, insieme con la sua preparazione, offra la "soluzione finale" per raggiungere la piena occupazione? Nel caso del capitalismo statunitense la risposta inequivocabile è no. Le spese belliche - sostenute dai prestiti esteri e voragini debitorie in perpetua espansione - pongono le basi per una corruzione endemica, indebitamenti e fallimenti collettivi, con tutti i loro venefici corollari. I debiti del capitalismo americano - del governo, delle imprese, delle famiglie - non verranno mai ripagati. Non possono. Con l'economia che collassa giorno dopo giorno, la USCO non ha i mezzi per pagare i propri debiti. Si profilano fallimenti su scala ciclopica. Si potrebbe sostenere che saranno le entrate dei produttori di armamenti ad aumentare. Ma per quale settore questo si verificherebbe? Per quale singola impresa? Se ci prendiamo la pena di esaminare le quotazioni di tutti i grandi produttori di armamenti, tipo la Lockheed nello Standard & Poor's e nel Dow Jones Industrial Average (DJLA), si scopre che introiti e profitti sono in declino, così come il prezzo delle azioni. Data l'alta capitalizzazione della moderna produzione bellica, l'immissione di forza lavoro si riduce drasticamente. La produttività (data dal rapporto tra entrate e uscite) e cresciuta verticalmente, col risultato di una minor necessità di manodopera e un collaterale crollo dei salari. Penso che i bilanci di queste industrie siano piuttosto malmessi, anche se non come quelli del settore finanziario. La conclusione mi sembra ovvia: lo "stimolo" [stimulus plan], o, come veniva chiamato all'inizio, "attivare i fondamentali" [pumping the prime], non risolverà la situazione. Torniamo alle cifre citate da Stigliz. Solo in Iraq, la spesa è di 3,5 bilioni di dollari. Da dove arriva questo denaro? Dai prestiti. Come ho ripetuto diverse volte in queste conferenze, l'economia capitalistica mondiale è entrata in una fase di deflazione e stagnazione, o "defstag", come la chiamo io. La USCO vive di tempo e denaro presi in prestito da altri, un'abbuffata parassitaria pagata dal 70% del risparmio mondiale, una situazione palesemente insostenibile, anche a breve termine. Israele e il Medio Oriente Sospetto che sia corretto supporre che Gaza sia un'area troppo ridotta per essere considerata un probabile catalizzatore di un grande conflitto mondiale. Le dimensioni, tuttavia, non sono l'unico parametro di riferimento. Anche la Serbia del 1914 era un'entità geo-demografica assai ridotta. Ma provvide ugualmente il casus belli, per cui non è il solo fattore da considerare: dobbiamo guardare alle entità più grandi che vengono messe in moto. Gaza e Israele sono segmenti di un impero più grande, che si sta contorcendo nei suoi spasimi terminali. L'obbiettivo dell'attacco feroce di USA-Israele è l'annientamento di Hamas, così come in Libano era l'annientamento di Hezbollah. Hanno miseramente fallito. I cittadini dello stato sio-fascista hanno applaudito lo stupro di Gaza. Eccoci dunque arrivati al ruolo nella storia, non di forze astratte, ma degli individui. Netanyahu, esponente dichiarato dell'incessante sterminio degli arabi, è riuscito a scalare la vetta sdrucciolevole di uno stato che esso stesso è lacerato da divisioni etniche e di classe. Il suo discorso a Davos, come quello di Olmert, è qualcosa di più del berciare di un politicante teso alla distruzione degli arabi, di quello che i suoi galoppini chiamano "Hamastan". I suoi discorsi, come quelli di Lieberman, si possono trasformare in realtà. Netanyahu/Lieberman potrebbero distruggere l'intero Medio Oriente, compreso lo stato ebraico. Con questo intendo anche che così si arriverebbe alla fine del sig. Obama e, mi permetto di dire, alla sua distruzione politica, dato il potere indiscusso delle lobby sioniste. Il sig. Obama è un politico fragile, e le incontrollabili convulsioni del capitalismo, in patria e all'estero, lo getteranno in mezzo a un mare in tempesta. Sappiamo bene chi sia il duo Netanyahu/Lieberman. Nei loro progetti non c'è nulla di nebuloso. "La mia più grande priorità," tuona Netanyahu "è l'Iran". C'è bisogno di aggiungere altro? Obama ha valutato fino in fondo il significato di questa dichiarazione? In essa non c'è nulla di criptico. La posizione incontrastata del duo all'interno delle lobby sioniste, come all'interno delle alte sfere della USCO, è molto importante. Per cui non possiamo ignorare la possibilità che nella loro disperazione possano scatenare una guerra di più vaste proporzioni. E il corso degli eventi non resterebbe confinato alla regione. L'obbiettivo dell'imperialismo statunitense, congiunto con quello israeliano, è la distruzione dell'Iran, alleato sia di Hamas sia di Hezbollah. Non si tratta di una speculazione, ma di una politica espressa esplicitamente. Il Primo Ministro iraniano ha già mosso le sue pedine. La partita è iniziata. Il lancio di satelliti [da parte dell'Iran] introduce nei nostri calcoli nuove e inquietanti variabili. Può Israele adattarsi a coesistere con Hamas e un mondo sempre più attivamente antisionista e antiamericano? Il cambio di tono all'interno del mondo arabo che si può leggere nell'inequivocabile articolo scritto per il Financial Times da un membro della casa reale saudita - una mente molto acuta - suggerisce che la marea sta cambiando. Le strade arabe sono una realtà. Sono piene di rabbia, e la rabbia cresce giorno dopo giorno. Sono piene di disoccupati. Sono piagate dalla povertà, eppure raggiunte da un'Al Jazeera da 140 milioni di spettatori. Un tirapiedi come Mahmoud Abbas non è che uno spettro, e il suo potere è completamente svuotato. Anche lui era a Davos, e il suo discorso, come quello di Karzai, era stato scritto dai suoi papponi americani [6]. La dirigenza israeliana aveva sondato Bush sulla possibilità di sorvolare il territorio iracheno per bombardare le istallazioni nucleari iraniane, e aveva ricevuto un rifiuto. Se ne parlò sul New York Times. La cabala di Bush oppose loro un rifiuto non per ragioni umanitarie, ma perché per una volta si rendevano conto delle conseguenze su larga scala. Ricorderete anche che Hillary Clinton, attuale capo del Dipartimento di Stato, ha avuto il fegato di affermare, durante la campagna elettorale, che avrebbe potuto annientare l'Iran. Non è il momento di discutere le implicazioni di questo progetto genocida. Le posizione di Bush e Obama su un attacco contro l'Iran sono identiche. L'Iran ha messo in chiaro di voler procedere all'arricchimento dell'uranio per uso civile, e la Russia completerà entro quest'anno la costruzione dell'impianto nucleare di Bukwear. Negli scacchi non è sufficiente decidere come muovere, ma è necessario prevedere anche le mosse dell'avversario. La sciatemi affrontare un altro, non meno significativo, punto critico. Si tratta delle relazioni tra USA e Cina, che hanno raggiunto nuovi picchi di tensione commerciale, a dispetto delle tiritere che affermano il contrario. La Cina e gli Stati Uniti Prima di proseguire nell'esame della possibilità che le tensioni in aumento, commerciali e finanziarie, possano condurre a un letale confronto bellico, dobbiamo comunque rievocare la natura delle rivalità commerciali e le armi dispiegate nelle guerre economiche degli anni 30. Il discorso del Presidente cinese a Davos, molto sferzante nei confronti degli USA (come quello di Putin), è indicativo della direzione presa dalla guerra economica. Davos è il perno della globalizzazione. È la cabina di comando del potere corporativo, dei leader e aspiranti leader mondiali. Davos ha evidenziato la miserevole fragilità delle istituzioni finanziarie, un tempo viste come la colonna portante del sistema. Parole come "stabilità" e "fiducia" sono scomparse dal loro vocabolario. La resa dell'UBS [7] e della City, il terremoto che continua a scuotere Wall Street, uniti alle spettacolari truffe di un Madoff o di uno Stanford [aggravano il clima]. La rabbia non può più essere contenuta, non più di quanto la si possa reprimere nelle massicce dimostrazioni di lavoratori a Parigi, in altre città francesi e nella neo-colonia di Guadalupe. La tensione sta salendo. È qualcosa che va al di là delle politiche protezionistiche [8] concepite per la prima volta da Joan Robinson [9] negli anni 30. La natura di questi conflitti non è mai stata illustrata meglio che da Sir Percy Bates, presidente della Cunard Steamship Company (aprile 1935) in un periodo in cui la Grande Depressione imperversava. La rilevanza che hanno oggi queste parole è ovvia: "Stiamo vivendo una guerra... Le armi che vengono utilizzate non sono navi, eserciti, aerei, ma tariffe, quote e valute. Non c'è uno standard monetario riconosciuto internazionalmente, e ogni volta che una tariffa, una quota o una valuta variano, ci si trova di fronte a una manovra, una manovra ostile, una manovra militare. La cosa peggiore è la riluttanza ad ammettere ufficialmente che ci troviamo in uno stato di guerra." Mentre i passi dell'attuale crisi suonano sempre più pesanti, il capitalismo non ha più la forza di scalare le pareti del pozzo della defstag. Una situazione che peggiora di ora in ora. La guerra globale per il controllo dei mercati e del mercato azionario continua a ritmo serrato. Questo si rispecchia nelle relative prestazioni economica di USA e Cina, che è diventata il fulcro della produzione manifatturiera mondiale. Di contro, la USCO è in preda all'agonia della disaccumulazione del capitale e al declino dell'industria di base. Così come nel Regno Unito, la sua base industriale, una volta tanto potente, è stata eviscerata. Diamo uno sguardo alle cifre, per osservarne le divergenze e scoprire quali di esse indicano le tensioni che potrebbero condurre a una guerra. Queste cifre comparative sono rivelatrici. Ricordate che la Cina ha ormai scalzato la Germania nelle classifiche dei PIL mondiali, divenendo la terza in graduatoria, dopo USA e Giappone. Col disfacimento dell'indebitato capitalismo nipponico, a un passo dalla crescita zero, [la Cina] si predispone a mandare il Giappone nel sottoscala della storia. Prendiamo in considerazione per primi i maggiori indicatori (2008) degli USA, e confrontiamoli con quelli cinesi: USA: PIL (+0,9% [rispetto all'anno prima]); Bilancia Commerciale (- $ 833 miliardi); Saldo delle Partite Correnti (- $ 697 miliardi); Produzione Industriale (-7,8%) CINA: PIL (+9,1%); BC (+$295 miliardi); SPC (+$371 miliardi); PI (+5,7%) Le cifre evidenziano la sempre maggiore disparità economica tra i due paesi. Confesso di non avere idea se nel prossimo futuro queste distanze abissali potranno mai accorciarsi. Ma concentriamoci sul solo commercio estero. Le importazioni degli USA crescono più delle esportazioni. Il capitalismo statunitense sta cadendo in una spirale deflazionaria che ricorda il cosiddetto "decennio perduto" giapponese degli anni 80 [10]. Certo, la crescita cinese è contrastata dalla crisi mondiale, ma lo stesso procede molto più in fretta di quella USA. Il tasso di crescita annuale composto [degli investimenti] può essere una forza a un tempo costruttiva e distruttiva. Questo è un punto che, ricorderete, ho toccato nella trattazione della bilancia dei pagamenti USA all'interno del mio libro su Cuba, e vi invito a rileggere quella parte. Il rapporto tra importazioni ed esportazioni [negli USA] è di 1,5. Si tratta di uno iato incolmabile. Quindi la USCO, per finanziare le importazioni, deve ricorrere ai prestiti. Prestito significa debito. E il debito, coi suoi interessi, si paga, altrimenti si dichiara fallimento. La Cina ricicla il suo surplus commerciale acquistando titoli e buoni del tesoro statunitensi. È una storia ben nota. Stabilire se l'élite politica cinese continuerà a riciclare i guadagni del commercio estero per puntellare i deficit USA resta problematico. Il capitalismo americano è ormai da due decenni il maggior debitore del mondo. Il suo più grande creditore è la Cina. Le dimensioni delle cifre è rilevante. Le riserve di valuta e titoli esteri della Cina, che ammontano a 2000 miliardi di dollari, sono le più grandi del mondo. Molte di queste riserve vengono utilizzate per acquistare titoli di stato statunitensi. Secondo le stime di Brad Selser, in realtà la cifra si aggira sui 2300 miliardi di dollari, cioè all'equivalente di 1600 dollari per ogni cittadino cinese. Di questa cifra, 1700 miliardi vengono investiti in beni pagati in dollari, il che rende la Cina il maggior creditore del capitalismo americano, e il secondo maggior compratore di buoni del tesoro statunitensi. [Il capitalismo americano] è dipendente totalmente dal denaro cinese. Mai nella sua storia la USCO era stata così dipendente da un creditore estero. I recalcitranti all'interno delle alte sfere cinesi sono consapevoli che un flusso di capitali tanto massiccio, riversato in un'economia in difficoltà, che agonizza in una crisi che peggiora sempre di più e i cui prodotti finanziari rendono sempre di meno, comporta dei pericoli. La Cina ha già perso miliardi. Questo è dovuto al deprezzamento del dollaro, derivato dal crescente indebitamento, dal risparmio in calo, dagli interessi [sui titoli] ridotti a zero, e da un PIL che allo zero ci si sta avvicinando. Senza la cascata di denaro dalla Cina, la USCO sarebbe incapace di perseguire la sua espansione militaristica all'estero. Quello che possiamo dire è che lo status del dollaro come valuta delle riserve mondiali, che ha conferito un potere "stravagante" (questa l'espressione di de Gaulle [11]) all'imperialismo statunitense, questo status ovviamente non può durare. Al momento i cinesi hanno fori dubbi, ma avendo fatto un patto col diavolo non possono fare granché per cambiare la situazione. "A parte i titoli statunitensi, cosa si può acquistare?" ha chiesto Luo Ping alla Commissione di Controllo Bancario cinese, "Non si acquistano titoli di stato giappopnesi o inglesi. I buoni del tesoro USA sono un porto sicuro. Per tutti, Cina inclusa, sono la sola opzione possibile." Questa, dal mio punto di vista, è la tragedia dell'élite al potere in Cina, che presiede a un'economia capitalista che ha abbandonato qualsiasi pretesa di essere socialista. Si tratta di una scelta politica che rivela uno schieramento ideologico e di classe. E [i cinesi] hanno già pagato un prezzo tremendo per la scelta politica di essere i benefattori e salvatori del capitalismo americano. Con la crisi del capitalismo in drammatico svolgimento e la continua rovina del dollaro costano agli operai e contadini cinesi (che l'élite al potere ha ormai cessato da tempo di rappresentare) perdite che raggiungono vette sempre più alte. Evitando di usare un gergo tecnico, i proprietari del salvadanaio cinese hanno talmente tanti soldi da non sapere dove investirli, tranne che nei pessimamente redditizi titoli statunitensi. La battaglia sui tassi di cambio si combatte sui campi di battaglia del mercato dei cambi. L'Indice Big Mac Per capire la ragione per cui, secondo me, non può esserci una soluzione amichevole alla guerra commerciale sino-americana, dobbiamo fare qualche accenno alla natura del mercato dei cambi. È qui che la moneta viene venduta e comprata, e viene fata oggetto di feroci speculazioni sul mercato internazionale. Moneta che, ricordiamolo, è la merce delle merci. La Regina delle merci. Il mercato all'interno del quale si conducono queste transazioni viene chiamato Forex. In un linguaggio poco tecnico, ma molto illuminante, ci rendiamo conto che l'indice dell'Economist si basa sull'idea di parità di potere d'acquisto [purchasing power parity] (PPP). Sarebbe a dire che le valute dovrebbero essere scambiate a un tasso che renda il prezzo delle merci lo stesso in tutti i paesi. Il Big Mac, che costa 3,54 dollari negli Stai Uniti, diventa così il prezzo di riferimento per stabilire se una moneta sia sottovalutata o sopravvalutata. In Cina, il Big Mac costa 1,53 dollari. È il 40% meno caro [che negli USA]. In Svizzera (utilizziamo tassi di cambio di una singola data) 5,75 dollari, il 60% più caro. Questo è un test grossolano di sottovalutazione e sopravvalutazione. Di qui la nostra conclusione (ripeto: non si tratta del solo modo di valutare le disparità valutarie, ma di certo è il più semplice ed efficace), che il Renminbi (o Yuan) cinese è sopravvalutato del 40% rispetto al dollaro, il che, secondo la valutazione del Tesoro americano, gli concederebbe un vantaggio nelle esportazioni [12]. Il governo statunitense ha già caricato delle tariffe sui prodotti cinesi, accusando la Cina di manipolazione dei tassi di cambio. Un'accusa che prendiamo cum grano salis, dato che il governo degli Stati Uniti e le sua azioni non sono mai stati modelli di moralità. Il problema del vantaggio competitivo della Cina ovviamente va al di là il tasso dei cambi. Il relativo livello dei salari è altrettanto rilevante. Il livello dei salari nel settore manifatturiero cinese è inferiore del 10% rispetto a |
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No
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Tra l'altro, gli articoli presi da qualche sito estero andrebbero
a) presentati con l'indicazione della fonte, e non come se fossero frutto del proprio pensiero b) fatti tradurre da qualcuno, che conosca davvero la lingua in cui sono scritti c) rivisti per eliminare almeno gli strafalcioni più spettacolari (tipo "l'impianto nucleare di Bulkwark") |
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Mancano a tutti le risorse economico-finanziarie, non solo per cominciarla, ma anche per continuarla una grande guerra mondiale.
Attualmente non ritengo che ci siano Player, per ragioni diverse, disposti a rischiare una guerra mondiale con possibilita di crescita verso uno scambio nucleare. Diverso è il discorso riguardo alle guerre locali, che vengono cominciate e portate avanti senza nessun riguardo allo stato di salute del proprio popolo, molto spesso sofferente per fame e sete in alcune regioni del globo terracqueo. |
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Risposta secca:
Speriamo di no! |
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Io sono un pò più pessimista e dico che sicuramente nel 2009 no..più avanti non ci metterei le mani sul fuoco.
Prendendo spunto da questo post mi sono elaborato uno scenario bellico che non potrebbe esser tanto lontano dalla realtà ( futura). La corea del Nord oppressa dalla crisi economica attacca quella del sud per distogliere la popolazione da intenti insurrezionalistici interni..gli USA legati dal patto di amicizia con la corea del sud intervengono in loro aiuto...la Cina prendendo la palla al balzo attacca Taiwan per annettersela...gli Usa sono presi in contropiede e chiedono aiuto al Giappone che non se lo fa ripetere due volte e corre in aiuto di Taiwan..il resto lo lascio a voi. |
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Perchè la Cina dovrebbe cogliere al balzo la situazioe ed attaccare Taiwan? E poi non penso che l'America scatterebbe in aiuto della Corea del sud con mezzi propri.
La Corea del Nord nel momento in cui sposta truppe sul confine li beccano dai satelliti e li prevengono direttamente in altre maniere. No, l'ipotesi più probabile di guerra la vedrei con un'Iran che si fa una bombetta nuk e la scaglia su Istraele fregandosene della rappresaglia, perchè i Mullah hanno già dichiarato che il popolo Iraniano è sacrificabile per una giusta causa... |
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NO.
Non è escluso che ciò possa avvenire entro il 2050. Molto probabilmente avverrà entro il XXI secolo. Motivo: le risorse scarse, non solo quelle energetiche, ma in primis l'acqua. Semplicemente non c'è abbastanza acqua e/o materie prime per l'Occidente (Giappone e Corea compresi), per l'India e soprattutto per la Cina. Il motivo scatenante dell'attacco giapponese agli USA fu l'embargo di petrolio nei propri confronti. Se volevano mantenere l'imponente apparato bellico era indispensabile e non ricevendone più dagli USA l'unico disponibile era quello delle Indie olandesi. Risultato: Guerra |
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Un esempio concreto:
articolo scritto per il Financial Times da un membro della casa reale saudita. È stato riportato, su qualche altro filone o su qualche articolo di "Pagine di Difesa"? Sarò grato se venisse riportato dove. Altrimenti sarebbe opportuno indicare dove poter attingere l'articolo. |
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Quoto in pieno Ebonsi.
A proposito dell'originalità delle riflessioni segnalo che sarebbe opportuna una verifica dei lettori a queste coordinate: Fonte: www.globalresearch.ca Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12471 br> 27.02.2009 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D’AMICO |
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Nell'era di Internet ancora si possono spacciare articoli di altri come proprie riflessioni? Ma e' possibile essere cosi' ingenui?
A questo punto credo alla buona fede dell'autore del topic, magari ha unito gli articoli tradotti e postati come una base per aprire una discussione senza aver pensato di dover citare le fonti. Per me, se l'autore del topic fa ammenda di questa importante mancanza, vale la pena di discutere dell'ipotesi proposta. |
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Questo 3d e quello recente sul possibile abbattimento di un satellite - vettore Nord Coreano mi spingono ad alcune riflessioni.
- Non troviamo argomenti interessanti e ce li inventiamo? - Siamo così depressi dalla crisi che abbiamo "voglia di una guerra" qualsiasi che magari ci purifichi? - In occidente non ci immaginiamo senza un nemico tangibile e "fisicamente presente? Tra l'altro vedo che le bufale sul nucleare Iraniano continuano a proliferare ..... |
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"Tra l'altro vedo che le bufale sul nucleare Iraniano continuano a proliferare ..... "
Bisogna però stare attenti a non correr nel tranello dell'attenti al lupo,perchè se quella volta che il lupo arriverà e il cacciatore non sarà pronto.... |
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scaramanticamente risponderei di si, se non altro perché tutte le volte che si è escluso il rischio guerra o si è pontificato in merito ad interventi rapidi ed indolori (della serie, vedrete tra due settimane saremo a ...) l'umanità si è ritrovata impantanata in conflitti enormi e sanguinosissimi.
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io faccio brevemente mente locale e ritorno alla fine degli anni 80, quando nessuno si aspettava le guerre nei Balcani e l`escalation con relativo impantanamento in Iraq. Peraltro fino a 2 anni fa nessuno era nemmeno capace di prospettare l`attuale recessione...quindi ne deduco che spesso gli scenari futuri possono deludere/superare di gran lunga le aspettative.
in sostanza sono alquanto pessimista. magari non una guerra con contendenti chiaramente contrapposti, ma piuttosto molti focolai difficilmente controllabili che possono fare da massa critica per successivi sviluppi poco prevedibili. |
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leggo:
..ma piuttosto molti focolai difficilmente controllabili che possono fare da massa critica per successivi sviluppi poco prevedibili.... Si ma questa è la nostra realtà quotidiana dal 1945, o ci dimentichiamo il post colonialismo, i conflitti arabo-israeliani, il Viet Nam, etc, etc? Qui si parla di "grande guerra", che tra l'altro non capisco bene cosa significhi, per chi ci sta in mezzi tutte le guerre sino grandi. Io lo ho inteso come conflitto convenzionale che coinvolga l'Italia e / o altri paesi europei occodentali. In questo caso la mia risposta è no. |
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A me pare che una guerra è già in atto, e ha usato azioni tossiche, da disseminare come bombe nelle economie di questo emisfero con lo scopo di minare le economie di tutta l'europa, dei paesi dell'est, dell'asia e della russia, in un incredibile...muoia USANSONE ...e tutti gli fileuropei.
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solo ora mi rendo conto che il thread era focalizzato sul 2009. Io penasvo invece al XXI. secolo, quindi con una tempistica piu` dilatata.
messo cosi` l`argomento, ritengo poco probabile che accada "qualcosa di grosso" nel 2009. |
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Non siamo nel 1939 alla vigilia della WWII, piuttosto la situazione è un "fritto misto".
Abbiamo un crisi finanziaria ed economiche peggiore del 1929 in quanto stavolta realmente globale, in quanto l'altra riguardava solo l'occidente per ovvie considerazioni geoeconomiche di quel tempo. Abbiamo un sistema mondiale "bloccato" e questo ricorda il 1914. Anche allora la scacchiera era piena di pezzi e la possibilità di mosse, senza possibilità di scontro, molto limitata. Abbiamo problemi di arsenali nucleari sicuri e meno sicuri e la voglia (lecita) di avere armi nucleari da parte delle nazioni che si fronteggiano con altre armate in tale modo. Abbiamo nazioni "rivali" a livello planetario in posizione di debitore-creditore e all'interno di questa nazioni circoli che considerano la propria superiorità come una condizione irrinunciabile. Abbiamo tecnologie che hanno azzerato i sani tempi della meditazione e ponderazione, visto che un ICBM impiega 30 minunti per andare a bersaglio dopo migliaia e migliaia di km di viaggio. Figuriamoci armi atomiche e vettori a breve raggio. Abbiamo disoccupazione montante e alla attuale deflazione che riduce i consumi (siamo in un mondo che vive di consumi) si passerà a iperinflazione in alcune nazioni causa debito pubblico e stampaggio di valuta. Abbiamo risorse energetiche limitate se paragonate alle attuali prospettive di crescita. Insomma, abbiamo una situazione in bilico. Basta un singolo "matto" (leggi Stranamore) che adeguata autonomia e qualche testata funzionante e il resto verrà da se. Non tempo la follia dei governi, di nessuno governo, temo la velocità che il mondo richiede e che in tempi nucleari non si addice al meditare della mente. |
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Ecco i nuovi nemici di oggi dell'umanità. Forse sono peggiori dei terroristi, in quanto questi perseguono un credo per quanto aberrante, Madoff invece ha agito per interesse subdolo, intascando sicuramente, tramite i meccanismi della globalizzazione, parte dei miei soldi e dei vostri.
Paradossalmente devo dire che ammiro il suo cervello, lo avrei voluto a governare il nostro Paese e ...forse lo ha già fatto nell'ombra e per i suoi fini. Da Internet: Bernard Madoff, 70 anni, ex presidente del Nasdaq, è stato arrestato con l’accusa di aver ideato una frode da 50 miliardi di dollari. Rischia fino a 20 anni di carcere, oltre a una multa da 5 milioni di dollari. Stando alla denuncia presentata alla corte federale di Manhattan, Madoff avrebbe confessato a due dipendenti che il business della sua società di consulenza finanziaria era una «frode», che «tutto era una grande menzogna» e che su trattava, in sostanza, di un «gigantesco schema di Ponzi», una sorta di piramide finanziaria che consiste nell’assicurare alti ritorni finanziari a breve ai primi investitori della catena finanziaria, grazie ai soldi forniti dai nuovi investitori. Un sistema destinato ad accumulare enormi perdite che in questo caso ammonterebbero a 50 miliardi di dollari. Secondo gli inquirenti la frode sarebbe stata perpetrata attraverso un altro hedge fund (fondo speculativo) “ombra” gestito sempre da Madoff. Se le accuse nei suoi confronti verranno accertate si tratterebbe di una delle più grosse truffe finanziarie della storia. |
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Forse si sta iniziando a comprendere che non e' naturale lasciare in vita società commerciali non remunerative.
Forse il contesto politico amministrativo si sta rendendo conto che la corruzione colpisce non il surplus ma il capitale. |

Conrad's son
bravenet.com